Caterina Morigi: la maieutica della materia

Caterina Morigi: la maieutica della materia

Le culture future saranno create da coloro che, destrutturando e ristrutturando il loro tempo, lo sapranno anche raccontare, con un particolare linguaggio, con le proprie tecniche e avranno sempre qualcosa da dire.
Uno di questi narratori è sicuramente Caterina Morigi, un’ artista contemporanea che amo molto e seguo sin dalle sue prime realizzazioni. Leggo casualmente il comunicato stampa della sua prima personale a Roma, decido di andarci.

La mostra Genealogia di una Materia, a cura di Chiara Argentin_o, sarà allestita fino al 12 maggio 2018, presso lo spazio Label 201. L’edificio è all’ interno di un micro distretto culturale, Portuense 201, un incastro inaspettato che nasce all’interno di un comprensorio del 1910 anticamente adibito a vaccheria, stalle e latteria.
Manuela Tognoli, appartenente alla famiglia dei proprietari, mi spiega che dal 2011 lei e la sua famiglia hanno dato nuova vita alla struttura al cui interno ora coesistono laboratori artigianali, ad esempio di restauro tessuti e di design di gioielli, e piccole industrie creative, lei infatti ha qui il suo studio di architettura, ma c’è anche quello di una casa di produzione cinematografica. Vari mestieri in commistione armonica in un unico luogo, per unire le energie e creare sinergie. Uno degli edifici del complesso architettonico è adibito a galleria espositiva, Label 201, dove si organizzano mostre e attività legate all’ arte contemporanea e alla creatività. Lo spazio sembra disegnato appositamente per accogliere le opere di Caterina: i muri sono bianchi, a eccezione di una banda grigio-azzurra nella parte inferiore che copre un metro e mezzo partendo da terra, le loro superfici sono segnate dal tempo, presentano irregolarità cromatiche e materiche. Sembra di entrare in una vecchia chiesa restaurata: è come se sulle pareti ci fossero preziosi affreschi dipinti dal tempo e le discromie fossero dovute alla morale critico – conservativa del restauratore che ben vuole differenziare la ricostruzione dall’ originale. Il soffitto è acuto e di legno, due vecchie finestre tonde, posizionate nella parte più alta dei due muri perimetrali sul lato corto dell’ edificio rettangolare, sembrano due rosoni deprivati dalle loro geometrie piombate solitamente incastonate di vetro colorato. Sono in un luogo di commistione tra il vecchio e il nuovo, atemporale, che però accoglie in sé lo scorrere del tempo. Tempo e struttura, due tematiche che si ritrovano nella poetica di Caterina e nelle sue opere allestite nello spazio.

La prima cosa che si nota entrando nella sala espositiva sono due massi identici, uno di fronte all’ altro, bianchi e monolitici, bellissimi nella loro forma irregolare, quando ci si avvicina si capisce però che non sono proprio uguali, ma speculari. Un’ altra differenza si coglie soffermandosi con lo sguardo: un masso presenta una superficie granulosa, dove si riconosce una spaccatura violenta; l’altro, invece, mostra una texture composta da microscanalature regolari che si intervallano, simili a rughe. Ma come fanno due pietre ad essere così simili?
Stiamo guardando Portrait, un’ opera del 2016, eseguita durante una residenza a Cursi in provincia di Lecce, presso la Serra delle Arti – Territori di Pietra, dove Caterina decise di fare il ritratto a una pietra. Scelto il proprio soggetto, una masso di ‘bianca leccese’ scartato dalla vendita perché troppo lesionato a causa delle numerose venature e conseguenti spaccature, ne effettua una scansione 3D tramite una macchina a controllo numerico e ne riproduce una copia speculare, da un blocco, sempre in pietra leccese, che viene scavato artificialmente. Le scanalature che conseguono alla modellazione della materia sono come le curve di livello, linee esploratrici che troviamo nelle cartine geografiche o nei plastici architettonici di paesaggio. Le due pietre, posizionate su piedistalli di ferro quadrati, si guardano e si specchiano. L’originale, nata dal caso, e la sua riproduzione, omaggio uguale e diseguale alla prima, prodotto artificiale, autonomo, ma volitivo nel suo rendere lode al naturale e forse creato proprio per questo.
La seconda pietra ha pari dignità volumetrica, materiale e concettuale, ma è unita alla prima da un legame indissolubile, atto forse a rendere grazie all’ unicum dal quale è stata creata.

