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A un buon Barbiere non si dice mai di no

By 8 Aprile 2019 No Comments

Vi ricordate la carta trasparente con cui alle scuole elementari vi facevano ricopiare le cartine geografiche per poi poterle incollare sul quaderno? All’epoca, il merito della riuscita del disegno non era certo dei vostri impacciati ricalchi dell’Azerbaigian, bensì della cartina stessa, industrialmente rigorosa nella sua geografica precisione. Man mano che le luci soffuse riacquisivano energia in sala, al Teatro Comunale di Bologna, ho pensato che la regia di Federico Grazzini per il Barbiere di Siviglia della scorsa settimana somigliasse un po’ a quella carta trasparente: la materia prima, già eccellente di per sé, è stata minuziosamente ricalcata, senza particolari colpi di scena o acume visionario da parte del regista. Il risultato, registicamente parlando, si adagia su un’aurea mediocritas; e nondimeno, grazie a Rossini e a chi lo ha ben cantato, si è rivelato un prodotto snello, leggero, molto godibile.

La questione dell’adattamento e della trasposizione è sempre all’ordine del giorno nelle dispute operistiche; per avvicinare il pubblico contemporaneo al linguaggio d’opera, ormai dichiaratamente datato, è necessario ripensare gli approcci, le visioni, lo stesso medium  espressivo della lirica? È una domanda cui rispondono affermativamente (e con creatività) registi come Micheli, Dante, Ollé. Grazzini, dal canto suo, pare non porsi il problema, e lascia Rossini in balia di se stesso, senza dargli alcun appiglio contemporaneo, anzi aumentando il distacco fiabesco fra il pubblico e un’epoca non specificamente definita, che somiglia agli anni ’60 (pochi dubbi sul decennio, un po’ meno sul secolo: potrebbe essere indistintamente la metà dell’Ottocento come quella del Novecento); a queste premesse un po’ pericolanti di ignavia registica giunge in soccorso un rassicurante dato di fatto: regista o non regista, il Rossini comico fa genuinamente ridere. Sempre.

Il tempo di ridere è senza tempo

Nonostante l’ironia sia un’arte particolarmente time-specific, Rossini riesce miracolosamente a rendere eternamente piacevole il piglio spudorato della sua musica, a caratterizzare i suoi personaggi attraverso un’allegria veloce, mordace. Quel che ne emerge è una divagazione dal reale, un temporaneo divertissement in cui il pubblico può immergersi per tre ore quasi senza accorgersene, ridendo di gusto proprio come ha fatto la platea del Teatro Comunale.

È una drammaturgia, quella di Rossini, che per certi versi è senza tempo – per il fatto stesso di attingere ad ogni tempo: la contrapposizione netta fra vecchi brontoloni e antagonisti e giovani coraggiosi e innamorati, l’antitesi fra i buoni con i loro svelti aiutanti e i cattivi con i loro ottusi, meschini tirapiedi fanno pensare al dramma di figura, alla sua recitazione mimica e calcata, o all’impietosa comicità delle opere plautine. Gli intrecci rocamboleschi e i personaggi così fortemente archetipici, cui però non mancano attimi introspettivi e di intensa caratterizzazione, sono retaggio del Settecento, seguendo un fil rouge che va dalla commedia di Marivaux a quella di Goldoni.

Al confronto col Barbiere, però, tanto Marivaux quanto Plauto appaiono ben sbiaditi. Perché Rossini, oltre a assorbire il retaggio storico del teatro precedente, va ben oltre: riesce a penetrare l’essenza della modernità. Rossini combina infatti ingenuità e ironia in un modo delicato ed esclusivamente suo, facendo planare su tutta l’opera un’ironia sottile: è la sprezzatura beffarda del suo spregiudicato Figaro, il distacco capriccioso di Rosina, come se fossero consapevoli di recitare una parte, come se non ne fossero convinti fino in fondo. Il Barbiere, da questo punto di vista, ha qualcosa che anticipa il teatro dell’assurdo, senza essere impregnato del suo disperato nichilismo.

Non meno vitale è la spiazzante modernità delle sue donne, che probabilmente non hanno eguali nel repertorio operistico per intelligenza ed energia: in loro risiede la grandezza del teatro rossiniano, tanto nella vertiginosa musicalità delle arie che il compositore affida loro, quanto nell’autorevolezza e nel fascino inesauribile della loro forza.

L’incanto di un buon cast

Spogliato di tutto ciò che non sia puramente se stesso, Rossini è però felicemente supportato in quest’impresa musicale dalla direzione, quella di Federico Santi, mai sfavillante ma comunque puntuale e schietta, e soprattutto da un ottimo cast, che fa emergere tutta la caratterizzazione vocale dei personaggi rossiniani, dal basso buffo alla vezzosa soubrette. Vincenzo Nizzardo è un “Figarone” sicuro e potente, che spicca soprattutto per una presenza fisica pervasiva, che ben si adatta all’astuto faccendiere di Siviglia. Il Conte d’Almaviva Diego Godoy ha poco volume e rischia l’imprecisione su qualche attacco, ma appare convincente sulla scena. Marco Filippo Romano veste i panni di Don Bartolo e gli presta una voce splendida: piena, pulita, forte. La voce ricca, scura e impeccabile nelle agilità di Cecilia Molinari restituisce una Rosina audace, determinata, adulta.

Il tiepido immaginario della regia, insomma, non riesce ad avere la meglio sulla qualità intrinseca della musica, almeno per stavolta. Il sipario si abbassa, le luci si alzano, gli applausi degli spettatori si affievoliscono e muoiono, tutti escono dal teatro; quando anche i tecnici hanno abbandonato la scena, ne sono sicura, sarebbe stato possibile vedere, acquattato dietro una quinta, il fantasma di Rossini: beffardo, ride per averla fatta franca ancora una volta.

 

 

Francesca Sabatini

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