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Allegre ma non troppo. Un dialogo disordinato tra chi cura e chi visita

By 12 Luglio 2020 No Comments

È un assolato pomeriggio di inizio estate e Ilaria Sola, una visitatrice molto attenta e appassionata, entra senza preconcetti o sovrastrutture nelle intercapedini di una mostra curata da Daniela Cotimbo, una curatrice molto attenta e appassionata. Ne nasce spontaneamente un dialogo libero, dove lo sguardo vergine (ma esperto) e quello esperto (ma entusiasta) si congiungono, si coniugano e si rincorrono, fino a riempire i vuoti reciproci, a plasmare intrecci di idee e a riscoprirsi nella complementarietà delle visioni.

Spazio

Ilaria: Siamo nelle stanze di Allegra ma non troppo. Parliamo dello spazio in ogni declinazione immaginabile. Appena ho varcato la porta di AlbumArte mi sono sentita abbracciata da un luogo che ha una caratterizzazione spaziale forte. Dal primo momento in cui sono entrata in dialogo con le opere disposte nella sala d’ingresso ho capito che lo spazio fisico era solo un livello zero, un punto base di accesso a tutta un’altra serie di luoghi autonomamente significanti e anche meno accoglienti. Mi piacerebbe sapere da te come hai filtrato a livello concettuale questa rete di rapporti tra luoghi e spazi fisici e non, per poi riuscire a sintetizzarla e a tradurla in allestimento.

Daniela: Innanzitutto non posso nascondere la felicità nel sentirti parlare in questi termini perché hai descritto esattamente quello che sentivo quando, nei testi che accompagnano la mostra, alludo al concetto di iperoggetto così come lo intende Timothy Morton nell’analogo saggio del 2018. Ma mi spiego meglio: quando ho scritto quella frase che voleva esplicitare l’idea di casa come iperoggetto mi riferivo proprio a questa dimensione che – come tu giustamente dici – va al di là dello spazio in cui si è immersi, è qualcosa che avvertiamo. In un certo senso è come se AlbumArte fosse disseminato di indizi, memorie private di Sonia ma anche sensazioni che credo che appartengano ad ognuno di noi. Il tentativo era quello di andare all’origine del concetto di luogo e della nostra relazione con questo. Sonia riesce a farlo magistralmente con le sue opere e l’allestimento è un ulteriore tentativo di offrire nuovi punti di vista, nuovi sguardi come finestre che si aprono e si chiudono.

Quando ad esempio entri nella prima sala e vedi l’opera Che ci faccio qui? è come se la dimensione della stanza si dilatasse, come se quel robottino aspirapolvere andasse ad intercettare lo spazio fisico in cui sei immerso. In Mio padre e suo figlio invece il punto di vista è quello che ti vai a cercare, una dimensione più intima, di raccoglimento, non immediatamente percepibile. Veicolo Cieco è posto negli angoli, gli interstizi – una parola con cui amo descrivere i luoghi nascosti del lavoro di Sonia – che sono incontri fortuiti con lo spazio. Poi c’è Trammamuro che è un vero e proprio attraversamento, entrando nella piccola sala in cui l’opera è proiettata sembra di condividere lo stesso angusto spazio in cui Sonia si trova quando sale e scende con gli ascensori delle sue memorie. Insomma non ci si trova tra le righe di un discorso letterale ma in una disseminazione di indizi sparsi.

Ilaria: Avere questo punto di vista ulteriore è davvero illuminante, nel senso che fa letteralmente luce su alcune aree di concetto e di empatia che è bello risignificare a distanza dal momento immersivo della fruizione. Lo spazio in cui il visitatore si muove è anche, in un’ulteriore connotazione, lo spazio che il robot indaga con un automatismo casuale molto novecentesco, è lo spazio d’azione in cui al visitatore viene intimato di squarciare il velo che lo separa dall’opera salendo su un trabiccolo, lo spazio effimero e dilatato della linea tracciata a matita tra una foto e l’altra e lo spazio di un ascensore prodigioso che ripercorre i frammenti di una storia. Gli indizi quindi ci guidano, come i punti di una mappa, in uno spazio fisico multiforme e articolato che altrimenti non saremmo in grado di decifrare. Le opere stesse sono portali verso altre planimetrie spaziali, perdersi in ogni opera è la vera chiave di accesso.

