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Appunti per una strategia di resilienza culturale

By 2 Luglio 2019 No Comments

Il concetto di “città resiliente” è emerso negli ultimi decenni in risposta alle nuove sfide che le città sono chiamate ad affrontare, tra cui quelle poste dalla crisi economica e sociale. In termini generici, una città si definisce resiliente quando è capace non solo di reagire ai mutamenti esterni, adattandosi ad essi, ma anche di prevenirli o di sfruttarli come opportunità.

La resilienza urbana può essere declinata in una molteplicità di dimensioni, ognuna delle quali ha le proprie “regole del gioco”, ovvero un certo sistema di attori e di variabili, di vulnerabilità e punti di forza, dati dal contesto di riferimento.

Se ci soffermiamo sull’ambito culturale, ci accorgiamo subito che la sfida della resilienza è particolarmente ardua. La crisi morde feroce un settore implacabilmente affetto da quello che gli economisti chiamano “sindrome di Baumol”, i finanziamenti pubblici per la cultura si contraggono mentre quelli privati stentano a decollare e la posta in gioco altissima, la cultura, è il collante delle relazioni sociali rese deboli da contesti depauperati, è motore di inclusione, volano economico anticiclico e, last but not least, fattore imprescindibile per il benessere individuale.

Come stanno reagendo le nostre città a questa sfida? A titolo di esempio prendiamo il caso di una provincia di medie dimensioni, Ancona, e analizziamo un comparto specifico, quello dello spettacolo dal vivo. Nel complesso, il sistema – caratterizzato da alcuni “assi portanti” di indiscusso rilievo (un Teatro di Rilevante Interesse Culturale, diversi festival con uno storico importante per qualità artistica e/o presenze di pubblico) e da un diffuso protagonismo associativo – sembra reggere il peso degli stress a cui è sottoposto.

Aumentando il livello di dettaglio ci accorgiamo però che, analogamente a quanto avviene in altre città di dimensioni simili, l’armatura culturale scricchiola. In particolare, il comparto della musica live è quello che sta accusando maggiormente il colpo – e ha bisogno di essere analizzato. Le ragioni sono molteplici e incrociano diversi livelli: il sistema della musica è cambiato e si sono affermate nuove forme di fruizione (e dunque di produzione); manca una strategia organica di valorizzazione musicale a livello nazionale, regionale e locale; la burocrazia è spesso farraginosa e l’osservanza delle norme sempre più esosa; agli operatori sono richieste competenze diversificate e di livello elevato, mentre le occasioni di formazione scarseggiano.

Tutto ciò si è tradotto in una progressiva desertificazione, sino alla quasi totale assenza di locali idonei ad ospitare eventi live di un certo rilievo.  Povera Ancona? Non esattamente, perché la medesima dinamica è osservabile, a diverse intensità, in tante provincie.

Ed è da qui che bisogna ripartire, suggerisce la resilienza. Si dirà: è una questione del privato. Tradotto: l’imprenditore, in possesso di adeguate risorse e competenze, apre il proprio locale e pone fine al problema. Almeno per un po’. Ma siamo sicuri che questa sia una strategia?

La partita della resilienza culturale è complessa e cruciale per il futuro di una città, tanto da non poter essere ridotta ad una questione meramente privata: schiacciato dalle dinamiche sopra citate, esacerbate dalla logica del profitto (nel migliore dei casi per mera questione di sopravvivenza), viene da chiedersi quale tipo di prodotto culturale il privato sarebbe in grado di offrire alla comunità – e a quale prezzo.

Sgombrato il campo da soluzioni semplicistiche, proviamo allora ad affrontare in maniera propositiva e sistemica il tema della carenza di presidi stabili per la cultura particolarmente riscontrabile in città di piccole e medie dimensioni.

Prerequisito fondamentale appare la costituzione di una comunità di partner che condividono la visione di uno spazio culturale ibrido ove si produce e consuma cultura, attivo per i due terzi del giorno, accogliente e inclusivo, capace di esprimere una progettualità innovativa e di collaborare con gli altri attori dello spazio urbano e con la Pubblica Amministrazione. Che, dal canto suo, potrebbe facilitare il processo, stimolando l’emergere di nuove e inedite interazioni pubblico-privato.

Il recupero degli spazi urbani sottoutilizzati o dismessi rappresenta un’importante leva a disposizione delle Amministrazioni per dare vigore alle istanze locali di produzione e consumo culturale. Sottoposti ad un recupero graduale, che vede protagonista la comunità di riferimento, questi vuoti urbani vengono così trasformati in “beni comuni” di cui tutta la comunità può tornare a godere (“effetto collaterale” difficilmente monetizzabile ma di non secondaria importanza).

Strategie diverse, ma sulla stessa linea che vede la Pubblica Amministrazione nel ruolo di facilitatore di processi, possono ispirarsi ai principi dell’uso temporaneo degli spazi, al baratto amministrativo, ai Patti di collaborazione o ai Regolamenti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni.

Gli operatori, dal canto loro, sono chiamati a perseguire una strategia di sostenibilità economico-finanziaria dello spazio in cui agiscono che poggia su di un funding mix differenziato, che mette a sistema pubblico e privato: finanziamenti locali, nazionali e sovranazionali, vendita di servizi core, proventi (o risparmi!) derivanti da sinergie e partnership con altri operatori del territorio.

Tutto ciò senza rinunciare alla propria mission e senza doversi snaturare, ma anzi costruendo e alimentando, giorno dopo giorno, un dialogo con il proprio pubblico, prevedendo anche forme di co-progettazione e co-design dell’offerta culturale, in linea con i principi dell’audience development e engagement che si vanno affermando ormai un po’ ovunque. L’obiettivo primario è lavorare alla costruzione di reti lunghe, per dare vita ad un ecosistema locale in grado di fronteggiare le difficoltà che il vivere in tempi complessi pone.

La buona notizia è che le buone pratiche, in questi termini, esistono anche in contesti medio-piccoli e sopravvivono riuscendo a conciliare un pubblico non certo oceanico con un’offerta culturale di qualità e una progettazione fluida e inclusiva.  La lezione che si può trarre è che non servono eroi solitari né atti di eversione, ma azioni coordinate e di sistema. La sfida della resilienza culturale in provincia si vince con strumenti nuovi e alleanze inedite. E non può prescindere da un patto virtuoso tra pubblico e privato.

 

 

Mara Polloni

 

Foto:  © Cristiana Rubbio per Hip Nic 
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