Avrei voluto esserci. Contro l’ossessione dei nostri tempi per l’immagine.

Avrei voluto esserci. Contro l’ossessione dei nostri tempi per l’immagine.
Una scena del film “Wish I was here” (2014).

Nel film “Wish I was here” (2014), scritto, diretto e intrepretato da Zach Braff, uno scorbutico settantenne ebreo malato di cancro (Gabe) tenta, sul finire del suoi giorni e con l’aiuto del primogenito (Aidan), di ricomporre la famiglia ormai separata e di ricongiungere i rapporti con uno scontroso figlio minore (Noah) che ha preferito, dalla morte della madre, allontanarsi dal mondo reale per poter fare i conti con se stesso. Del film, dalla fotografia sapientemente ricca e dalla trama profonda e i dialoghi brillanti in pieno stile Braff,  mi ha colpito in particolare una scena che ho trovato molto toccante e che ha aperto una riflessione che ho portato avanti fino ad adesso con operosità e minuzia. Mentre rovistano tra gli oggetti e i cimeli custoditi nella casa di Gabe (il vecchio scorbutico malato), il piccolo Tucker si imbatte in un barattolo trasparente, secondo lui pieno di meduse, che in realtà contiene tutte le lenti a contatto mai usate da suo nonno nell’arco di tutta la vita. Quando il bambino di cinque anni chiede a suo padre, Aiden, il perché di questa decisione, ne segue questo dialogo:

“Ha detto di non poterle buttare via perché contengono tutto ciò che abbia mai visto. Strano, vero? Ma è strano in modo bello. Mi piace.”

“Beh, deve aver visto un sacco di cose.”

“Vero. Se ci pensi, in tutti quegli anni tutte le cose che ha visto le ha viste tramite quelle lenti.”

A quel punto, sia per la storia con cui è fin troppo facile empatizzare (chi al mondo è immune da drammi familiari?), sia per la tenerezza della scena padre-figlio, sia per la devastante potenza di una semplice constatazione come quella appena pronunciata, il cuore si spacca giusto in mezzo. Dopo aver assorbito l’onda d’urto emotiva del film, però, ripensando alla scena mi sono soffermata, come milioni di persone prima di me, su questa necessità umana di custodire le immagini, imprimerle per conservarle ad oltranza, per…

Per?

Cui prodest? Per rivivere un’emozione? Per non dimenticarla? Per tramandare un’idea, un evento, un momento? Per immortalare che cosa?

Vediamola così: lo scorbutico settantenne ebreo malato di cancro non si disfa delle lenti a contatto perché quelle sono state il suo unico tramite per conoscere e vedere il resto del mondo intorno a sé. Ha deciso di conservare un pezzo di silicone idrogel la cui biotecnologia gli ha permesso di posare lo sguardo per la prima volta su sua moglie, sui suoi figli, sui suoi nipoti. Ma questo tipo di registrazione di informazioni sentimentali ed emotive può avvenire soltanto attraverso un meccanismo cerebrale: l’occhio non sa, perché il cervello non sa, che una determinata immagine che gli si para davanti dovrà essere custodita perché si rivelerà essenziale e stravolgente. Eppure archivia comunque l’informazione, e col senno di poi la manipola, la ritocca, la mette in deposito, ci infila probabilmente una colonna sonora adatta e un effetto bianco e nero o slow-motion per darle esteticamente la stessa dignità che ha dal punto di vista contenutistico. E così un’immagine, un fotogramma, un gioco di luci e ombre e colori si trasforma in qualcosa di ascetico, un viaggio nel tempo, un file da collezione disponibile alla visione privata ventiquattro per sette. Proprio come per chi, come me, astigmatico, o ipermetrope, o miope o strabico, tutto questo avviene in funzione di queste sottili membrane semirigide che possiamo togliere all’evenienza quando di guardare, dunque di sapere, dunque di essere consapevoli, non ne possiamo più.

