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Attivismo artistico e riappropriazione del ruolo sociale dell’artista. Un’intervista a Cristina Donati Meyer

By 23 Maggio 2019 No Comments

Nell’Italia di oggi, nonostante gli sforzi del mondo della cultura e dei practitioners che si occupano di sviluppo sociale a base culturale, l’attenzione crescente verso la figura dell’artista come lavoratore professionale fatica ad affermarsi se non ai più alti livelli del mondo del mercato dell’arte.

La legittimazione non ha solo a che vedere con un inquadramento di settore, ma riflette un immaginario pop stantio che la figura dell’artista trascina con sé come un fardello, il quale ricalca ancora troppo spesso lo stereotipo bohemien del maudit, simbolo di sregolatezza, libertà e alienazione dalle convenzioni sociali e dunque dalla società stessa.  Si perpetua l’eterna scenetta a cui gli artisti devono soggiacere, quella per cui alla domanda: “che lavoro fai?” la risposta “faccio l’artista” è considerata poco credibile e inappropriata, e alla quale segue la solita questione: “no, intendo dire, qual è la tua professione?”.

La legittimazione professionale ha una forte ricaduta sociale sul vuoto di senso e strumenti a cui gli artisti sono in grado di rispondere in contesti in cui il loro lavoro è riconosciuto e fortemente sostenuto.

Come il sociologo statunitense Howard Becker affermava già decenni fa, gli artisti sono attori sociali che fanno parte di un sistema di azione collettiva. Alla totale libertà di azione e creazione che caratterizza l’artista “non professionista all’italiana” (un vero tradimento della nostra storia dell’arte) si contrappone il modello dell’artista educatore che fiorisce maggiormente in esperienze come quella americana.

È molto caldo il tema del ruolo professionale e dell’impatto sociale dell’artista che con il suo good practitioner behaviour ha il compito sociale e pedagogico di educatore e di modello positivo per la comunità. Un’ottica che può apparire da un lato più paternalistica, se contrapposta all’idea che ingabbiare l’artista in una funzione sociale infici la libertà di creazione (nell’eterna lotta, incredibilmente ancora irrisolta, tra praxis ed estetica); d’altro canto, un’ottica più lungimirante, consapevole e legittimante, in cui l’artista è socialmente riconosciuto come un agente mediatore dell’educazione e della cultura, una figura a cui le istituzioni private, scolastiche e le amministrazioni pubbliche possono affidare aspetti della pianificazione strategica della rivitalizzazione di contesti urbani, della costruzione di fiducia tra gruppi di lavoro e di coadiuvante per il benessere della comunità.

In queste esperienze artistiche, le teaching social practices e community-engaged practices condividono gli stessi strumenti metodologici e gli stessi obiettivi di inclusione degli individui nei processi, nella costruzione collettiva e condivisa di concetti e progetti, e di decostruzione e ricostruzione di strutture attraverso strade di pensiero alternative. La collaborazione tra artisti e comunità, scuole e amministrazioni, prevede strategie di potenziale e profonda trasformazione e nuove pratiche dove lo spazio sia informale e formabile in relazione alle dimensioni di quella che Simmel definisce la social form. Il punto cruciale della legittimazione del ruolo sociale dell’artista sta proprio nella rimessione della responsabilità degli outcomes di questa relazione – come lo sviluppo di fiducia reciproca, la sensibilizzazione, l’apprendimento profondo e la creazione di risorse condivise – nelle mani di questi agenti e mediatori della cultura.

Quando invece la responsabilità sociale degli artisti non trova un riconoscimento del suo profilo educativo nella società, viene affidata alla sensibilità personale del singolo. Emergono dunque, tra le maglie di questo ambito, figure artistiche che cercano di riappropriarsi delle redini dei dibattiti sociali, politici, nazionali ed internazionali, nella sfera pubblica attraverso l’attivismo artistico. Le attuali discussioni sull’arte pubblica, sulla natura stessa della sfera pubblica nel contesto della globalizzazione e dei ragionamenti sul conflitto tra individui e gruppi nella stessa, trovano al centro la questione dell’attivismo artistico, strumento di azione e ragionamento sulla capacità dell’arte di funzionare come arena democratica, come mezzo di contro-informazione e di educazione di gruppi eterogenei. Gli artisti attivisti non hanno infatti come primo obiettivo la mera critica delle condizioni politiche e sociali o del sistema dell’arte e dei mercati. Vogliono piuttosto cambiare queste condizioni per mezzo dell’arte, utilizzando lo spazio pubblico come tela e la realtà come strumento.

Gli attivisti dell’arte agiscono a favore dei gruppi più deboli, delle minoranze e delle cause su cui è urgente riflettere; essi reagiscono al il crescente collasso della società contemporanea provando a sostituire lo stato sociale e le ONG che per ragioni diverse non riescono ad adempiere al loro ruolo. Ma, allo stesso tempo, non vogliono smettere di essere artisti. E questa condizione, in un ambito di non legittimazione dei ruoli, diventa il campo di battaglia teorica e politica in cui sorgono problemi pratici di opposizione al loro lavoro. Additati prevalentemente di vandalismo, coloro che cercano di combinare arte e azione sociale vengono attaccati da entrambi i fronti.

Come racconta Boris Groys, secondo una certa tradizione intellettuale, è bene opporsi all’estetizzazione della politica in quanto la sua spettacolarizzazione è strumento di distrazione di massa; secondo un cert’altro pensiero di critica “facile da rifiutare”, l’attivismo artistico non riesce a soddisfare una certa qualità nella produzione delle opere. E questo significa che l’arte non potrebbe essere usata come mezzo di una vera protesta politica perché l’estetizzazione di questa azione neutralizza l’effetto della pratica stessa.

