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Che lingua parla la cultura Cos’hanno in comune un vecchio anime tradotto malissimo e le regie operistiche fuori moda?

By 9 Luglio 2019 No Comments

 

 

Francesca Sabatini dialoga con Enrico Procopio

Antefatto: Netflix Italia affida il doppiaggio di un vecchio anime giapponese, Neon Genesis Evangelion, a tale Gualtiero Cannarsi. La traduzione è talmente astrusa che Netflix è costretto a ritirarlo.

 

 

 

Enrico Procopio: Senza “tale”, è un nome grosso!

Francesca: Ops, Vero, ha doppiato tutti i film dello studio Ghibli…

E.: E di uno dei più importanti anime della storia dell’animazione giapponese.

F.: Che per giunta non è neanche di facile comprensione, o sbaglio?

E.: No no, confermo!

F.: Ecco, quindi, prendi un prodotto complesso e denso, e la prima cosa che ti viene in mente di fare è renderlo ancora più difficile. Una scelta poco difendibile (e comunque tanto clamorosa che i social di Treccani, che ultimamente fanno faville, non hanno mancato di dedicargli un post esilarante).

E.: Non so se definirei Neon Genesis Eevangelion “complesso”. Ha senso, perché non è un prodotto con una narrazione classica o lineare, però non è neanche ottuso o astruso. (L’anime) Ha un suo preciso linguaggio e una sua mitologia ed è sicuramente passato alla storia come “un gran casino”. A me questo sembra un punto fondamentale nelle motivazioni che spingono a questo tipo di adattamento: hai la serie anime che ha decostruito e reinventato un intero genere infarcendolo di gnosticismo giudaico-cristiano, depressione, malattie mentali. Sai che è una serie “alta”, la reputi “non mainstream”, gli dai un adattamento che ritieni all’altezza.

F.: Così, però, mi sembra che dietro un problema di traduzione ci sia anche un problema “epistemologico” (lo so che queste parole ti mettono i brividi, non mi mordere).

E.: No figurati, ho scritto gnosticismo cristiano, mi spaccherei gli occhiali da solo.

 

 

F.: HAHA! Tornando all’epistemologia, quando fai un’operazione che complica il prodotto d’origine, invece di decodificarlo per renderlo condivisibile, forse stai presupponendo di volerlo dare in pasto solo a chi ritieni “degno” di questa iniziazione. Mi ricorda i problemini di non poche istituzioni culturali, che danno la colpa al pubblico se non entra all’opera per farsi riempire di sapienza dal direttore d’orchestra.

E.: In un’intervista Cannarsi ha addirittura dichiarato che “Se il pubblico non vuole impegnarsi, dovrà pagare lo scotto. Dopotutto stiamo parlando di un’opera straniera”. Però nel suo caso l’adattamento era ottuso e sgrammaticato, non difficile perché ricercato. Non li ha fatti parlare in metrica, gli ha fatto dire frasi sconnesse e auliche nella convinzione che il parlato contemporaneo fosse “basso”. Tipo gli adattamenti “iperclassici” e manieristici dell’opera nel tuo esempio.

F.: Ugh, ho i brividi. Sono le cose che a me fanno impazzire a teatro, ma in generale un po’ ovunque: quando hai bisogno di trincerarti in un linguaggio apparentemente elevato ti stai costruendo la confortante narrativa che la tua cultura sia superiore a quella altrui e che quindi tutto il resto non sia un problema tuo. Una volta con l’università ho ascoltato la direttrice di un festival di musica sperimentale (è meglio che non faccia nomi) dire che “non avevano bisogno di una campagna di comunicazione, perché i veri appassionati avrebbero capito dal logo che lì si faceva buona musica”. Diciamo che da un traduttore di Netflix mi sarei aspettata un po’ più di lungimiranza, ecco.

 

 

E.: Eheheh, Cannarsi dice che non sa nemmeno cosa sia Netflix e che per lui è solo un committente, forse è più snob della tua direttrice. Ti dirò, ho sempre un fondo di simpatia per queste persone, ultimi giapponesi (stiamo parlando di Evangelion, come ‘giapponese’ non c’è male …) autoproclamatisi difensori di una cultura alta che dovrebbe essere sotto l’attacco della massa di barbari. Solo, vorrei che si dedicassero alla saggistica e non alla sfera “produttiva”.

F.: O quantomeno non a quella divulgativa. Che poi, cosa vuol dire “fare uno sforzo” da parte del pubblico? A maggior ragione quando sei un regista teatrale, un traduttore o, ancora, un gallerista (il quale, si suppone, debba esporre al pubblico un lavoro) dovresti essere consapevole di essere un mediatore e non un autoproclamato sacerdote del bello. L’idea che l’arte sia innalzamento morale verso una comprensione superiore a me sembra un po’ medievale: in generale quello di cui avrebbe bisogno la cultura è qualcuno che sappia interpretare contesti e favorire gli incontri fra questi contesti diversi. Se sei troppo sbilanciato in una direzione (si tratti di una regia intenta a riprodurre degli stilemi settecenteschi o di un traduttore che adotta dei calchi giapponesi che in italiano non esistono) non hai prodotto dei cortocircuiti creativi interessanti: semmai sei un filologo, un cultore della materia. Ma non stai facendo cultura.

E.: A volte scatta anche un meccanismo di protezione, quasi fosse una specie di “cosa mia”. Io penso che queste persone amino l’opera, o “Evangelion” nel nostro case study, però non sono in grado di lasciarla andare e fluire, e farla fruire al pubblico. Poi vabbè, neanche l’eccesso opposto è auspicabile: come il terribile adattamento a firma Pasolini di Solaris.

F.: Orridooooooo!

E.: Appunto.

F.: Infatti anche Pasolini ha voluto farne una “cosa sua”, pretendendo che tradurre un film russo in romanaccio l’avrebbe “proletarizzato”: da entrambi gli estremi vien fuori un atteggiamento arrogante. Possibile che non ci sia una via intermedia fra preservazione totale (e improbabile) à la Cannarsi e appropriazione indebita à la PPP? Mi viene in mente la regia di Silvia Paoli ai “Capuleti e i Montecchi” (andata in scena lo scorso anno al Teatro Comunale di Bologna): Verona diventa il “bar Verona” e il dramma amoroso viene inscenato come un film noir anni Settanta, in cui la rivalità fra nobili famiglie si trasforma in una faida mafiosa, sanguinosa e senza quartiere. Silvia Paoli aggiunge un tocco in più senza snaturare l’opera di una virgola: c’è la sua originalità di regista e la bellezza di un Bellini in stato di grazia, senza squilibri.

E.: Bello. Invece i fan di “Evangelion” si sono trovati i dialoghi scritti coi meme di Feudalesimo e Libertà e giganteschi robot in “stato di furia”. A ciascuno il suo!

 

 

Francesca Sabatini

 

Credits foto: pagina Facebook “Gli sconcertanti adattamenti italiani dei film ghibli

 

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