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A lezione di management culturale. Da Spider Man. Cosa vuol dire parlare alle nuove generazioni con empatia e senza luoghi comuni.

By 31 Luglio 2019 No Comments

Spoiler alert: non vi risparmio nessun colpo di scena del film.

 

Quando parlo del sistema culturale nei paper accademici, la colpa principale che gli imputo è quella di aver perso la sua connessione con gli itinerari culturali delle persone. La separazione netta fra produzione e ri-produzione della cultura è, forse, la più grande sfida che musei e teatri debbano affrontare: come rispondere alle nuove esigenze, quelle che non sono ancora in grado di riconoscere o che forse non vogliono riconoscere. Queste istituzioni pigramente si adagiano sul supporto pubblico rivolto a una cultura che è, fortunatamente per loro, troppo importante perché sia realmente dispersa a causa dei loro mancati sforzi. Il sistema culturale rimane lì dov’è, senza porsi il problema dell’ecosistema sociale circostante, delle generazioni che incessantemente cambiano e fluiscono in percorsi lontani, molto diversi da quelli che negli anni sono stati fossilizzati dai musei.

Ho 24 anni, sono un’appassionata di film della Marvel oltre che di teatro d’opera, e ieri ,al cinema con le mie cugine adolescenti, ho visto “Spider Man: Far from home”, ultima fatica degli Studios che negli ultimi vent’anni sono stati capaci di creare l’universo narrativo più complesso dopo i cicli cavallereschi medievali. L’elemento in comune dei due cicli, quello supereroico e quello cavalleresco, è la capacità di aver collaudato un linguaggio codificato, un sistema coerente in sé stesso e culturalmente rilevante, in cui anche coloro che hanno storto il naso, evitando di andare al cinema per seguirli, si sono ritrovati a sentirne parlare, come un’eco lontana di aedi.

Non diversamente dalle molteplici leggende intrecciate fra loro, degli incontri più o meno improbabili di personaggi appartenenti a un mondo fluido, mutevole e imprevedibile, frutto degli innesti meticci di quelli che erano i prodromi della cultura europea. Il mondo dei supereroi Marvel si sviluppa da un sostrato di fumetti già condiviso da una base ampia e trasversale di lettori su scala mondiale e si rafforza in quello che somiglia a un nuovo ciclo arturiano. La saga degli Avengers, sviluppatasi a partire dal primo “Iron Man” (2008) e conclusasi dieci anni dopo con “Avengers: Endgame” (2018), accompagna un’intera generazione lungo un percorso narrativo iconico, condiviso, e soprattutto costantemente aggiornato rispetto al mondo creativo, culturale e sociale circostante . Si può dunque dubitare che i film della Marvel siano arte, ma mancano le basi per affermare (non senza una certa arroganza) che i film della Marvel non sono cultura.

Avevo 14 anni quando ho visto al cinema il primo “Iron Man”. Mentre le mie cugine mi strizzavano gli avambracci entusiaste per l’adrenalinico colpo di scena finale, io guardavo Tom Holland (in arte Spider Man, classe 1996) solcare funambolico i cieli di New York e mi sono resa conto che la Marvel ce l’ha fatta anche questa volta, operando un passaggio di testimone epocale (le parole sono importanti, cit.) dalla mia generazione a quella dei millennial. Questo Spider Man non è il mio, appartiene alle mie cugine di 15 e 13 anni.

 

 

I supereroi al tempo delle fake news e dei primi baci

Quando parlo dell’attualità dei film della Marvel non intendo i banali, seppur efficaci, riferimenti al mondo dei millennial sparsi per tutto il film: dai videogame giocati da Ned ai molestissimi live di Instagram che Flash filma in ogni momento della sua gita in Europa, allo stesso Spider Man che si scatta un selfie in costume. Questa volta “l’antieroe” del film, il personaggio Mysterio, è un informatico frustrato, poco più di un cialtrone che decide di cavalcare l’onda dell’entusiasmo per gli eroi e fingere di essere un nuovo supereroe, inventandosi una minaccia con una marea di effetti speciali e proponendosi come la soluzione. Credo di poter risparmiare il mutatis mutandis: l’illusione come tattica politica per assumere il potere, il “bisogno di credere” di una società che ha perso i suoi cardini e vuole crearsi nuovi miti, i millantatori che inventano un problema e, di conseguenza, anche la soluzione. Più che una semplice allusione sembra una parabola della temperie politica contemporanea, di quelle così lucide da essere inquietanti.