Eppure troviamo questa frattura filosofica ampiamente colmata dalla potenza di operazioni e pratiche di artisti socially-engaged dal curriculum internazionale come Tania Bruguera, Ewa Partum, Sheba Chhachhi, Guerrilla Girls, Suzanne Lacy, Minerva Cuevas, Anri Sala, Gianni Motti, Sislej Xhafa, Shu Lea Cheang, Superflex, Marjetica Potrc’, per citarne solo alcuni. La stessa incisiva sentenza di Ai Wei Wei che recita “everything is art, everything is politics” è la lente perfetta attraverso cui leggere questo approccio che non rivela un dualismo tra forma e contenuto, bensì una reale impossibilità di scissione.

Cristina Donati Meyer, artista italiana, si è affacciata allo scenario dell’attivismo artistico da un anno, portando un’ondata di colore e polemiche sul territorio Milanese. Cristina afferma: “Tutti facciamo politica, ogni giorno, anche solo facendo la spesa, magari in maniera indotta e inconsapevole.”

Proveniente dai movimenti ambientalisti, animalisti e femministi, l’artista è recentemente entrata nell’occhio del ciclone dei media, citata da The Guardian, The Times e dal Washingtonpost per uno dei suoi ultimi interventi di critica femminista alla scultura ipertrofica di Gaetano Pesce, Maestà Sofferente, esposta in Piazza del Duomo durante la Design Week di Milano.

La incontro proprio in questa occasione, nel distretto di via Tortona. Mi mostra alcune delle sue affissioni ai muri del Mudec. Sopravvivono alla rimozione tre stampe, una della serie delle “Sei Donne Ribelli”, l’opera dedicata al World Congress of Families XIII che rilegge la “famiglia tradizionale” in chiave ariana e il manifesto di protesta contro il mercato al ribasso dell’ Affordable Art Fair.

Cristina si stupisce che le sue opere siano sopravvissute per ben un mese sui muri del Mudec e ipotizziamo che la loro legittimazione derivi proprio dalla loro posizione: immaginiamo che siano state scambiate per opere affisse dal museo stesso. In qualche modo, l’istituzione artistica le ha protette, intervenendo sulla percezione delle stesse.

Mi racconta la sua storia, la sua recente decisione di intraprendere una missione educativa non solo delle nuove generazioni ma anche di sensibilizzazione di un pubblico più vasto, per il quale sceglie icone riconoscibili, temi accessibili e dichiarazioni forti e didascaliche. La sua sensibilità personale si traduce nella necessità di agire nella forma che l’artista definisce dell’“artivismo”:

“Contestare, combattere le ingiustizie e gli orrori umani, le sopraffazioni per me è naturale. Da qualche anno lo faccio con l’arte pubblica, con la street art e con le performance. Mi ispiro a Banksy e sto programmando interventi anche in altre città europee. In genere affiggo le mie opere in quartieri che frequento e che amo, ma anche in zone periferiche o in aree a me meno familiari. Scelgo i muri pubblici e zone di affluenza affinché le opere durino più a lungo e possano essere ammirate, facendo riflettere, da più persone possibili. Con le mie opere, in genere, intervengo sui muri degradati, abbandonati e sovente pieni di scritte e affissioni di pubblicità. Quindi non ritengo di imbrattare o rovinare quei muri, bensì di rivitalizzarli.  Le mie opere vogliono essere ironiche, pungenti, immediate, a volte glaciali, di agevole comprensione. A scanso di equivoci nell’interpretazione, vicino all’opera, affiggo sempre una didascalia.”

Cristina non rinuncia al suo essere artista nell’atto della protesta, soprattutto perché gli strumenti di comunicazione e coinvolgimento emotivo dell’arte sono l’artiglieria per far breccia nell’indifferenza: “La pittura è per me sempre la via maestra. Utilizzo la ricerca pittorica e un certo virtuosismo cromatico al servizio dei miei ideali e dell’impegno sociale.”

Mi racconta della forte emozione provata nel parlare con i ragazzi delle scuole e nel condividere e scambiare con loro idee e progetti. Scatenare una riflessione collettiva o individuale racchiude la volontà di potenza che concretizza l’esistenza stessa dell’arte contemporanea al di fuori del semplice manufatto: “Se riesco a far riflettere anche una sola persona con le mie opere sono soddisfatta”.

Il ruolo educativo ed esemplare dell’artista si dispiega con naturalezza ed efficacia in occasioni come queste. Le occasioni collettive, le piattaforme democratiche, i palchi di prova per la creazione della cultura, sono le scene pubbliche in cui l’arte attivista trova il suo terreno fertile: è fondamentale che essi si moltiplichino e vengano sostenuti dalle amministrazioni locali, dagli enti e nelle comunità. Esercitare il diritto di riappropriazione del ruolo sociale dell’artista è oggi un’urgenza che permetterebbe una catalizzazione dei progetti volti al benessere della società. La collaborazione tra artisti e progettisti sociali è un’occasione di engagement collettivo e di ri-orientamento dello sguardo verso temi di etica, sostenibilità e democrazia che non possiamo più permetterci di perdere.

Cristina mi saluta di fretta, deve scappare: ci sono diversi ulivi centenari che sono stati sradicati dalle proprie terre e usati per allestire un corner pubblicitario che va urgentemente art-taccato!

 

 

Maria Tartari

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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