Se il primo video in cui ci si ritrova immersi genera quasi spaesamento, in bilico tra il ritmo labirintico e il fascino inquietante dell’archeologia industriale, il Trammamuro è un po’ il fluire delle memorie di tutti noi, del nostro abitare e del movimento brulicante del mondo contemporaneo.

Sonia Andresano, Mio padre e suo figlio, installazione, 2017. AlbumArte 2020, foto di Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

 

Tempo

Ilaria: Dallo spazio al tempo il salto viene da sé. Il tempo della fruizione della mostra è un tempo lento, che dà modo a chi si specchia nelle opere di prendersi un momento per assaggiare le forme e per ammortizzare l’impatto, poi per entrare gradualmente in risonanza con il linguaggio sonoro, visivo, comunicativo, e solo in ultimo per vedere oltre, per iniziare a percepire la rete impercettibile che stimola il dialogo tra i dispositivi presenti. Insomma, le opere trasudano una profonda raffinatezza intellettuale, ma appaiono al contempo forti di una componente visiva squisita e attraente. Vedere i lavori di Sonia Andresano per la prima volta in questo contesto mi ha permesso di assaporarli a fondo, lasciandomi guidare dal tempo proprio di ciascuna. Un tempo concitato, uno cristallizzato, uno incerto, uno meccanico.

Che ruolo ha giocato il tempo nella tua lettura delle opere? Quanto ha determinato le componenti della tua scelta su come disporle e come permettere di generare una relazione tra quelle che vediamo in mostra?

Daniela: Domanda bella, mi permetto di fare una premessa; come giustamente dicevi, il tempo è un altro elemento fondamentale per questa mostra, è il tempo del movimento, un movimento spesso fermato in istantanee come nel caso dei “sopraluogi” della mosca bianca (con una sola l come ci propone Sonia). In realtà il suo modo di abitare lo spazio è un attraversamento. Non cito a caso la mosca bianca in tutte le sue declinazioni perché, come avrai notato, è un elemento che ritorna nel percorso espositivo. Di fatto lo si abbandona nella prima sala per poi ritrovarlo come invito al salto nel vuoto nell’ultima. Un altro tempo è quello sospeso che ha a che fare con il presente, e mi riferisco in particolare a quanto abbiamo vissuto o sarebbe più corretto dire “stiamo vivendo” a causa dell’emergenza sanitaria. Gran parte del percorso espositivo era già stato pensato un anno fa, con le dovute incognite, ma è indiscutibile che proprio il tempo dilatato in cui siamo stati immersi è diventato così attuale e presente nella mostra. La mosca che sorvola e si posa sulle architetture vuote di AlbumArte testimonia un moto di curiosità ma anche un bisogno di fermarsi a guardare riflettere.

Ilaria: Lo spazio che si insinua tra luoghi indeterminati e domestici e il tempo riassunto in un passato e in un presente lontani e mai uguali. Mi piace pensare che il passaggio tra tutte queste scatole concettuali sia rappresentato proprio dalla mosca bianca, un simbolo effimero, quasi alieno, che costituisce un filo conduttore sottile ma sorprendentemente resistente. Pensare a una scultura evanescente è già ossimorico, ma in effetti la mosca è soggetto e oggetto, è in assenza e in presenza, è lo strumento di tralsazione in grado di farci posare per un attimo sulle superfici di mondi che non sono i nostri e che comunque in qualche modo ci appartengono. In una delle inquadrature della mostra sono stata catturata dalla delicatezza di un granello di polvere che cade vicino alla mosca e dalla potenza di trasformare un attimo così labile in un evento degno di essere rappresentato in un lasso di tempo fluido e aperto alla casualità. Mi è sembrato che Sonia riuscisse a nobilitare questi piccoli avvenimenti impercettibili, che alcune inquadrature microscopiche nascondessero significati esistenziali. Istintivamente quasi mi aspettavo che la mosca volasse, come se i cambiamenti infinitesimali del frammento di realtà in cui è inquadrata avessero il potere di turbarla. Come se in uno stato di eterna incertezza, potesse cambiare tutto da un momento all’altro.

Suono

Ilaria: I lavori di Sonia hanno un sapore intimo ma universale. In questo senso la mosca è scultorea e statica ma è al contempo il simbolo di un movimento incessante e irrequieto, di un’energia silenziosa che si rinnova.  Mi sono resa conto di aver guardato quasi tutte le opere cercando di ravvisare inconsciamente questa alternanza continua tra stasi e movimento. Anche i media scelti e impiegati, così diversi tra loro, devono aver reso ancora più ardua l’impresa di coniugare e di lasciare comunque a ciascuna opera la propria specificità semantica. La scelta dei dispositivi comunicativi – che oscillano con naturalezza dal video, alla fotografia, alla scultura – risente forse proprio di questa altalena espressiva tra lo statico e il dinamico?

