A cosa serve la letteratura

A cosa serve la letteratura

È uno stereotipo che varca i confini dell’italianità e abbraccia molte culture:a Natale si mangia fino allo sfinimento, si passano 23 ore su 24 seduti a tavola, e ci si ritrova in mezzo a parenti che non si vedono dall’anno precedente, e si fanno discussioni talvolta perfettamente generiche, talvolta animate tanto da essere in grado di generare degli schieramenti.

La mia Vigilia di Natale si è svolta seguendo passo per passo il canone sopra descritto; e fra un luogo comune e l’altro mi sono sentita dire che la letteratura non serve più; il mio interlocutore, al contrario, leggeva saggi, perché gli sono utili – a differenza dei romanzi, non sono storielle inventate.

In una discussione da Natale lo stomaco è troppo impegnato a digerire lo stinco e le patate al forno per resistere a piatti forti come Auerbach e Aristotele, e non me la sono sentita di appellarmi a esempi tanto autorevoli e alle onnipresenti istanze di mimesis e katarsis, che però mostrano piuttosto chiaramente come da circa tremila anni l’uomo senta il bisogno di sublimare l’esistenza attraverso la narrazione (sia essa posta in immagini, in scena o sulla carta) e come dunque si potrebbe dire che di narrazioni (e quindi, per metonimia, di romanzi) c’è un bisogno antropologico.

Ma, come detto, stiamo ancora digerendo le patate al forno. Ecco che giunge in mio aiuto, nel perorare la causa della letteratura, un esempio più pronto e più giovane, ovvero Uno scià alla corte d’Europa di Khader Abdolah (Iperborea 2018), una lettura dicembrina piacevole e affascinante. Badate però: è giovane, è fresco, ma è anche una trappola, e delle più intelligenti, anche: in realtà è un labirinto densissimo di livelli di lettura, in cui si intrecciano la storia di un uomo, lo scià di Persia, la storia del suo autore, che ne ricostruisce il viaggio intrecciandolo al proprio, la storia del nostro tempo e di quello dello scià, che riscopriamo drammaticamente vicini.

Apologia dell’Orientalismo

Sono sempre stata affascinata dalla corrente Orientalista – da quella fascinazione dell’Occidente per l’esotico che attraversa i secoli e che mutua, filtrandole con sensibilità tutta europea, suggestioni, estetica, stilemi dell’Oriente, del Medio Oriente, ma più in generale di tutto ciò che all’epoca era altro dalla cultura occidentale. Probabilmente l’Orientalismo oggi cadrebbe sotto la scure di feroce revisionismo, venendo etichettato come cultural appropriation. Penso nondimeno che sia necessario avere senso storico per capire che sì, forse era appropriazione, ma era prima ancora la capacità di meravigliarsi per ciò che è altro da sé, in un mondo in cui c’era ancora qualcosa da scoprire al di fuori dei confini del proprio stato, seguita dalla capacità di elaborare questa meraviglia attraverso la creazione artistica. Si può dire che, per tema e per sensibilità, Uno scià alla corte d’Europa sia un romanzo orientalista.

Abdolah riesce a far emergere tutta la meraviglia dello scià in viaggio con la delicatezza di un romanzo settecentesco; come il nostro Manzoni, Abdolah ritrova il diario di viaggio del sovrano persiano, e decide di raccontarne l’avventura in Europa. Non occorre essere degli storici della letteratura per capire il rigore storico dietro una creazione simile: la struttura è scandita da piccoli capitoli, gli hekayat, un’antica forma di racconto epico persiano, minuta come un epillio di Callimaco; il contenuto è frutto di una ricerca archivistica che accosta ai resoconti dello scià i documenti storici dell’epoca, senza per questo indulgere a pesante nozionismo: finzione e realtà si intrecciano con puntuale leggerezza.

