All we NEET is sport

Alcune divagazioni sulle interrelazioni tra sport e cultura e una considerazione sul valore che rappresenta per la lotta all'inattività giovanile

All we NEET is sport

Volevo scrivere un articolo sulle relazioni tra sport e cultura, delle contaminazioni con l’arte, della crescente attenzione che negli ultimi anni le discipline fisiche tutte stanno vivendo anche grazie alla rimembranza della nota locuzione mens sana in corpore sano (grazie Giovenale) e della conseguente fascinazione che oggi lo sport esercita anche sui più pigri super pigri indefessi (alzo la mano), travolgendo come un’onda prima abbigliamento poi alimentazione, turismo & compagnia bella; in una parola lo stile di vita.

 

Questo più o meno l’obiettivo, con in testa di tutto e di più.

Com’è ovvio, una gran confusione, con innumerevoli tentativi di sciogliere la matassa per trovare il filo del discorso.

Procedendo per ordine, eccone alcuni:

 

– prima le esibizioni dei coreografi e ballerini di Dancing museums, che col loro progetto finanziato da Europa Creativa esplorano le commistioni tra arti figurative e performative e nuove modi di interazione col pubblico;

– poi l’immagine degli sportivi come nuovi modelli e lì con la rinascita dello sport su carta: il fenomeno delle riviste agonistiche sta donando nuova linfa alla stampa, anche perché allarga le sovrapposizioni con l’arte e la cultura coinvolgendo vari professionisti della comunicazione nelle proprie personali passioni sportive;

– e da qui agli atleti presentai come nuovi modelli, perché belli sono belli in modo assurdo, e poi sono anche capaci di imprese eroiche e con la loro carica motivazionale esplosiva sono stimolo a sognare, a sudare duro per i propri obiettivi e a dare sempre il meglio di sé stessi.

 

Niente da fare, tutto-molto-bello-Ma.

Finché in qualche modo prende luce nell’immagine il profilo dello sport come veicolo di integrazione, e adesso sì che siamo in campo di fenomeni, vedi i ragazzi dell’Afro Napoli United[2], raccontati anche nel documentario Loro di Napoli [1],

una squadra di giovani italiani e migranti che scalano le classifiche del campionato dilettantistico a suon di calci al razzismo.

 

Soggetto e azione, i giovani e il potere educativo dello sport.

E l’idea che l’impegno cambi la vita – tanto nel personale che nel sociale- chiama all’azione una nazione che stando a quanto riporta l’ultima indagine Eurostat sfoggia il più alto numero di Neet all’interno dell’Unione europea[2].

Ci siamo, ecco lo scottante e dolente tema dei nostr(an)i tempi: il lavoro.

 

L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Per quanto il diritto non sia che un artificio, la costituzione italiana non a caso pone fin dal primo articolo il lavoro tra i pilastri essenziali della società, in quanto veicolo di integrazione – prima di tutto in termini economici- e di partecipazione alla vita di una comunità.

Non credevano i padri Costituenti che dopo appena 70 anni lo scenario sarebbe completamente cambiato.

 

Cominciamo dai numeri. I dati statistici si sprecano a riguardo, confondono le idee: si dice che le cifre parlino chiaro, ma la verità è che nessuno ci spiega davvero come leggerle, così vengono estrapolate dal complesso che le determina e manipolate a seconda dei casi per favorire questa o quella “divulgazione”.

È pur vero che non possiamo trascurare l’allarme rosso lanciato dalle percentuali relative alla disoccupazione e all’inattività che come suddetto negli ultimi anni hanno reso l’Italia l’ultima della classe in Europa[3], eterna ripetente senza indirizzi e senza nuovi inizi, ma ciò che davvero conta è quanto i numeri non dicono, ovvero i motivi per cui un giovane smette di studiare e di cercare lavoro e quali percorsi personali lo abbiano portato all’inattività cronica.

 

Naturalmente, la risposta non è affatto ovvia, anche per l’assioma secondo cui non si possono trovare le giuste risposte senza porsi le giuste domande.

 

Qualcuno potrebbe iniziare col chiedersi il ruolo svolto dal “ridimensionamento dei sistemi di welfare”- per dirla con un eufemismo- nel processo di impoverimento degli spazi con maggior potenziale culturale e di costruzione dell’identità, con incidenza diretta e crescente sui bisogni insoddisfatti soprattutto dei più giovani.