Il suono mi sembra una conseguenza immediata di questo dondolio che il visitatore esperisce tra ritmi, dimensioni e mondi intimi. Come le percezioni eterogenee, anche le sonorità della mostra si impongono nella diversità dei canali percettivi che attivano, eppure si fondono in un unico suono fluido e avvolgente che guida e accompagna al tempo stesso. Che ruolo ha la materia sonora nella mostra? Che scelte ha determinato dal tuo punto di vista curatoriale?

Daniela: Hai ricordato il sonoro che è assolutamente un altro elemento determinante della ricerca di Sonia. Da curatrice, avendo avuto la fortuna di curare una mostra ad AlbumArte per la seconda volta, devo dire che è davvero sorprendente notare come quello spazio riesca ad accogliere suoni diversi in maniera fluida e senza fratture. Come hai giustamente osservato, gli umori delle sonorità delle opere sono profondamente diversi. Il sonoro di Che ci faccio qui?  vuole apparire quasi disturbante nella sua incessante insensatezza. Quello di Mio padre e suo figlio, pensato in origine come centrale, viene qui quasi sussurrato: un invito, a scoprire cosa il visitatore scoprirà salendo sul trabattello. In Trammamuro si sentono dei suoni stranianti, di diversi mezzi di trasporto, che portano fuori dall’azione alla quale si assiste. Infine inAllegra ma non troppo il suono è protagonista, modifica completamente la percezione di uno spazio noto in cui per giunta ci si sente immersi, ma che si riscopre come nuovo in questa dirompenza della natura, vera e propria metafora del lockdown.

Sonia Andresano, veduta della mostra. Albumarte 2020 (foto di Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte)

 

Lockdown

Ilaria: Mi riallaccio all’estenuata questione lockdown. Immagino che la mostra abbia risentito di alcune riconfigurazioni per via del periodo di stasi. Mi piacerebbe entrare per un attimo con te nel backstage, per capire se hai recepito un momento di sconvolgimento come un intoppo o un’opportunità. In effetti la mostra ha finito per collocarsi in un momento determinante di rinnovo sia intimo che generale, inserendosi nella timida proposta culturale della città. Questo risveglio può aver rappresentato una sfida, ma mi fa attribuire alla mostra anche una veste “liberatoria”, purificata.

Daniela: In realtà devo dire che la mostra non ha subito troppe variazioni dal punto di vista dei lavori esposti. Abbiamo cambiato idea solo su un’opera che doveva essere inedita ma che con il passare del tempo ci è sembrata meno centrata. La vera decisione da prendere era effettivamente se fare o non fare una mostra in un momento così delicato e qui non posso che ringraziare Cristina Dinello Cobianchi, direttrice dello spazio, per aver avuto il coraggio di dirci di sì. Ci tengo però a precisare che questo sì non voleva rappresentare una risposta a quanto abbiamo vissuto. Personalmente credo di essere ancora in una fase di silenzio e la meditazione. Questa mostra non voleva essere una rinascita ma un tentativo di ascolto degli umori del presente. In fondo si parlava già di tempi e spazi interiori, credo che semplicemente siamo entrate in risonanza con la nostra recente esperienza e allora possiamo dire che piuttosto non ci è sembrato di mancare di rispetto alla situazione.

Ilaria: Sono molto contenta che lo abbiate fatto. Che sia collettiva o individuale, Sonia parla di memoria, di essere nei luoghi, di cambiamento. Mi è parso di vedere una relazione continua tra i prima e i dopo della vita movimentata dell’artista e, in misure diverse, di chiunque si trovi di fronte alle sue opere. Che una possibile lettura sia quella di un nuovo “dopo”, non ne esclude mille altre. Le finestre che Sonia apre su delle altre dimensioni di spazio, di tempo e di significato, affacciano su un bacino di interpretazioni irripetibili, in bilico tra l’incertezza e la familiarità delle azioni e, soprattutto, delle non-azioni. A prescindere che si generino sensazioni di dubbio, di lentezza, di noia, di disorientamento, la mostra si colloca in un momento storico unico e stravolgente. La voce e le cicatrici dell’artista possono essere e non essere quelle del suo tempo, degli occhi che ne fruiscono oggi.

