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Chiara Ferrini, Matteo Salvagni: quando la carta sembra promettere una caramella che non c’è

By 8 Settembre 2019 No Comments

Certi problemi si risolvono da soli: kisses, Chiara! Bacioni, Matteo! Questa estate rimarrà negli annali della storia italiana con una menzione speciale alla crisi di governo, una soap opera degna dei migliori sceneggiatori argentini degli anni Novanta. I colpi di scena hanno tenuto tutti, senza alcuna distinzione di sesso, età e localizzazione geografica, col fiato sospeso, e il popolo italiano, affamato di gossip e dicerie di ogni genere, ha partecipato con furore al dibattito politico innescato da una mozione di sfiducia beffardamente firmata Matteo Salvini.

Nel frattempo, insieme al risveglio delle coscienze – non necessariamente politiche, quantomeno sociali – lo stesso popolo italiano affamato di gossip e dicerie di ogni genere si è goduto sul web lo spettacol(in)o di Chiara Ferragni al Festival del cinema di Venezia e, forse complice la stanchezza dell’essere presi in giro da chi detiene il “potere”, si è dimostrato non privo di spirito critico. L’aspetto più esilarante dell’intera faccenda è che due icone del Nulla abbiano azzardato mosse strategiche simili convinte di essere in procinto, finalmente, dell’attesa consacrazione all’immortalità, capitombolando goffamente nella più becera e grottesca delle umiliazioni: quella della rivelazione di sé, non più filtrata, non più edulcorata, che ogni popolo affamato di gossip e dicerie di qualunque genere desidera masticare con cupidigia in ogni scenario che lo renda possibile.

Chiara Ferragni e Matteo Salvini non sono diversi tra loro e la congiunzione astrale non è mai stata così favorevole per chi si è sempre opposto a quel qualcosa di profondamente labile che questi due idolini trasudano in ogni gesto documentato, in ogni dichiarazione rilasciata.

Partiamo da Chiara Ferragni: la self-made woman, CEO, madre, imprenditrice digitale, moglie eccetera eccetera, la tiritera la potrebbero recitare anche le pietre. Una donna che “si è inventata un mestiere!!11!” dovendo di fatto scendere a patti con la totale mancanza di un talento o di una vocazione qualsiasi, avendo avuto come unico richiamo, nella vita, quello dell’obiettivo su di sé. La fashion blogger che fattura milioni di dollari e che addirittura un’istituzione come Harvard ha presentato come caso studio di successo aveva annunciato tra le lacrime il suo amazing documentary come un viaggio introspettivo nel suo mondo, certa che questa produzione le avrebbe permesso l’accesso al pantheon dei beniamini intramontabili delle generazioni presenti, future, da sempre e per sempre, perché guardatemi come sono stata brava a fare tutto da sola senza l’aiuto di nessuno … E invece.

Io il documentario non l’ho visto, perché sono una delle 23 persone su 60 milioni di italiani che non è stata invitata a Venezia da alcun brand, ma avevo presagito che l’amazing documentary sarebbe stato un enorme bluff, un modo malcelato di Chiara Ferragni per dire a tutti e a sé stessa “guarda come ce l’ho lungo”. Non ho mai nascosto la mia totale avversione al mondo degli influencer, come fenomeno di una società al tracollo e come risultato aberrante di un processo di relazioni interpersonali profondamente compromesso, né ho risparmiato i miei commenti sui velenosi e abominevoli meccanismi che l’influential marketing ricicla senza pietà alla comunità digitale. Ma ammetto di avere avuto aspettative molto basse sulle capacità di giudizio dei miei compatrioti digitali: dopotutto sono le esaltazioni che loro hanno fatto di questo metro e settanta di banalità a renderla un personaggio celebre e a permetterle di fare la vita che fa pur senza alcun apparente merito. E invece.

Qualcosa è andato storto, Chiara, e non puoi fare niente per correre ai ripari. Chi ha visto l’amazing documentary l’ha definito una Instagram story di 85 minuti, un’accozzaglia di dichiarazioni superficiali espresse con un vocabolario limitato e limitante, un video per un diciottesimo solo più lungo e con un montaggio professionale, una storia raccontata all’americana per colpire un target molto preciso – quello dei fan, di chi la ama e la idolatra. La poltiglia inspiegabilmente presentata a Venezia è un omaggio che Chiara Ferragni ha voluto fare a Chiara Ferragni, rendendo partecipi gli amici e i parenti di Chiara Ferragni che hanno parlato dell’abilità di Chiara Ferragni di costruirsi “un impero” dal nulla.