Lo scià vive avventure straordinarie, incontra gli imperatori, incontra Otto von Bismarck, Debussy, il padre di Stalin. Scopre le prime fotografie, il telefono, il feroce colonialismo belga in Congo e le contraddizioni della stampa. Lo scià passa talvolta inconsapevole accanto a queste figure, talvolta travolto da un fatalismo storico che gli fa presagire i terribili eventi di un Novecento la cui alba non vivrà abbastanza da vedere. L’atmosfera è quasi favolosa, di un mondo lontano seppure vivido- un mondo, appunto, di meraviglia reciproca nell’incontro di due mondi.

Due modi diversi di dire Europa

Il romanzo di Abdolah, però, non è semplicemente un’incursione fiabesca in un mondo scomparso. Perché Khader Abdolah, professore al Dipartimento di Orientalistica presso l’Università di Amsterdam, è un iraniano naturalizzato olandese, un rifugiato politico. Nella storia dello scià, dunque, per lui c’è qualcosa di più di un esercizio di stile.

Mentre la storia dello scià intreccia la Storia dell’Europa, la Storia di un mondo destinato a cambiare, a spaccarsi come un pezzo di ghiaccio di fronte alla prua acuminata di una nave russa (che lo scià osserva ammirato e spaventato a Sebastopoli), la storia di Abdolah, altro iraniano in viaggio per l’Europa oltre un secolo dopo, si tinge del sangue della nostra storia contemporanea, in particolare di uno dei suoi tasselli più crudi: quello delle masse di esodati siriani respinti odiati vituperati da un’Europa cui è rimasta ben poca meraviglia. Abdolah vive in prima persona queste vicende: la caccia agli attentatori a Bruxelles, la protesta anti-immigrazione olandese, l’evacuazione degli edifici universitari per il pericolo di terrorismo. Raccoglie i messaggi di odio degli olandesi e dei tedeschi sui social network destinati ai profughi e ne trascrive qualche estratto.

Nel far rivivere la storia dello scià, dunque, nel seguire i suoi passi lungo un’Europa che egli stesso percorre parallelamente, il narratore si riappropria delle sue origini, scrive un atto d’amore al suo popolo abbandonato e non si risparmia un j’accuse più addolorato che feroce: il raffronto fra le “due Europe”, quella pre-novecentesca in cui viaggia lo scià e quella nostra contemporanea, fa emergere la nostra per contrasto come un mondo di atrocità ben più putrido di quello, pure dispotico, di un sovrano viziato e assolutista del medio oriente ottocentesco.

Quest’opera a cavallo fra il reportage dei nostri giorni, il romanzo di viaggio e il saggio storico dunque è carica di struggimento presago da parte di tutti i suoi personaggi, che vivono, paralleli e senza incontrarsi mai, due fasi di transizione della Storia: i primi, appena intuendo che la propria era volge al termine, gli ultimi, immersi fino al collo in una catastrofe umanitaria di cui il passato dell’Europa è un po’ colpevole, ma noi in prima istanza.

Allora, a cosa serve la letteratura?

Uno scià alla corte d’Europa è un libro infingardo. Di primo acchito, leggendo la trama e il titolo, guardando la copertina che con il suo pavone variopinto occhieggia un po’ allo stile orientalista a cavallo fra Settecento e Ottocento, non mi sarei aspettata di scontrarmi con la storia contemporanea e di dover fare i conti con la mia coscienza di Europea. Quasi a tradimento Abdolah prende quasi a pretesto questo viaggio per parlarci di noi, partendo da lontano; la messa a nudo del processo di poiesi narrativa innesta il dialogo con la Storia. La vicenda dello scià non ne risulta affatto sminuita, semmai fa da caleidoscopio per mille altre dopo la sua: l’effetto è mirabile.

Naturalmente il mio interlocutore natalizio e chiunque condivida il suo pensiero obietteranno che basta un bel trattato di storia sociopolitica per fare i conti con questa coscienza. Però io ve lo confesso: pur reputandomi una persona di cultura, io un saggio sull’immigrazione siriana in Europa non l’avrei comprato neanche con la generosissima gift card natalizia della nonna.

Non credo che occorra una conclusione più articolata per rendere esplicito quello che ai miei occhi è il senso della letteratura.

 

 

Francesca Sabatini

Tools For Culture

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