Vediamola così: tutto ciò è molto romantico. È così che costruiamo ricordi, coscienti o meno, volenti o nolenti. La fregatura sta nel fatto che ci sono volte in cui il cervello non comunica la sua decisione di elevare a status di “ricordo” una determinata immagine impressa sulle retine. Ci sono volte in cui il cervello agisce sottobanco senza dire proprio niente e si mette lì ad archiviare di nascosto un’altra serie di immagini, magari prese dalla visione periferica, e le pone al sicuro nei meandri di un database neurale, senza minimamente disturbarsi di renderci partecipi. Non sarebbe un gran problema se non fosse che il suddetto cervello poi si diverta a riproporle nei momenti random più inadatti. Il cervello è il mio primo nemico – è il primo nemico di tutti. Non sai perché hai quell’immagine scolpita nella memoria ma ce l’hai e te ne rendi conto a distanza di tempo, ere geologiche, evi ed evi, per poi essere catapultato in una dimensione parallela in cui quell’immagine era reale.

Vediamola così: è quello che facciamo ogni giorno con i social network. Instagram ha legittimato un utilizzo selvaggio e sconclusionato dell’immagine-ricordo. Instagram è un frammento di attività cerebrale formato app: taglia, modifica, ruota, combina in un layout, metti qualche canzone di sottofondo, posta, archivia, salva. Instagram però, a differenza del cervello-mio nemico, non mi ripropone le mie stesse fotografie all’improvviso, nei momenti meno opportuni, mentre mi lavo i denti o mentre sono in treno. Su Instagram comando io, non il contrario; il feed lo gestisco io; io ho potere decisionale … teoricamente. Nella pratica, se la piattaforma nasce per condividere le foto con altre persone, allora uno deve assumersi anche il rischio di incontrarne altri, di cervelli iperattivi, malinconici, cattivi, subdoli, appariscenti o esibizionisti. È una trappola. Potenzialmente ogni immagine potrebbe essere destabilizzante, avere effetti, conseguenze non calcolate. E lì sta la fregatura, la qual cosa rende Instagram il mio nemico numero due.

Il punto è questo: come faccio a dimenticarmi di un ragazzo meraviglioso che ho amato per anni con ogni fibra del mio corpo e con cui la mia storia è finita con immane dolore, e concedermi di andare avanti nella mia vita sentimentale, se esiste questa moda malsana del #throwbackthursday? Come posso smettere di ripensare all’amico che non mi parla più dalla fine dell’università perché non abbiamo mai risolto quel litigio, quando la stregoneria del ventunesimo secolo è arrivata a concepire l’Accadde Oggi di Facebook?

Ogni immagine che viene elaborata dal cervello è un’immagine pericolosa perché non corrisponde al reale: arriva già deviata al centro della memoria, che fantastica, aggiunge e toglie come vuole per darsi un determinato significato in una sequenza di eventi. Ogni immagine che viene elaborata su Instagram è un’immagine pericolosa perché non corrisponde al reale: arriva già deviata al feed, che interpreta, commenta, rimugina come vuole per dare a quell’immagine un determinato significato in una sequenza di eventi.

Quindi niente esiste, nulla è reale, e le rappresentazioni elaborate con ogni mezzo naturale o artificiale sono, appunto, soltanto fenomeni inficiati dall’elemento personale – che le rende vive, diverse, aperte, libere nell’aria.

Da cui, di nuovo: perché volerle trattenere? Perché volerle inserire nel film di una vita? Perché questo bisogno, così disperato eppure così comune? Siamo davvero tutti così senza speranza? Siamo davvero tutti così masochisti? Abbiamo realmente necessità di un quadro probatorio che testimoni che sì, abbiamo visto, abbiamo sorriso, abbiamo fatto esperienza? In termini assolutamente e volutamente estremi, che differenza c’è tra postare una foto su Instagram e poggiare il fiore su una lapide in un cimitero? Nessuna. Non c’è nessuna differenza. Il dramma non sta nelle immagini artificialmente custodite, qualcuno può dire, sta in quello che uno ne fa. Scene, episodi, fotografie, situazioni, panorami visti o soltanto elucubrati: il pericolo è insito nella loro natura in quanto visioni, forse il supporto in sé non fa differenza. Ma dal momento che è umanamente impossibile rimanere all’erta per tutta la vita, dico io, uno dovrebbe tutelarsi come può da certe aggressioni sentimentali, almeno per mantenere intatta una lucidità fotografica che già viene minacciata dalle migliaia di input cui siamo sottoposti costantemente camminando per strada, rispondendo ai messaggi, scrivendo email eccetera. Quindi, dico sempre io, almeno per preservare un minimo di autenticità immaginativa e capacità comunicativa non simbolica, ogni tanto bisognerebbe sparire, anche da Instagram. Che io sappia non c’è un modo legale per mettere in standby il cervello. Ma almeno dalle fucilate di immagini dei social ci si può difendere. E lo sto dicendo io, proprio io, che in cinque traslochi mi sono sempre portata dietro le stesse trenta fotografie che hanno tappezzato religiosamente i muri delle mie stanze alla stregua dei crocefissi nelle scuole elementari dei paesini in provincia di Caserta.

