Architettura e affari internazionali: interdipendenze

Architettura e affari internazionali: interdipendenze

A prima vista potrebbe sembrare che non ci sia nulla in comune tra gli affari internazionali e l’arte, e in special modo tra le relazioni internazionali e l’architettura. Ma è vero? Diamo un’occhiata all’Esposizione Universale: per decenni ha presentato la crescita tecnologica e il potere economico dei diversi Stati; al tempo stesso attraverso i padiglioni dei vari Paesi ci ha lasciato osservare differenti stili e sviluppi architettonici.

Oggi tutti sanno che la posizione di un Paese nel quadro internazionale dipende dalla sua immagine positiva. Se torniamo all’Esposizione Universale, possiamo vedere un numero enorme di amministratori e impiegati che prendono arte alla sua organizzazione. Per una nuova generazione di manager culturali è importante tener presente che l’organizzazione di ogni attività culturale durante l’Esposizione potrebbe esercitare un impatto positivo sull’immagine di un Paese e contribuire, come risultato, a stabilire relazioni solide con altri Paesi nell’arena internazionale. Ecco, la politica del ‘soft power’ e la diplomazia culturale sono più importanti che mai.

Il manager culturale del nostro tempo dovrebbe avere la vista estesa, e durante la creazione dei progetti culturali pensare non soltanto alla qualità dei progetti stessi, ma anche al loro impatto futuro sulla società. In questo contesto l’Esposizione Universale potrebbe essere il miglior esempio di come manager emergenti possano mettere in evidenza il profilo tanto economico quanto politico dell’evento. Inoltre, potrebbe mostrare l’interdipendenza tra affari internazionali e arte.

Possiamo dire che oggi viviamo nel mondo della trasparenza informativa, in cui l’istruzione è accessibile per tutti, o quasi. Tuttavia, un’area come l’architettura è ancora molto chiusa e di norma soltanto i professionisti se ne interessano. I non addetti tendono a dare l’architettura per scontata, come parte delle decorazioni della vita quotidiana.

Nelle relazioni internazionali c’è una teoria, detta costruttivistica, che rappresenta la società come una costruzione formata sotto l’influenza delle élites politiche sui profili etnici. Allo stesso tempo appare interessante che in architettura il costruttivismo sia orientato ad accrescere l’importanza dell’architettura stessa nelle vite delle persone ordinarie, allo scopo di formare una nuova arte, una nuova ideologia e un nuovo stile di vita.

Fin dai tempi antichi l’arte è sempre stata influenzata dalle relazioni internazionali. Innanzitutto, come strumento-chiave dell’ideologia, essa è stata capace di dar forma ai modi di pensare e di conseguenza di influenzare i comportamenti. In questo caso l’architettura è uno degli strumenti più efficaci. A confronto con le altre arti è di fatto impossibile ignorare l’architettura: ci viviamo dentro. Inoltre possiamo osservare che molti termini del gergo architettonico sono piuttosto simili a quelli adottati nelle relazioni internazionali. Ad esempio: “solide fondamenta per relazioni costruttive”, “profili di un nuovo mondo”, “la relazioni sono costruite”, “rafforzare la base della cooperazione”, e così di seguito.

Per di più talvolta diversi monumenti architettonici possono rappresentare un intero Paese: sentendo “Casa Bianca” o “Cremlino” si immaginano gli Stati Uniti o la Russia. E perfino il gruppo delle grandi economie nazionali emergenti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) suona in inglese come ‘bricks’, mattoni.

Per secoli l’architettura ha influenzato i popoli. In Egitto i Faraoni costruivano piramidi monumentali per sottolineare la propria importanza e mostrare la propria connessione con gli Dei; gli Imperatori romani costruivano edifici enormi e strade che collegavano le città e incoraggiavano la crescita del commercio mondiale. Le forme monumentali hanno sempre espresso un potere forte e centralizzato.

Un esempio eclatante dell’influenza sulle masse e sulla costruzione di ideologie tra i popoli si trova nell’Esposizione Universale del 1937 a Parigi, dove si possono notare opposti due padiglioni e due ideologie, l’Unione Sovietica e la Germania. Il padiglione sovietico era stato progettato da Boris Iofan e aveva la forma di un grande piedistallo, spesso paragonato a un’onda dinamica e potente nella cui cresta si può vedere la famosa composizione scultorea “Un lavoratore e una donna del Kolkhoz” di Vera Mukhina.

                     

Il giovane e la donna rappresentano i nuovi proprietari della terra sovietica (operai e contadini di fattorie collettive). Brandiscono insieme falce e martello, i simboli più importanti del lavoro e dell’Unione Sovietica. Inoltre la scultura stessa rimanda alla famosa Vittoria Alata del Louvre (la Nike di Samotracia), allegoria di vittorie trionfali. Chiaramente il concetto stesso del padiglione intendeva riflettere il potere e la rapida dinamica del primo Stato socialista al mondo, basato sul lavoro e sull’entusiasmo dei cittadini sovietici.

Il padiglione tedesco progettato da Albert Speer era situato in fronte a quello sovietico ed era un’alta torre sormontata da un’aquila ritta su una svastica, il simbolo del Paese nazista. E’ interessante che questo padiglione fosse il più dispendioso dell’Esposizione Universale di Parigi. Il costo elevato può essere spiegato dal desiderio del governo tedesco di costruire l’intero padiglione esclusivamente con ferro e pietra tedeschi, un pezzo della terra santa germanica. Il potere e la natura di fondo del padiglione tedesco riflettono pienamente l’ideologia di un regime totalitario.

Questo confronto internazionale mostra che l’architettura è una sorta di arte della persuasione, dal momento che può determinare il nostro modo di vivere. Naturalmente è impossibile affermare che le relazioni internazionali siano determinate soltanto dal fattore culturale, ma possiamo dire che la cultura è un elemento importante per formare la coscienza dei popoli: è un fattore-chiave nella connessione tra le Nazioni.

Dall’esempio dell’Esposizione Universale del 1937 vediamo che l’architettura può essere uno strumento di influenza politica. Al tempo stesso questo esempio può servire per il presente: così i manager culturali possono pensare in grande e comprendere che grazie agli eventi culturali realizzati all’estero possono migliorare o danneggiare l’immagine generale del proprio Paese, renderla più positiva o negativa e contribuire a perseguire obiettivi economici e politici.

 

 

Alexandra Sokolova

Tools For Culture

Tools For Culture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

RELATED ARTICLES

What if god was one of us?  Una mostra di Filippo Riniolo

What if god was one of us?  Una mostra di Filippo Riniolo

[ascolta qui la colonna sonora di questo articolo]   Loro Ora lo dico: c’è sempre stato qualcosa di sacro n

LEGGI TUTTO
La Fornarina, tra Raffaello e Mirò

La Fornarina, tra Raffaello e Mirò

In questi mesi Palazzo Zabarella, Padova, ospita un’interessante e preziosa mostra su Joan Mirò. In una cornice

LEGGI TUTTO
Apriti cielo!

Apriti cielo!

Negli ultimi anni, contestualmente al mio lavoro di ricerca artistica, mi sono spesso interrogata sul “luogo” m

LEGGI TUTTO

Lascia un Commento