C’è un momento, circa a metà del film, in cui il non-ancora-Joker (ma-già-sulla-buona-strada) Arthur Fleck, uscendo dal suo (ormai ex) luogo di lavoro, cancella alcune parole da un cartello appeso a margine di una scala, trasformando DON’T FORGET TO SMILE (non dimenticare di sorridere) a DON’T SMILE (non sorridere). È un momento che la colonna sonora – a cura della pur bravissima Hildur Guðnadóttir – sottolinea con un paio di accordoni drammatici, e che viene immortalato magistralmente da Todd Phillips.

È anche un momento che non merita tutta questa gravitas, eppure rischia di venire riproposto sulle copertine di Facebook di tutto il mondo, sulle bacheche, negli avatar, nelle chat di whatsapp. Chi scrive ammette con sincerità di non essere in grado di gustarsi fino in fondo i film pieni di “moment gif”, ovvero quelle scene palesemente costruite avendo in mente il tasto SHARE dei vari siti e social network, e di cui sono piene soprattutto le serie tv. Questi momenti vengono poi riproposti dai sempre attivissimi social media manager dei vari contenitori/servizi di streaming (basti pensare a Stranger Things, un’intera serie costruita a colpi di gif): è l’intrattenimento ai tempi della riproducibilità memetica, direbbero quelli arguti.

Joker, a differenza però di altri film, riesce a dissimulare molto meglio questo fastidioso effetto proprio perché è un film che parla di simboli e significati, facendolo con grossa ambizione e con piglio incendiario e anarcoide (non anarchico: anarcoide) tipico del suo regista Todd Phillips, uno che è bravissimo a mettere in disordine la propria cameretta comportandosi però bene con i genitori, cresciuto, dopo un primo film-documentario dedicato al più anarcoide di tutti (ovvero G.G. Allin, performer punk rock e personaggio assolutamente Phillipsiano), nel mondo delle commedie a medio e alto budget (la saga di Una Notte da Leoni su tutte).

Questo piglio è probabilmente la vera cifra stilistica e autoriale di Joker – è un film di Todd Phillips, e tanto basta: è l’opera personale di uno che sa girare non soltanto commedie, strapiena di cose che lui ama e che lui pensa. Incidentalmente, questo è forse il suo più grande limite: le cose che interessano a Phillips sono tante, la voglia di entrare in profondità nel raccontarcele un po’ meno. Così Joker diventa l’emblema di una rivolta in stile “Occupy”, talmente populista e violenta che nemmeno il Frank Miller del periodo Holy Terror avrebbe potuto immaginarsela più esagerata (però, a sommessa opinione di chi scrive, fosse anche solo per affetto, il vecchio leone l’avrebbe fatto meglio), ma non è mai troppo chiaro perché questo avvenga: al di là di una Gotham sporca come la New York degli anni Settanta, e tagli al welfare e alle strutture sociali visti soprattutto dagli occhi di Arthur, non esattamente affidabili, il malcontento generale è una specie di elemento dato per scontato. Il popolo sta male, punto.

Il tentativo di abbozzare un discorso sulla triangolazione élite – media – popolo, va detto, c’è tutto, e si estrinseca in una scena (la migliore del film) ambientata in un cinema dove, a ripararsi dalle proteste dei poveri cristi che vomitano il loro odio nei confronti delle élite, i ricchi di Gotham City stanno guardando Tempi Moderni (tra loro c’è anche un Thomas Wayne in versione Luca Cordero di Montezemolo ai tempi della fondazione di Italia Futura, perennemente indeciso se scendere in campo o no). Una riflessione che si chiude nel modo più brusco e phillipsiano possibile: con un pugno in faccia (a ben pensarci, questo è tutto fuorché un difetto).

Allo stesso modo, Phillips intraprende un altro discorso concluso forse un po’ repentinamente, incidentalmente il più interessante e universale: che questi moti populisti sono pieni di simboli che non simboleggiano nulla, e sono principalmente contenitori vuoti da riempire a proprio piacimento. Le maschere da clown indossate dai partecipanti ricordano ovviamente quelle di V., protagonista di V per Vendetta, figlio di un autore (Alan Moore) con un preciso bagaglio culturale ed ideologico e usate negli anni a proprio piacimento da chiunque, anarchici, fascisti e comunisti: qui, invece, è tutto l’opposto. A Joker delle proteste non frega assolutamente niente, ma non esita un secondo a cavalcarle perché, come Todd Phillips, è nel caos che dà il meglio di sé, e questa dichiarazione di intenti è esplicitata mutuando una scena da un’opera del già citato Miller, una citazione straniante ed emozionante nel suo essere riproposta in maniera assai diversa, che finisce forse per dare spazio un po’ troppo velocemente a Joker per come lo conosciamo da decenni, salutando per sempre Arthur.

C’è stato al cinema un Batman che parlava in maniera insistente di simboli, della loro importanza e dell’importanza di avere qualcosa in cui credere: anche Joker lo fa, seppure in maniera diametralmente opposta, così opposta che qui Batman non c’è, non ancora. Non solo: quando Arthur, dopo il suo primo omicidio, passa davanti a un’edicola, legge la testata di un giornale che incorona lui, l’assassino, come un “vigilante”: non un criminale, non un pariah, non un fuorilegge, bensì un Robin Hood sanguinario che assurge a capro espiatorio della classe dirigente tra college boys. È un mondo (il nostro, in potenza) in cui l’omicidio di tre ragazzi ricchi, capricciosi e arroganti, ma pur sempre innocenti, è diluito dai media con l’ambiguità morale di chi ritiene che sia più opportuno farsi giustizia da soli. Da cattivo, Joker diviene supereroe liminale fra bene e male, sulle cui azioni le élite farebbero bene a esprimersi con cautela, pena la gogna popolare.

Un Joker senza Batman è lo specchio dei nostri tempi, mentre un film anarcoide, provocatorio e leggermente confusionario è un segno del suo autore, e poche cose sono stupide come chiedere a un autore di parlare nel modo in cui piace a noi e non a lui. Joker non è meglio di così perché è un film di Todd Phillips, solo e soltanto suo, un film di un cinico che adora parlare di caos, dei suoi agenti, della grettezza umana, rimanendo però nei confini del cinema mainstream e dello storytelling classico, siano essi quelli della commedia o il character study.

Difficile lamentarsi, visti i precedenti: l’ultima volta che abbiamo visto un film di supereroi “per adulti” era Logan, un (divertente) pasticcio al sapore di fumetti grim & gritty anni Novanta, non particolarmente riuscito. Joker è un’altra cosa, e visto il risultato è difficile accontentarlo quando ci chiede di non sorridere.

Enrico Procopio

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