Alziamo gli occhi alle pareti e troviamo Monocromi, opera realizzata nel 2012 e arricchita da ulteriori elementi in occasione proprio di questa mostra personale. Sono sei tele di cotone naturale, quadrate, il lato lungo un metro, dipinte con succo di frutta: ananas, arancia rossa, mirtillo, pera e mela verde. I monocromi del 2012, un tempo arancioni di arancia, gialli e trasparenti di pera, ananas e mela ora sono marroni, beige, arancione scuro, hanno colori terrosi, irregolari nella campitura e nei chiaroscuri segnati e modificati dal contatto con l’aria. Il colore e l’odore sono intaccati dal tempo passato, che sottolineano. I quadri sono come entità biologiche in relazione continua con l’ambiente e l’ecosistema di cui fanno parte, nature morte effettivamente vive. Anche il cotone naturale, bagnato di succo, si restringe, scappando alla morsa della cornice in legno, moto impercettibile e visibile solo all’ occhio più attento che si ferma a osservare un monocromo fresco di pittura di mirtillo, viola acceso di gioventù e ribellione.
Lo affianca una tela alla pera dipinta nello stesso periodo, bianca ed eterea, che nella sua trasparenza quasi umida lascia intravedere la perfetta suddivisione a metà data dal supporto in legno. Ancora candida è sincera nel suo essere giovane come il mirtillo e in perfetta antitesi con una tela dipinta anni prima di pera, un muro più in là, macchiata, ingiallita e secca, seppur sempre bella e unica nel suo invecchiare.

 

Caterina riesce sempre a stupirmi: fedele alla sua cifra stilistica caratterizzata da un’ estetica elegante e dai colori tenui è capace di coinvolgere l’osservatore, sia concettualmente che plasticamente, con una semplicità spiazzante nella sua discrezione e delicatezza. Comprendendo o ignorando le volontà e la ricerca progettuale dell’ autore; a conoscenza o no del legame dell’ opera con spazi, tempi e percorsi o trascendendoli del tutto; sapendone valutare la tecnica o essendo totalmente neofiti all’osservazione artistica, le opere di Caterina non fanno mai distinzioni e comunicano con chiunque voglia entrare in contatto con loro, trovano sempre il modo per arrivare oltre che all’ occhio, che ne contempla empiricamente e piacevolmente armonia e gusto, anche all’ ‘apparato emozionale’.
Il significante e il significato sono in relazione di parità estetico – qualitativa e formano un tutt’ uno omnicomprensibile, a primo livello interpretativo – emozionale, sia dal neofita che dall’ esperto.
Caterina è una maieuta della materia.

 

 

Angelica Basso

 

Caterina Morigi (Ravenna – 1991), è laureata  allo IUAV di Venezia. Fra il 2014 e il 2016 ha vissuto in Francia e Germania dove ha ottenuto finanziamenti per lo sviluppo progetti personali e atelier. Nel 2015 è assegnataria di uno studio presso la Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia. Ha partecipato a numerose residenze artistiche, tra le quali quelle presso Dolomiti Contemporanee (Borca di Cadore, Ex villaggio Eni) e Serre delle Arti – Territori di Pietra (Cursi, LE). Ha esposto in mostre personali e collettive nella Galleria di Piazza San Marco a Venezia, al MAR di Ravenna, a Villa Brandolini (TV) per la Fondazione Francesco Fabbri e in altre città italiane ed europee.
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