Benvenuti a New York: un’Agorà POPolare

Benvenuti a New York: un’Agorà POPolare

Se lo scrittore Kurt Vonnegut andò a New York per nascere una seconda volta, le ragioni che mi hanno portato a dare un morso alla mela più succosa, luccicante e ipnotizzante del pianeta terra risalgono a quando avevo più o meno dodici anni e cercavo di dare un colore al tipo di magia che avrei provato una volta poggiati i piedi sul suolo americano. Un anno fa questo sogno ha preso vita e raccontarlo mi dà la possibilità di viverlo una seconda volta.

“Today America is the Roman Empire and New York is Rome itself.” Questa frase fu pronunciata da John Lennon all’inizio degli anni Settanta, in un periodo in cui il successo della cosiddetta Scuola di New York andava consolidandosi del tutto, grazie anche all’apporto che ad essa fu dato da alcune personalità quali Betty Parsons, Peggy Guggenheim, Sidney Janis, Julien Levy e Sam Kootz, che sono state capaci di coniugare l’attività di promozione commerciale con uno specifico progetto critico. Questi contemporanei mercanti d’arte hanno avuto la fortuna ma, al contempo, il merito di sostenere i pittori americani del dopoguerra nell’acme della loro carriera artistica.

Dopo quasi cinquant’anni il modus operandi dei nuovi art dealers, ma forse sarebbe più onesto definirli galleristi superstar, si muove sempre attorno a tre parole chiave: vendere, investire, sostanzialmente creare business. Se, come affermò Andy Warhol, “Fare denaro è un’arte”, sicuramente a personalità quali Charles Saatchi, Larry Gagosian, Tim Marlow, Mary Boone e una ventina ancora di altre gallerie, va riconosciuto il merito di essere degli ottimi surfisti, dotati di quella sensibilità che permette di cogliere l’onda giusta, cioè quella che dura.

Indubbiamente quella anglosassone è una mentalità che noi europei ignoriamo e a cui, in certi contesti, dovremmo ispirarci e aspirare: un modo di intendere il patrimonio culturale continuamente in fieri. Nonostante lo scenario politico sia profondamente mutato, varcando la soglia di alcuni dei più noti musei newyorkesi la parola che ritornava più di tutte nella mia mente era: si può.

Si può fare, si può sovvertire, si può migliorare, ma ciò che è stato realizzato e che si sta costruendo nel sistema dell’arte è reso possibile da tanti fattori: un adeguato marketing, l’investimento nella cultura, una programmazione continua e, last but not least, la conservazione preventiva.

I musei di New York rispecchiano la varietà che caratterizza la storia della città, i suoi abitanti e le sue aspirazioni. Si distinguono dai musei europei per genesi, struttura organizzativa, base finanziaria e ancor più per dimensioni e missione: ossia integrare l’arte con la vita della gente. Sono proprio i visitatori i reali protagonisti dei musei, poiché i musei sono della comunità e dalla comunità prendono vita.

I musei di New York li ho sempre immaginati come veri e propri centri per la comunità che quasi si trasformano in sconfinate agorà, dove è possibile incontrare chiunque: bambini, adulti, famiglie, ma anche tassisti, senza tetto, prostitute i quali hanno tutti, incondizionatamente, la possibilità di sviluppare le proprie facoltà critiche e migliorare l’articolazione dei propri processi mentali.

Accendere l’immaginazione, stimolare il pensiero e procurare godimento, questo è il potere dell’arte; in questo il museo, che mi piace definire come una “figura” culturale, ha, o almeno dovrebbe avere, il ruolo di promuovere nuove idee, di incoraggiare il dibattito, gli scambi e le collaborazioni, ma soprattutto di dare voci a opinioni e prospettive diverse.

Il culto americano dell’entertainment è stato trasferito anche all’interno dei musei, nei quali tutto diventa interessante e tutto merita di essere esposto: ogni cosa, dai quadri del Cinquecento fiorentino ai vestiti indossati da famosi attori, viene enfatizzata e spettacolarizzata. Io sogno un paese in cui nei musei logica, funzionalità e organizzazione diventino gli strumenti per una rinascita culturale della società tutta.

 

 

Maria Teresa Cafarelli

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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