Il pianeta Terra della Marvel nel 2019 ha, dunque, sperimentato il miracolo, e ne è stato privato all’improvviso. Dopo gli Dei, gli idoli, e l’incapacità di distinguere il bene dal male secondo categorie che oramai sono state troppo rimestate per apparire credibili (si può evitare di farne una metafora economica esplicita, ma non esimerci dal pensarlo). Questa è l’eredità che viene consegnata al mondo post-Avengers. Questa è l’eredità dei supereroi millennial.

Il giovane Peter Parker, che nei fumetti originali è un giovane giornalista, già dal primo “nuovo” Spiderman del 2017 subisce una trasformazione che ha i connotati della rivoluzione: è un adolescente di liceo, raccontato senza i soliti luoghi comuni: non “sfigato”, ma solo insicuro e fragile, un ragazzo a cui piove addosso la responsabilità di prendersi cura di un mondo storto, quello che gli hanno consegnato i suoi padri. Il passaggio di testimone è reso, con sottigliezza magistrale, da uno scambio di battute in cui Peter ammette fra le lacrime: “Io non sono Iron Man”. Non si vedono molti altri supereroi piangere così spesso: questo elemento segna il passaggio dai supereroi dell’ammirazione a quelli dell’empatia. Nel 2008 il film dedicato a questo supereroe si chiude proprio con la dichiarazione orgogliosa dell’eccentrico Tony Stark: “Io sono Iron Man”.

La ciclicità delle due affermazioni è tutt’altro che casuale: Peter sconfessa l’eredità del padre degli Avengers, si prepara a costruire qualcos’altro, attraverso mille errori. Anche qui, non ho visto molti altri supereroi sbagliare così spesso: l’accettazione e il mostrare l’errore segnano il passaggio dai supereroi della perfezione a quelli dell’apprendimento, attraverso un perenne, graduale, faticoso coming of age. Come in una querelle des anciens et des modernes Spider Man siede sulle spalle dei giganti, eredita un mondo del quale non si sente all’altezza e, non diversamente da qualsiasi essere umano di sedici anni, è costretto alla progressione triadica sbagliare-imparare-risolvere. Decisamente antieroica, ma così splendidamente umana.

Il passaggio di paradigma dunque, al di là di un cast giovane e multietnico di buffi ragazzini senza il cui aiuto Spider Man sarebbe smarrito, è immenso. È come se, idealmente, si passasse dalle gesta del prode Ulisse a Teseo, l’eroe riluttante, il primo a volersi circondare di un “team”, gli Argonauti, per affrontare il suo cimento. In questo passaggio di paradigma ci sono tutte le insicurezze, ma anche l’empatia e il gran cuore, della generazione di Greta Thunberg: una generazione spaventata e determinata a cambiare il mondo, a spogliarlo delle mistificazioni e a fare a meno delle paternali.

 

What a time to be alive

Nell’Universo Marvel dunque è venuto il momento di cedere il passo ai millennial. Il successo di questo passaggio è testimoniato da incassi miliardari. Inizialmente ho proposto un ragionamento di management culturale. Dunque, cosa possono imparare le istituzioni culturali dall’adesione empatica che la Marvel è stata in grado, non solo di costruire in dieci anni di cinecomics (e in sessant’anni di fumetti, per estendere a ragione la cronologia), ma di trasmettere da una generazione all’altra senza difficoltà?

Anche qui occorre un passaggio di paradigma: anteporre l’empatia alla trascendenza (tutta supposta) della fruizione culturale. Questa è intesa oggi come un “invasamento”, termine con cui si allude, nella religione greca classica, all’individuo posseduto dal dio: un vaso vuoto riempito del divino. Gli esseri umani cui si rivolge la cultura sono, invece, tutt’altro che vuoti: hanno disegnato la loro storia in una miriade di modi a stento immaginabili. Lo stesso, però, potrebbe dirsi degli uomini e delle donne che hanno costruito le civiltà del passato, le cui vestigia sono oggi esposte in modo muto nei musei. Lo stesso può dirsi delle storie variegate dietro a un’opera d’arte contemporanea. Perché allora non iniziare a pensare all’esperienza culturale come a un luogo di incontro fra percorsi, storie, vite, esperienze? Perché non iniziare a fare dello spazio museale un luogo per trovare sé stessi, ritrovando, ritrovandosi in tutti gli uomini? La Marvel forse l’ha capito prima di noi e ha fatto dell’umanità il suo punto di forza, individuo dopo individuo, generazione dopo generazione.

Benvenuti nell’era dei supereroi della complessità.

 

Francesca Sabatini

CultureFuture

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