Vediamola così: non disgusta, a un certo punto, questa bulimia di riproduzioni, di icone, di foto? Io voglio tenermi le mie e quelle che il mio cervello decide di trattenere. Non voglio più servirmi di uno strumento che sia altro da me per potermi ricordare di qualcosa. Tanto è inutile. Il potenziale evocativo non sta nell’oggetto, sta nella materializzazione di un ricordo in sé e basta. Bisognerebbe scendere a patti con certe abitudini: anche se non vedo tutti i giorni una tua fotografia ti tengo per intero nella mia anima – anche se non assisto in diretta streaming ai tuoi giri in macchina con gli amici, tengo segnata a mente in maniera precisissima la contrazione facciale del tuo sorriso. Il motivo è semplice: il motore di ricerca più fedele quando si tratta di ricordi, di cui le immagini sono soltanto veicoli, rimane la memoria personale pura, quella che non s’appoggia a nessuna circostanza o stimolazione esterna. Per cui, facciamo così, diamoci tregua. Avrei voluto tanto esserci, essere lì, essere presente in quel momento come lo sono adesso che quel momento non esiste se non su carta stampata o incastrato nel labirinto di corridoi del mio cervello. Perché dovrei voler ricordare che non ci sono con questo oceano di immagini ad appannarmi la vista ogni secondo?

Commercializzare senza freni un attimo di serenità tramite la brutale materializzazione fotografica finalizzata allo smarchettare inconcludente dei miei buoni sentimenti non è più accettabile, non per me. Le immagini artificiali sono un flusso martellante di informazioni non richieste e assolutamente non necessarie, non hanno più alcun significato: sono solo involucri, contenitori vuoti.

Però, le lenti a contatto me le conservo anch’io perché sono feticista: hanno qualcosa di me che è reale – al di là della contaminazione biologica. C’è un che di vissuto, non scelto, non programmato, che mi spacca il cuore giusto al centro, come dicevo prima. Alla fine credo che siamo tutti protagonisti di una mortificante crisi esistenziale, nostra e dei nostri stessi personaggi come quello di Woody Allen, che in “Harry a Pezzi” (1997) era “fuori fuoco”. In quel film c’è la risposta, c’è la diagnosi, c’è la spiegazione che credo legittimi questa necessità impellente di conservare e tramandare e far sopravvivere: giustifichiamo quello che facciamo per giustificare quello che siamo, e tra le tante prove di cui necessitiamo disporre abbiamo scelto di svendere anche le riproduzioni di quello che doveva essere un segreto vissuto interiormente. E quindi la mia riflessione si è conclusa con l’ironia dell’aver pensato all’inutilità necessaria delle immagini proprio grazie a due pellicole cinematografiche. Mi chiedo che fine abbia fatto il tempo in tutto questo, come siamo arrivati al punto di essere costruiti letteralmente da immagini di noi stessi, ossessionati dal passato e dal futuro potenziale. Posso soltanto supporre che abbiamo sentito l’esigenza di sostituire le parole con le immagini perché, come viene sentenziato a Harry Block, tutti ci aspettiamo che il mondo si abitui alla stortura che siamo diventati.

 

 

Carlotta Puorto

Tools For Culture

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