A detta di chi ha irreversibilmente perso un’ora e mezza della sua vita ad assistere alla proiezione del tributo a Chiara, già dopo qualche minuto è stato palese per tutti che l’occasione di scendere a una profondità che superi la mera apparenza e lo strato massiccio di make-up per arrivare al cuore delle questioni che lei stessa tira in ballo durante il documentario, sia persa senza possibilità di redenzione. Mereghetti stesso lo definisce, sul Corriere della Sera, “un film di propaganda nordcoreana. Voto inclassificabile”. E ancora nessuno ne ha parlato su Rotten Tomatoes.

Perché Chiara ci prova anche a parlare del lato oscuro della sua fama eretta sullo spaventoso vuoto che vive nella sua intelligenza emotiva: le critiche, il cyberbullismo, il bodyshaming … Ma proprio non ce la fa ad andare oltre le frasi fatte, non riesce a dare un punto di vista che richieda un ragionamento e un giudizio che scavalchino il primo strato di riflessione, non c’è dialogo e, difficile non credere a chi l’ha fatto notare: non c’è vita, nelle sue dichiarazioni. Se tutta la vita Chiara l’ha passata a farsi foto o a fare foto a sé stessa insieme a qualcuno che gira intorno a lei; se tutta la sua identità si basa su una condivisione brutale e in fondo malsana di ogni istante che vive nel privato; se tutto quello su cui fattura risponde a un indomabile desiderio di apparire, sembrare, dare l’impressione, mostrarsi, come si può pretendere che ci sia un soffio di umanità ancora presente nella sua gabbia toracica, un barlume di capacità di connessione non digitale ma empatica, intellettiva, con chi ha di fronte?

Le critiche che sommergono l’amazing documentary desteranno davvero le dormienti coscienze di orde di fan impazziti che tristemente la prendono a modello? Perché sia chiaro, quello che le avvilite come me cercano di mettere in luce su questo specifico personaggio è quanto poco sia sano quello che fa dando in pasto ai media ogni brandello della sua vita, quanto distorto sia il suo messaggio e quanto deformante sia il potere mediatico che ha ottenuto con la celebrità, e dopo quanto emerso dall’amazing documentary dovrebbe spaventare il fatto che non ci sia niente sotto la superficie da scoprire, che non esista un “unposted” per davvero, che non ci siano fatti, situazioni, pensieri o sentimenti di cui non renda partecipe altri 17 milioni di persone ogni giorno. Non è spaventoso credere che il feed di Instagram di qualcuno ricalchi la sua esistenza nel mondo dei vivi? Non è spaventoso pensare che un essere umano che può rivolgersi a una platea così gremita di persone in pochi secondi abbia effettivamente sovrapposto un universo pensato per la pubblicità e per la celebrazione dell’esteriore al suo universo tangibile? Non è spaventoso soffermarsi a pensare a quanto corrotta possa essere la sua maniera di relazionarsi con gli altri e a quanto questo, se preso a modello, possa contribuire a fare delle tredicenni di oggi delle caricature di sé, narcisiste e vacue? L’amazing documentary ha messo i brividi, stroncato non solo da chi il cinema lo studia e cerca di preservarlo, ma anche da chi un minimo di cervello e pensiero autogenerato ce l’ha ancora. Ti sei fatta scacco matto da sola, Chiara: potrai anche continuare a provarci, ma nella volontà di mostrarti per quello che sei hai fatto prendere atto a milioni di persone che c’è del disagio, un disturbo potente e devastante, nella tua amazing carriera di amazing mamma CEO. Sarebbe ora che ne prendessi atto anche tu perché sei ancora in tempo per tornare nel mondo concreto e reale dove il tuo valore da fashion icon sarebbe riconosciuto per quello che è. E invece.

Il secondo protagonista dell’estate è stato Matteo Salvini, l’uomo che ha dato inizio alla crisi di governo straconvinto che sarebbe andata così: italiani al voto e Lega primo partito. Non contento del disonore che le sue dichiarazioni, i suoi decreti e i suoi comportamenti in veste di Ministro dell’Interno arrecavano alla memoria e alla storia d’Italia, Matteo ha pensato di giocarsi il tutto per tutto togliendo la fiducia a Conte e seminando il panico, tra l’imbarazzo e lo sconcerto della classe politica e le imprecazioni per l’imbecillità dimostrata probabilmente strette tra i denti di Sergio Mattarella. L’ignoranza e la meschinità di Matteo, che ha avuto comunque tempo di manifestare con coerenza e senza classe tra un mojito e un cuba libre, dal Papeete al lido Bruna & Oreste di Gatteo a Mare, hanno acceso la miccia-Conte che fino a quel momento era rimasta non innescata, ed è stato subito spettacolo.

