Città del futuro? Nuove mappe tra big data e questioni etiche

Città del futuro? Nuove mappe tra big data e questioni etiche

Le città in cui abitiamo oggi sono state progettate da architetti, urbanisti ed esperti di varie discipline. Il punto di partenza del loro lavoro consiste, da sempre, in mappe, modelli e regole. Così facendo, probabilmente, i progettisti hanno perso di vista il motivo del loro operato: le persone. Si arriva a questa conclusione nel momento in cui le città, per come sono state concepite e sviluppate nel passato e mantenute nel presente, hanno dimostrato di essere fallimentari: non sono adatte all’uomo. A dirlo sono i risultati in termini di spreco di risorse nel senso più ampio del termine, di scarsa vivibilità degli spazi e pessima salubrità dell’aria o dell’acqua.

Delle “città del futuro” si è occupato recentemente Wired.it[1] in “Smart city, come saranno le nostre città intelligenti nel 2032?”, un titolo che attrae i curiosi. A inizio pagina c’è persino un video ben fatto per i curiosi pigri; in sintesi viene delineato un quadro, sia pur parziale, su cosa aspetta i cittadini tra quindici anni. Partendo dalla consapevolezza che in futuro (almeno secondo i trend attuali) le città saranno più popolose e, quindi, che consumeranno ancora più risorse, produrranno più scarti e sarà un crescendo di tutto (bisogni e problematiche), l’autore puntualizza che: “La coesistenza tra elementi naturali e hi-technelle aree pubbliche sarà uno degli elementi chiave, permettendo ai cittadini di godere dei parchi e delle aree sportive all’aperto anche durante le ore notturne.”

AEC, azienda specializzata nel settore dell’illuminazione pubblica, mostra in un video alcuni dei modi in cui i corpi illuminanti, ovvero i lampioni, potranno essere reinventati per abbinare la funzione di punto luce a una serie di nuovi servizi. Una volta connesso con altri oggetti un corpo illuminante potrà diventare un punto di riferimento per il tragitto delle auto a guida autonoma, potrà occuparsi della gestione dei parcheggi e anche creare – insieme con gli altri lampioni – una rete urbana da sfruttare per gestire il traffico e i flussi di veicoli..”. Secondo il giornalista scientifico autore dell’articolo futuristico, dunque, pensare alla smart city vuol dire risolvere i problemi di oggi per le città del domani.

Una visione opposta è quella dei membri del team PUSH, un laboratorio di innovazione urbana che opera a Palermo, designata capitale italiana della cultura 2018: “Nel tentativo di semplificare ciò che non è semplificabile commettiamo ancora l’errore di confondere la mappa con il territorio. Per affrontare la straordinaria complessità dell’organismo urbano l’unica ricetta che conosciamo è l’inumano approccio urbanistico funzionalista che ha già dimostrato di essere tragicamente fallimentare. Per quanto per alcuni sia ancora difficile da digerire bisogna arrendersi all’idea che pannelli fotovoltaici, sensori e videocamere da sole non riescono a trasformare le città in luoghi più sostenibili, gestibili e intelligenti, anzi spesso sortiscono l’effetto opposto creando luoghi più iniqui, divisi e violenti”[2] .

Se pensiamo che i tempi di realizzazione delle opere pubbliche, solitamente, sono abbastanza lunghi (il 2032 è solo tra quindici anni) e che ancora c’è una totale differenza di vedute sul concetto di smart city, forse è il caso di prendere le profezie che circolano nel web sulle città del futuro con beneficio d’inventario.

