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Arte in portineria. Il non-format degli spazi indipendenti

By 17 Febbraio 2020 No Comments

Mentre oggi (stra)parliamo di museo diffuso, non fatichiamo a immaginare la conformazione di grandi città, sempre più spesso e più evidentemente caratterizzata da operazioni di arte urbana più o meno forti, più o meno riuscite. Pensiamo agli eventi culturali, agli avvenimenti creativi, alla cultura che si fa estemporanea. Iniziamo a considerare, comunque meno del dovuto, quella complessa e sfaccettata tessitura di spazi indipendenti, che con manifesti di nuovo più o meno forti, più o meno riusciti, si fanno portavoce del verbo contemporaneo di innovare, coinvolgere, destrutturare. Ma destrutturare che cosa? L’offerta culturale? I luoghi deputati alla fruizione? Le istituzioni istituzionali? Le metodologie inaccessibili? Le interazioni dentro-fuori? O magari ciascuno di questi elementi semplicemente ridisegnando i format?

Nel linguaggio televisivo, humus fertile per l’applicazione del termine, il format è l’idea essenziale, la formula di base secondo cui viene concepita una tipologia di prodotto che può essere trasposto e replicato tale e quale. E la cultura, con le sue infinite forme, facce e declinazioni dovrebbe poter rientrare nelle righe di un format? Dovrebbe essere dimensionata quindi in un solo “formato”? Se ci si guarda indietro si può dedurre che un format di mostra bloccato difficilmente può funzionare in spazi diversi, luoghi diversi, verso pubblici diversi. Allo stesso tempo la cultura della contemporaneità che straripa multiforme e multidisciplinare non può che soffrire la gabbia dell’unico e dell’univoco. Demonizzare quindi il format stesso? Non se flessibile. Indubbiamente però da riplasmare, da ripensare, da “customizzare”.

Un sistema in continua evoluzione come quello dell’arte, dei dispositivi narrativi, delle possibilità di fruizione culturale, sembra ancora recalcitrante ad uscire dagli schemi secolari delle istituzioni, più degli altri duri a spezzare lo status quo. Insomma, di alcuni format si potrebbero prendere singoli segmenti funzionanti e mischiarli ad altri inediti, oppure cambiarne la disposizione e renderli così ancora più efficaci. Proprio questo meccanismo è stato messo a punto e riproposto in una trovata spiazzante che viene da Firenze. I segmenti sono: arte, riqualificazione, accoglienza, architettura e la loro somma fa La Portineria, un nuovo spazio indipendente per l’arte contemporanea che occupa e valorizza un condominio degli anni Settanta.

Il luogo della trasformazione è un edificio di pregio firmato da Oreste Poli che spezza la monotonia urbanistica di una zona residenziale e laterale come Campo di Marte. La struttura, in Viale Duse 30, viene completata nel 1974 in un momento di ricerca architettonica di Poli in cui l’arte costruttiva mirava ad unire la semplicità e il rigore delle linee con l’espressività vigorosa della potenza materica: il cemento, versatile e dominante, dialoga con le grandi vetrate e gli elementi leggeri in legno Douglas, il blocco monolitico viene alleggerito dal movimento concavo-convesso delle terrazze. Il cuore pulsante dell’operazione è la portineria, per sua intrinseca natura zona di passaggio e di scambio tra pubblico e privato. I nomi implicati sono quello di Matteo Innocenti, ideatore e direttore, del Gruppo Poli, proprietario dell’immobile a scopo abitativo e della società di comunicazione PMG, con sede nel palazzo, che offre sostegno e spazio all’iniziativa.

In occasione della ristrutturazione della palazzina, Innocenti – già curatore indipendente – ne sfrutta il valore storico ed estetico scegliendo di renderla un luogo ancora più inusuale e significante. La struttura è già di per sé eccentrica; la disposizione dei volumi è asimmetrica, predomina il cemento armato a vista (a cui l’occhio pieno di Rinascimento continua a non abituarsi) e rimane uno degli esempi più interessanti dell’architettura dei Settanta a Firenze. E in sostanza chi lo dice che l’arte deve essere ordinatamente confezionata nei suoi contenitori deputati? L’esperimento riuscito della Portineria è la prova tangibile della forza dei sincretismi, degli ossimori e delle interazioni inaspettate, che costituiscono cortocircuiti e generano energia. Lo spazio del palazzo da subito destinato all’accoglienza e al passaggio è come una zona grigia, indefinita, una dimensione precaria che oggi ospita esperimenti, precari per antonomasia.

Le operazioni si caratterizzano per l’assenza effettiva di una linea conduttrice, cosa che permetterà di vedere susseguirsi artisti di differenti provenienze, tagli comunicativi, media, estrazioni, generazioni, gusti e soprattutto una sorprendente eterogeneità di formati variabili di opere che si adatteranno in modo sempre più inedito allo spazio. Nei prossimi mesi la sofisticatezza della sfida si andrà a complicare e lo spazio, in uno dei due vani gemelli di cui è costituito, si presterà a ospitare iniziative di portata internazionale, ampliando così la programmazione su più livelli. Il ritmo concitato di allestimenti ed eventi, in questa nuova dimensione, corrisponderà idealmente ad una catena di format sempre rinnovati, conseguenza studiata dell’impossibilità di bloccare le nuove tensioni creative in una struttura preordinata. Le prossime mostre in Portineria, infatti, si propongono di creare legami e interazioni dirompenti tra curatori e artisti e soprattutto permetteranno ai diversi protagonisti di appropriarsi dello spazio invadendolo, di entrare con questo in una relazione osmotica capace di trasformarlo in qualcos’altro per un tempo determinato.

La Portineria è un nuovo spazio progettuale e concettuale, che non si limita alla funzione “formattata” di contenitore espositivo. Piuttosto si distacca dai format canonizzati e ne crea uno capace di accoglierne a sua volta infinite varietà, sempre frutto di pensiero e ricerca ad hoc. I progetti espositivi quindi cambieranno ogni anno modalità e contenuti, così da rendere l’ambiente un vero centro di diffusione e divulgazione, di attività continuata, di creatività trasversale e di stimolo culturale. Una portineria non può peccare di staticità e una portineria artistica si determina ancora di più come luogo abitato e aperto contemporaneamente verso l’interno e verso l’interno.

L’idea, di fatto, si impernia sia sulla presenza forte di progetti di ricerca artistica strutturati in un ambiente non consono, sia sull’obiettivo di generare un legame solido tra una proposta culturale indipendente e un dove – un luogo, un quartiere, una città. Gli ingredienti per un anti-format ci sono tutti: lo spostamento del contenuto in un non-luogo, la riqualificazione di un edificio di evidente valore storico-culturale, il rovesciamento di significato di un ambiente di frequentazione comune, il cambiamento intenso e continuo della proposta culturale, la varietà dei destinatari. Creare o copiare? Scegliere di riscrivere i format è possibile ed è il dispositivo necessario che fa parlare di cultura e contemporaneità.

Ilaria Sola

CultureFuture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.