Non soltanto il popolo si è reso conto di avere effettivamente un premier, la cui mancata presa di posizione negli ultimi 14 mesi aveva fatto sospettare che fosse un prodotto dell’immaginazione comune, ma ha anche applaudito allo stile con cui questi ha saputo mettere in un angolino di vergogna Salvini, incitandolo a prendersi le sue responsabilità con tono altero e proprietà di linguaggio (noi, poveretti, così disabituati ad interventi pacati e grammaticalmente corretti, sconvolti). Forse Matteo neanche s’è accorto del fatto che lo sgambetto se l’è fatto da solo; perché quando Di Maio si è sfilato la sua, di corona, tra ripensamenti, battute d’arresto e avanzate che nemmeno l’ultima stagione di Game of Thrones, e ha seguito le direttive dei sostenitori della democrazia diretta trovando l’accordo con Zingaretti per il Conte-bis, Matteo ha urlato allo scandalo. In piazza contro chi il governo l’ha fatto cadere!

Ma come, Matté? Ma sei schizofrenico? E se da un lato le sue coorti di webeti continuano a inneggiare alla chiusura dei porti e alle ruspe contro rom, migranti, pdioti e altri vari nemici di tutto e di tutti perché prima gli italiani, dall’altro sembra essersi fermata l’ondata di consensi che ha ricoperto i social di Matteo negli ultimi due anni. È come se all’improvviso la gente avesse recepito la serie di malaffari del partito dell’odio (i 49 milioni, Savoini, il lecchinaggio scomposto ai vari partitini di destra che sopravvivono dal Big Bang post-Berlusconi, l’ambiguità nel dialogo con il M5S), e ancora di più che l’ideologia millantata nel nome del Sacro Cuore di Maria, forse forse, più che un sistema di valori di vita, sia una strategia marketing e di comunicazione.

La “macchina da guerra” dei social media manager di Salvini si è inceppata – d’altronde, come giustamente fanno tutte le web celebrities del firmamento e come insegna il Signor Distruggere (un altro che si è distrutto da solo) perché controbattere quando puoi bannare e impedire agli utenti di utilizzare determinate parole sul tuo profilo? Lui, convinto e sicuro che avrebbe portato il suo partito di scappati di casa fascisti e razzisti finalmente all’apice dell’auspicabile, tradito dalla ragionevolezza che si è re-impadronita dell’elettorato, della comunità digitale, perfino dei Napalm51 che hanno televotato sì al 48455 per un nuovo governo.

Anche per te, Matté, non c’è niente da fare: forse rimarrai il capo di un partito che ha preso consensi marciando sui più deboli e sull’ignoranza media, ma il seme del dubbio su quanto tu sia credibile ormai è stato piantato e, tempo al tempo, tornerai da dove sei venuto. Il 30% della tua Lega potrebbe vincere contro la parte giusta dell’Italia di Carola Rackete e Mimmo Lucano soltanto se si riducesse tutto alle statistiche, ma fortunatamente per noi l’umanità tornerà di moda anche grazie alla tua scomparsa dalle poltrone del governo. Conte-bis potrà essere qualunque cosa ma non sarà mai peggio di un governo in cui il Ministro dell’Interno era Matteo Salvini. Mi piace pensare che sia stato il senso di dignità e pragmatismo a prevalere e che quanto successo rifletta una vera realizzazione da parte delle persone comuni, con l’augurio che vedere cambiato il modello di riferimento possa apportare beneficio nella vita quotidiana.

Bravo Matteo a prendere esempio da Chiara: quanta tenerezza nella fotografia postata su Facebook dove raccoglie le sue cose dal Viminale! Una foto così naturale, così spontanea, quasi quanto l’amazing documentary. Io spero che le preghiere che farà alla Madonna siano per la sua, di salvezza, perché la nostra ce la siamo ipotecata con la sua imprevedibile uscita di scena. Urla pure, Matteo, è solo questione di tempo, anche il tuo esercito di analfabeti funzionali diserterà pian piano.

Chiara, Matteo, avete puntato tanto in alto e siete finiti al livello del nucleo terrestre; in napoletano si dice senza edulcorare: se sputi in cielo ti cade in faccia. Non è che avete fatto il passo più lungo della gamba; io ci credo che avete assecondato il vostro istinto da manager, da intenditori raffinati dell’apparire, convinti che i messaggi di cui vi siete fatti portatori potessero finalmente esplodere tra le stelle perpetuamente con iniziative di marketing e pubblicità finalizzate a raccogliere i consensi esasperati di chi esasperatamente già vi consentiva. E invece. Vi siete autoeliminati. Forse non sparirete oggi, neanche domani; ma prima o poi finirete i santi in paradiso e quello che siete riusciti a sdoganare quest’estate darà i suoi frutti. Ritornerete in una dimensione reale in cui entrambi non siete più che un granello di sabbia, in cui essere mediocri e senza talento non vi consegna alla Fama, ma all’Invisibilità. Per qualcuno di noi siete sempre stati invisibili, comunque, e con magno gaudio vi direi che grazie alle vostre rocambolesche involuzioni su voi stessi, il pubblico astante vi ha visto nudi e ha deciso che è meglio guardare altrove.

 

 

Carotta M. Puorto

 

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