Vediamo qualche esempio di smart city, giusto per capire a che punto siamo del cambiamento:

Iniziamo da Singapore. Il suo nome significa “la città del leone”, per molto tempo è stata un’isola inospitale. Dal 2005 al 2015 secondo la Banca Mondiale era il miglior posto al mondo dove fare affari, ma solo quello: chi ci andava rimaneva giusto il tempo di concludere un contratto. Oggi secondo uno studio commissionato da Siemens all’Economist Intelligence Unit Singapore è la città asiatica più sostenibile e punta a diventare la più smart del mondo attraverso l’efficienza nella gestione delle risorse, anche grazie all’uso dei big data, e creando un ambiente migliore per i lavoratori, i residenti e i visitatori.

Molto interessante è il metodo inaugurato a Singapore nel 1990 per scoraggiare l’acquisto e l’uso di automobili con l’intento di mantenere pulita l’aria dell’isola: chi vuole acquistare un’auto deve prima comprare all’asta un certificato di legittimazione ed è prevista anche una tassa sulla circolazione abbastanza alta. D’altra parte sono state aumentate le corse dei treni e degli autobus e per questi ultimi sono state aumentate anche le corsie preferenziali. Un obiettivo che il Governo vuole raggiungere è la creazione di un “city brain”, un cervello urbano che sfrutti i big data raccolti per vari scopi e cause, sempre all’insegna del miglioramento della qualità della vita. Il pericolo, però, è l’uso improprio di questi dati sensibili sulle abitudini e gli spostamenti dei cittadini. Ad esempio, questi dati potrebbero essere ceduti a privati o imprese. Per affrontare il problema è stata istituita un’Agenzia governativa per l’innovazione tecnologica e questo dimostra che Singapore sta adeguando la legislazione ai nuovi bisogni.

In Italia vince Milano. Secondo il rapporto annuale realizzato da FPA è la città più ‘smart’. Anche a Milano molte scelte di governo urbano si baseranno sull’analisi dei dati. Già si prevede, ad esempio, che tra quattro anni la città conterà almeno 90 mila abitanti in più, per la maggior parte studenti con bassa capacità di spesa, e quindi bisognerà far fronte alle nuove richieste abitative con alloggi dai prezzi accessibili, ma allo stesso tempo sicuri e innovativi. Un altro dato importante riguarda le automobili, attualmente troppe. Possiamo dire quindi che il capoluogo lombardo, ancora una volta grazie ai dati raccolti, sta scoprendo i propri punti di debolezza con l’obiettivo di trasformarli in punti di forza.

E’ tempo di riflettere sull’importanza dei big data e sullo stretto legame con le città del futuro. Un uso scorretto potrebbe generare questioni etiche e sociali rilevanti, mentre un uso consapevole e virtuoso può concorrere a migliorare i vari aspetti della vita urbana. Ora, mentre è certo che questi dati già oggi vengono raccolti e utilizzati, chi ne può garantire un uso eticamente corretto?

Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se in una partita a scacchi uno dei due giocatori fosse in grado di conoscere, prima di fare le proprie mosse, le mosse dell’avversario; le sorti del gioco sarebbero dominate dal “mentalista” e l’intera partita sarebbe un mero artificio. Così, in futuro, potrebbe ridursi il rapporto tra consumatori e imprese. Grazie alle più avanzate tecniche di analisi dei dati i colossi del mercato, detenendo un enorme quantità di dati sensibili (nome, età, abitudini, interessi, etc.) saranno in grado di prevedere e, di conseguenza, di condizionare le nostre scelte in modo invasivo a favore del loro business; non andranno per tentativi, ma la loro mossa avrà un esito prevedibile perché basato su una certezza: la conoscenza del nostro modo di essere, di come agiamo nelle scelte, delle nostre preferenze e così via (4 luglio 2017: “I dati delle cartelle cliniche sottratti dagli archivi degli ospedali per inserirli in un database privato e poi rivenderli alle case farmaceutiche”. Parma report; inchiesta Pasimafi).

 

Raffaella Crupi


[1] https://www.wired.it/attualita/tech/2017/11/02/smart-city-citta-intelligenti-2032/

[2] http://www.green.it/le-citta-del-futuro-ruotano-intorno-al-rapporto-umano/

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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