Attrazione

Ilaria: Ritorno per un attimo negli spazi di AlbumArte; quando mi sono trovata di fronte a Trammamuro (oltre ad aver apprezzato, grazie a Sonia, l’adorabile titolo tanto autoctono quanto evocativo) ho fatto mente locale e ho pensato a tutti gli ascensori della mia vita, delle mie case e delle mie città. La fruizione, valorizzata dall’ambiente intimo, è stata intensa e completa. L’atmosfera mi ha dato la possibilità immediata di animare delle riflessioni, esattamente come quando l’ascensore ci distoglie per qualche secondo dal brusio dell’esterno e fa da anestesia delle questioni della vita al di fuori. Sulla linea di questo meccanismo di stand-by Sonia viaggia lungo i percorsi tortuosi del suo passaggio, e io mi sono fatta per la prima volta delle domande facendo su e giù in un ascensore verticale e orizzontale, nel tempo e nei suoi rumori.

Domanda impossibile: non la tua opera preferita ma quella che ti ha fatta innamorare di colpo.

Daniela: Sicuramente quando ho conosciuto Sonia non avevo ancora visto alcune delle sue opere, ma quando sono entrata nel suo studio per la prima volta, ricordo che a colpire particolarmente la mia attenzione è stata proprio Mio padre e suo figlio. Sonia lo sa, anche quando si ipotizzava di non inserirlo in mostra – perché a livello cronologico più datato di altri lavori – ho lottato perché rimanesse.

Ilaria: Questa cosa mi ha fatto venire in mente un milione di riflessioni sul rapporto che ti porta a lavorare in sinergia con un artista, alla necessità di dover far coesistere in modo poetico e funzionale lo spirito intuitivo e quello organizzativo. Il curatore a mio parere dovrebbe avere la straordinaria abilità di coniugare la creatività al senso critico e pratico, tirandone fuori degli equilibri ad incastro unici e irripetibili. In questo caso, è suggestivo e affascinante immaginare che senza questa tua battaglia probabilmente la mostra sarebbe stata diversa.

Daniela: Un bel punto di vista. Per me il vero senso del lavoro che faccio è assistere con sorpresa alla nascita di qualcosa, anche la mostra è un iperoggetto, qualcosa di più complesso della semplice presentazione del lavoro di un artista. Nasce sempre in un contesto preciso, come in questo caso si è caricata anche dei significati del presente e vive in una forma spaziale tutta sua. Questo campo di possibilità è tutto per me e mi spinge a cercarne continuamente di nuove. Quando poi si lavora in sintonia e ci si capisce profondamente le cose si sviluppano in maniera molto fluida e in questo caso è stato esattamente così!

Ilaria: Non fatico a dire che si vede! In un mare di proposte mainstream e ripetitive, sposare un’indagine artistica sincera alla capacità intuitiva di un curatore genera impatto e senso. Rende la mostra un coronamento complesso e concreto di un processo di studio, di ricerca, di dialogo e di tentativi. Grazie per averlo fatto in modo sincero e ragionato con Allegra ma non troppo.

Daniela: Grazie a te per le belle parole e per esserti messa in ascolto!

Ilaria Sola e Daniela Cotimbo

 

 

Ho provato a seguire docilmente quest’idea molle. Ho incontrato molti spazi inutilizzabili, e molti spazi inutilizzati. Ma non volevo né l’inutilizzabile, né l’inutilizzato, bensì l’inutile. Come scacciare le funzioni, i ritmi, le abitudini, come scacciare le necessità? Ho immaginato che abitavo un appartamento immenso, talmente immenso che non riuscivo mai a ricordarmi quante stanze ci fossero (l’avevo saputo un tempo, ma l’avevo dimenticato, e sapevo di essere ormai troppo vecchio per ricominciare un conteggio così complicato): tutte le stanze, eccetto una, sarebbero servite a qualcosa. L’essenziale era trovare quest’ultima.

Georges Perec, Specie di Spazi

Sonia Andresano – Allegra ma non troppo. A cura di Daniela Cotimbo.

Fino al 17/07/2020, AlbumArte (via Flaminia 122, Roma)

 

L’immagine di copertina è l’installazione “Per filo e per segno” di Sonia Andresano, 2018. Foto di Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

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