E quindi interrogarsi sul peso delle difficoltà strutturali del sistema scolastico anche sulle dinamiche del mercato del lavoro.

Domande come queste se le pongono tutti i giorni maestri, insegnanti e professori, soprattutto quelli “di trincea” – e il riferimento è ai protagonisti della video inchiesta a puntate di Repubblica sui prof. che lottano tutti i giorni contro un contesto che aggettivare come difficile sarebbe banale, per mostrare ai loro studenti a guardare aldilà delle cancellate altri orizzonti, a iniziare a guardarsi dentro, per mostrar loro un’alternativa ai modelli conosciuti, non integrati o addirittura disgregati.

Tra questi anche un’insegnante di educazione fisica al San Paolo di Bari, ben lontana dal permettere che il tempo della sua lezione si trasformi in una prosecuzione della ricreazione e consapevole dell’importanza del fare squadra per dare e ottenere fiducia e combattere la rabbia e la legge del più forte.

 

A tal proposito si potrebbero citare alcuni esperimenti vincenti di rivalsa. Si pensi a esempio al progetto Lavoro di squadra nato già nel 2014 da un’iniziativa di ActionAid in alcune aree urbane dell’Italia settentrionale (Torino, Milano, Alba) che oggi è cresciuto fino a ripetersi in quelle stesse città ed espandersi anche al Mezzogiorno, con l’avvio a Bari e Reggio Calabria.

L’obiettivo è quello di intervenire sul benessere emotivo dei ragazzi che risiedono in zone segnate da profonda marginalità per stimolarli a uscire dalla condizione di inattività in cui si trovano tramite percorsi ad hoc di allenamento sportivo e motivazionale volto al reinserimento formativo e lavorativo.

 

Un nuovo modo di intendere la fede sportiva, con riferimento alla capacità che lo sport ha di creare fiducia e rispetto in sé stessi e negli altri.

 

Riassumendo, queste riflessioni nascono dalla condivisione di due celebri aforismi:

 

“Il lavoro allontana da tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno”.

 

“Lo sport può creare speranza, dove prima c’era solo disperazione. È più potente di qualunque governo nel rompere le

barriere razziali. Lo sport ride in faccia ad ogni tipo di discriminazione.”

 

In definitiva, non serve aggiungere altro: Voltaire ha detto cosa sia il lavoro meglio di tutti, e Mandela ha dimostrato con lo sport il senso di integrazione culturale e sociale in un regime di segregazione razziale.

 

 

Fabiana Lanfranconi

 

 


[1] film del 2015 di Pierfrancesco Li Donni premiato al festival dei popoli
[2] “Neet” Not in education, employment or training, anglicismo per i giovani che non studiano e non lavorano, non sono impegnati nel ricevere un’istruzione o una formazione, non hanno un impiego né lo cercano, e non sono impegnati in altre attività assimilabili, quali ad esempio tirocini o lavori domestici. Per noi italiani è anche tradotto con l’acronimo Né-Né, che quasi rimanda a un nomignolo tenero e protettivo. In economia e in sociologia del lavoro si riferisce alla fascia demografica dei giovani tra i 15 e i 24 anni – fascia anagrafica che può a seconda dei casi essere estesa fino a ricomprendere i giovani 35enni, se ancora coabitanti con i genitori.
[3] Anche se stiamo qui a sottolineare come si tratti di situazioni diverse ma dipendenti, e proprio su questa consapevolezza si gioca la partita per combatterle entrambe. Perché, facciamo il caso di un disoccupato in meno sul grafico statistico: può significare un nuovo contratto di lavoro, come pure l’abbandono a ogni ricerca per lo sconforto. Viceversa, per il lato positivo delle cose, se la disoccupazione sale, non è detto che per forza l’occupazione debba scendere. Un aumento della disoccupazione può essere accompagnato da una diminuzione dell’inattività e quindi può essere anche una buona notizia, visto che persone prima scoraggiate si sono messe alla ricerca di un lavoro. Addirittura si è di recente coniato un nuovo acronimo per i giovani che reagiscono all’inazione seguendo percorsi di formazione non convenzionali o attivandosi in progetti di auto imprenditorialità, i cosiddetti EET, l’esatto opposto dei Neet: Employed-Educated and trained.

 

Tools For Culture

Tools For Culture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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