CityLife: il paradigma della città – e della cultura – che cambia

Cosa c'entrano archistar, centri commerciali e cucina fusion con il consumo culturale?

CityLife: il paradigma della città – e della cultura – che cambia

Milano, fine novembre 2017: apre – in tempo per la corsa alle strenne natalizie – CityLife Shopping District, penultimo tassello della più imponente operazione di riqualificazione urbana degli ultimi decenni. Io ci sono stata, spinta dalla curiosità per il nuovo spazio e per le architetture di Zaha Hadid, e ho dovuto rivedere qualche pregiudizio.

 

Facciamo un passo indietro. Nel 2005 apre il nuovo polo fieristico di Rho-Pero e la Milano perde così la fiera campionaria: un’area di 366.000 metri quadrati si libera e il progetto per la sua riqualificazione viene vinto dal progetto CityLife, firmato dalle tre archistar internazionali Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind.

Quello che inizialmente è solo il buco di un enorme cantiere si trasforma nell’arco di 10 anni in un mix articolato di funzioni pubbliche e private, fra residenze, uffici, negozi e servizi, aree verdi, spazi pubblici e per il tempo libero. A progetto ultimato il parco pubblico (173.000 mq) sarà il secondo della città e il primo di nuova realizzazione in centro città dalla fine del XIX secolo.

 

Anche se ancora in corso d’opera, l’area sta riconnettendo parti di tessuto urbano prima divise – grazie anche alla recente apertura della fermata Tre Torri della metropolitana M5 – ed è già un luogo frequentato da milanesi e visitatori curiosi di vedere il restauro di alcuni monumenti storici, come la fontana di Piazza Giulio Cesare, e le futuristiche architetture finora realizzate (e, magari, sognare un attico da 12.000 euro al metro quadro, disegnato dai tre famosi architetti). La zona sta pian piano conquistando il suo ruolo di luogo di incontro e di agorà, grazie anche a eventi culturali come Piano City e le arene estive del cinema Anteo.

A questo si aggiunge ArtLine Milano, un progetto di arte pubblica del Comune che comprende oltre venti opere permanenti, di cui otto selezionate attraverso un concorso per artisti under40 e le altre di artisti internazionali già affermati.

 

Riqualificazione architettonica, arte, business e commercio, quindi: sicuramente uno spazio che “funziona” in una città come Milano, pragmatica e sempre assetata di novità. Perennemente in bilico tra la nostalgia del passato, della “Milan col coeur in man” e il desiderio di futuro (perché “Milan l’è on gran Milan”).

 

In questo contesto si inserisce il nuovo Shopping District, uno dei più grandi mall urbani d’Europa: cento negozi su una superficie di 32.000 mq, visitatori stimati 7 milioni in un anno con un bacino di utenza di 700.000 persone unità dedicate allo shopping, alla ristorazione, ai servizi, al tempo libero e all’intrattenimento.

 

Sebbene ancora da ultimare, lo spazio in sé è molto affascinante: tutto è disegnato da Hadid, con una struttura lignea avvolgente e in grado di trasmettere calore anche all’interno del “non luogo” per eccellenza. Persino i servizi igienici rivelano una grande attenzione al design e all’usabilità. I servizi per le famiglie sono degni di nota, in un Paese come l’Italia dove talvolta trovare un fasciatoio è un miraggio: qui è possibile utilizzare salette apposite, spaziose e comode, con tanto di divanetti pensati per chi desidera allattare in tranquillità.

Non stupisce invece la scelta dei negozi, che, tranne qualche eccezione, annovera brand high street di alto profilo: sì Max&co, per capirci, e no H&M o Zara. Oltre a questi, l’offerta si completa con le gallerie al di fuori del centro commerciale vero e proprio, come quella dedicata alla casa e quella dedicata alla tecnologia, in cui spicca il primo flagship store Huawei d’Italia.

 

È interessante l’offerta gastronomica, concentrata in una vera e propria “Food Gallery” che comprende alcuni concept ormai noti in città: da Red Feltrinelli – che peraltro rappresenta l’unico luogo in cui è possibile comprare libri – al fusion di Bomaki, all’Antica Focacceria San Francesco. Ci sono poi nuove aperture come Calavera Fresh Mex e il pub brandizzato dalla birra Brooklyn. Anche in questo caso, non troviamo la classica offerta da centro commerciale: banditi i fast food e le grandi catene, che quando presenti indossano comunque il vestito migliore (è il caso della Meatery di Roadhouse).

 

Per finire, il cinema. Anche in questo caso, non aspettiamoci il solito multisala che propina mezz’ora o più di pubblicità prima del film blockbuster del momento. La scelta è caduta sull’Anteo, un’istituzione del cinema d’essai in città. Una buona scelta di film di qualità, anche in versione originale, da godere a tutte le ore – matinée comprese – in sale all’avanguardia oggettivamente piacevoli.

 

Dall’architettura degli spazi, all’offerta shopping e food, all’intrattenimento, sembra insomma che questo progetto voglia alzare l’asticella della qualità in un certo tipo di luoghi. L’immagine che abbiamo del centro commerciale ne esce distorta, abituati come siamo a una visione manichea della realtà dove esiste la cultura alta e l’intrattenimento popolare.

 

Da persona “acculturata” dovrei sentirmi in colpa se dico che mi piace andare in un centro commerciale? D’altra parte, non abbiamo predicato per anni che il bello deve essere per tutti? Me lo chiedo mentre assaggio il mio sushi fusion in attesa della proiezione delle 13. Non posso fare a meno di chiedermi che impatto avrà questa operazione sulla vita culturale della città, e cerco di trarre delle conclusioni “laiche” sul rapporto cultura vs commercio e sulle nuove forme dell’abitare la città nel XXI secolo.

 

 

Myriam Sabolla

Tools For Culture

Tools For Culture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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