Bologna la dotta: indagine su un socialismo al di sopra di ogni sospetto

Bologna la dotta: indagine su un socialismo al di sopra di ogni sospetto

Dall’1 al 5 febbraio Artefiera ha dato il meglio di sé: il polo fieristico bolognese allestito nella hall 25 e 26 è stato accompagnato nella città da eventi collaterali, mostre ed iniziative culturali per tutti i pubblici. La sezione della fiera che prende il nome di POLIS coinvolge gallerie, opere d’arte dislocate nella città, performance e musei. Un modo per tenere ancorata al territorio una delle fiere più importanti d’Italia, famosa per le opere del primo Novecento italiano e per un pubblico di affezionati che si culla nell’arte contemporanea dagli anni ’20 agli anni ’80 massimo.
Per POLIS/Cinema il MAMbo conferma la sua tradizione di mostre a carattere sociale e politico, indagando la realtà con gli occhi di chi la società cerca di studiarla da dentro. Se al piano terra il Museo ospita REVOLUTIJA. Da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky, in cui si cerca di capire come l’iconologia russa pre-rivoluzionaria abbia influenzato la simbologia utilizzata dalla società sovietica fino al 1989, al piano di sopra ‘La comunità che viene’ a cura di Mark Nash tocca con dolcezza un socialismo popolare e di fratellanza, dove la politica lascia spazio al sentimento culturale dell’uguaglianza.

Il fatto che 10 proiezioni si susseguano per 2 ore e 46 minuti sulla parete dove generalmente è appeso il quadro di Guttuso ‘I funerali di Togliatti’, o che nel corridoio adiacente vi siano le cuffie con cui è possibile ascoltare le parole di chi Radio Alice l’ha fatta nel 1977, contribuisce a creare l’ambiente ideale per assaporare un cinema d’autore che altrimenti risulterebbe sterile pratica autoreferenziale da parte di chi guarda. Dieci estratti di film che iniziano con Pier Paolo Pasolini ed il suo Uccellacci Uccellini, per finire con Ode to Gramsci – Red on Red di Dana Claxton, passando per Mudanza di Pere Portabella e Imagining October di Derek Jarman. Marxisti nella società capitalista del dopoguerra, omosessualità abolita nello Stato Sovietico, spirito rivoluzionario incastonato nelle rigide gerarchie di una politica socialista ferma alle sue contraddizioni.

Un Lenin rappresentato nella propaganda rivoluzionaria senza alcun intento celebrativo, il trasloco dei mobili e degli oggetti da Huerta de San Vicente, la casa di Federico Garcìa Lorca a Granada in un tentativo di eliminazione fisica (in questo caso purtroppo riuscita) e intellettuale dell’autore accusato di comunismo e omosessualità da parte di Franco, i dipinti a inchiostro della Repubblica Popolare Cinese come spettro collettivo nei media nazionali in soli tre minuti e ancora un Eseinstein protagonista di un’ipotetica rivoluzione sessuale, in cui l’omosessualità è inclusa e contribuisce a portare a compimento la Rivoluzione d’Ottobre.

Il tentativo di indagare tramite l’Arte gli usi e i costumi di una Rivoluzione che ha fatto la storia del secolo scorso è meritevole di attenzione: in un momento storico in cui guardiamo a questi eventi con parziale distanza, cercando di capire quanto e come ci portiamo dietro derivazioni di tipo politico da uno dei regimi totalitari più importanti della storia del Novecento, il MAMbo accoglie queste esigenze e cerca di dare loro una forma. In una crisi politica nazionale, ogni forma d’arte cerca di analizzare al meglio quel che vede e Bologna si fa portavoce di questa esigenza: così come Pasolini ha subito l’incoerente ingiustizia di essere cacciato dal partito a causa dei suoi orientamenti sessuali, allo stesso modo oggi assistiamo ad una crisi di valori politici in tutti gli schieramenti, alla ricerca di un’ispirazione che stenta ad arrivare.

«Mai ho scelto per tema di un film un soggetto così difficile: la crisi del marxismo della Resistenza e degli anni Cinquanta, poeticamente situata prima della morte di Togliatti, subita e vissuta, dall’interno, da un marxista che non è tuttavia disposto a credere che il marxismo sia finito.»        (Pier Paolo Pasolini)

 

Eleonora Rebiscini

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