Una città bipolare: i paradossi di Beirut

Una città bipolare: i paradossi di Beirut

Per caso o per sfortuna, forse una benedizione sacra o una maledizione vendicativa, una questione di luogo, storia, o una serie occasionale di eventi… che cosa ha condotto Beirut al suo stato attuale è molto probabilmente tutto questo. Situata su un nodo strategico del Mediterraneo tra Europa, Africa e Asia, il Libano è nato in un ambiente culturale variegato che gli ha attribuito un carattere peculiare, perso tra apertura e scetticismo. È identità occidentale? Orientale? Araba? Conservatrice? Aperta? La gente del Libano ha finito per essere figlia ibrida in cerca di un padre, una madre, rischiando di perdersi in un rifiuto.

Che cosa siamo e da dove veniamo? Cerchiamo di classificare le identità, ma non è sempre corretto. I Libanesi potrebbero identificarsi con una delle diciotto religioni rappresentate nel Paese, o con nessuna di esse. Potrebbero identificarsi con uno dei cento partiti politici o con nessuno di essi. Vanno d’accordo su alcune cose, sono in disaccordo su molte, ma non è questa la questione. Camminando per le strade di Beirut si ascolta una mescolanza di arabo, francese e inglese; si incontrano donne velate o quasi nude; si trova una casa tradizionale abbandonata che lotta per sopravvivere e un grattacielo strafottente che la sovrasta; così, un bimbo di dieci anni che, alle due della notte, vende rose a una coda di festaioli ‘vestiti per uccidere’ che postano aneddoti sulla festa che sta per cominciare nel più lussuoso attico di Beirut.

Terra fertile di cultura, è l’area del Levante dove nacque il primo alfabeto, dove la colonia romana Berytus Nutrix Legum (Beirut Nutrice delle Leggi) fu la sede della prima scuola giuridica, e dove missionari francesi, inglesi e americani scelsero di aprire le primissime scuole e università del Medio Oriente alla fine del diciannovesimo secolo. Dove siamo adesso, che cosa abbiamo fatto? Quasi trent’anni dalla fine della guerra civile in Libano conflitti religiosi e politici esistono ancora. E mentre un governo corrotto non riesce a rispondere a molti dei bisogni elementari di una popolazione del ventunesimo secolo (sanità, pensioni, trasporti) i cittadini più colti decidono di controbattere a uno Stato conflittuale con la stasi mentale e l’inazione.

Con un patrimonio culturale eccezionale c’è un potenziale inimmaginabile per la creatività, l’ispirazione e l’appropriazione. Perché, allora, accettare di congelare la nostra creatività diventando recettori passivi di tematiche sociali che talvolta riescono a risvegliarci con divertimenti a buon mercato offerti come palliativo? Nel video del suo brano “Balad”  Yasmine Hamdan, artista libanese, illustra la parabola di un ingorgo stradale congestionato, in mezzo al quale membri della comunità aspettano all’infinito che si dissolva. Nell’attesa nessuno prova a reagire fin quando la protagonista decide di agire: ricorre ai media e ai forum pubblici ma invano, poi comincia a danzare all’aperto, il che crea un flusso di vibrazioni in pieno ingorgo.

Il video musicale chiude sul totale del traffico, lasciando scoprire che la strada è in effetti un ponte interrotto. Può sembrare stupido, ma di fatto la resilienza culturale funziona così, è il modo più nobile in cui comunità oppresse possono unirsi per un cambiamento. Musica, danza e arte sono mezzi d’espressione liberi e intrinseci, hanno solo bisogno di essere esplorati. Non tutti hanno il talento per creare, ma ciascuno ha diritto di consumare. Abbiamo una quantità enorme di opportunità a nostra disposizione, dobbiamo soltanto ri-addestrare i nostri cervelli verso la cultura invece che verso i bagordi. La cultura alleva la conoscenza con ignoranza, storia e immaginazione. Diverte ma al temo stesso arricchisce, scatena reazioni ma anche rivoluzioni.

Per quanto “Il Profeta” di Gebran Khalil Gebran possa essere fondamentale, nessuno lo avrebbe potuto conoscere se fosse rimasto chiuso nell’archivio personale del suo autore. La conoscenza va condivisa e la cultura può essere contagiosa quanto l’ignavia. Siamo una specie evolutiva e non abbiamo alcun diritto di mutarci in soprammobili. La vita notturna di Beirut non dovrebbe affievolirsi, le shisha lounges non svuotarsi, i reality e talent shows non essere fermati; ma il Libano ha bisogno anche di più musei, di scuole d’arte e accademie di danza, ha bisogno di artisti rivoluzionari capaci di esercitare la propria influenza e di attivare in qualche modo un cambiamento.

È una patologia bipolare, quello che capita quando l’umore di una comunità oscilla tra la fame d’istruzione di giorno (quasi digiunando per pagare le rette universitarie), e la partecipazione ai festival di notte (per il piacere di farne un live streaming su Facebook e Instagram). Quando una comunità intasa i muri della propria città con street art che evoca figure di artisti, calligrafie vomitevoli e istigazioni al cambiamento, è perché cerca modi per esprimersi, sapendo che un impatto può essere generato inoculando azioni culturali nella vita urbana quotidiana.

La bipolarità può essere una benedizione: è dalle proprie ceneri che la fenice rinasce, e dalle rivoluzioni che nascono le nazioni. Beirut è diversa da ogni altro posto. Per dirlo con semplicità, il patrimonio culturale italiano sarà anche il più esteso d’Europa e forse del mondo, ma la sua gestione non è per nulla esemplare. Non dobbiamo sederci e aspettare o contare sulle elezioni, tutto ciò di cui abbiamo bisogno, pur nelle nostre oscillazioni atmosferiche, è contribuire alla crescita della società esplorando la visione che noi, umani di questa era, per fortuna abbiamo.

 

Joya Sfeir

(Traduzione a cura di Tools for Culture)

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