Clerici vagantes e trappole narrative: “Addicted. Serie TV e dipendenze”

Clerici vagantes e trappole narrative: “Addicted. Serie TV e dipendenze”

Spoiler alert: solo un’analisi approfondita e disincantata può moltiplicare le nostre emozioni; come pubblico contemporaneo siamo molto competenti, abbiamo un passato intenso e un presente magmatico e sappiamo fare le connessioni giuste. Ma che piacere riconoscere storie che ci hanno già fatto tribolare, personaggi che migrano tra un racconto e l’altro alludendo e ammiccando, citazioni forse dotte e certamente rispettose. Certo, se cadiamo nella palude serale del binge-watching potremmo sentirci in colpa.

 

Dopo molti anni nei quali la televisione era l’incubo del cinema (cit. Jean-Paul Fargier in una discussione a Taormina, anno di grazia 1984: la télévision est le couchemare du cinéma) si è addensato un glossario creativo a prova di scettico che riprende la logica del feuilleton, la colora con l’empatia tagliente dell’opera lirica, la declina con i ritmi lessicali delle cronache e con un pochino del gergo da cortile di una società complessa. Sono le serie televisive, bellezza. Fuori dal bozzolo delle loro antenate latine e di qualche genitore wasp stucchevolmente lento, rispecchiano il nostro orizzonte estetico.

 

“Addicted. Serie TV e dipendenze”, curato da Carlotta Susca, scritto da Michele Casella, Jacopo Cirillo, Marika Di Maro, Leonardo Gregorio e dalla stessa curatrice, è stato pubblicato qualche mese fa dall’editore LiberAria di Bari; 130 pagine per 10 euro. Non sorprende che gli autori, veri clerici vagantes 4.0, studino e scrivano (li troviamo in varie testate, blog e dipartimenti universitari), approfondiscano e giochino nel calderone di una materia che combina in uno strano equilibrio sapienza tecnica e incanto narrativo. Lo spettatore è messo di fronte a uno specchio tenero e impietoso delle sue complicazioni, fragilità, contraddizioni e (ogni tanto) miserie che rendono ancor più eroico il sopravvivere quotidiano in una società che perde l’orientamento ma non la voglia di camminare.

 

L’analisi che il libro dipana, con feroce semplicità, si adagia sui diversi strati che ogni serie mescola senza troppe regole preconfezionate, ma con un’attenzione quasi pedante a personaggi, trame, ritmi, dinamiche psicologiche e debiti con il cinema. Il lettore condivide un percorso che a sua volta possiede una forte carica narrativa, pur essendo (o forse proprio perché è) scomposto in cinque sezioni. Ne diventa subito complice e si trova pienamente cittadino di una repubblica narrativa che non fa sconti. La dipendenza non subisce la natura tecnica dello strumento, con buona pace di chi avversa il digitale come forma di svilimento dei contenuti.

 

Siamo sempre stati dipendenti dalle storie, per le vie dei villaggi omerici, attorno ai focolari medievali, nei salotti borghesi in cui era il pater familias a far da censore in tempo reale. La mia adolescenza, per quello che conta, era scandita dall’uscita settimanale del ‘Corriere dei Piccoli’ in cui Hugo Pratt, Sergio Toppi, Benito Jacovitti e altri Maestri castigavano i costumi ridendo, regalando fascino e istigandoci all’esplorazione, quanto meno della vita, degli affetti, dei misteri. Aver guardato e letto “Una Ballata del Mare Salato” in quel limbo che apre la strada all’età adulta è stato un dono irrinunciabile.

 

“Addicted” fa i conti con la galassia plurale delle serie televisive, che devono e vogliono bilanciare empiti creativi con vincoli di bilancio, non possono ignorare la digestione del pubblico ma preferiscono spostare in avanti la soglia narrativa, e si inoltrano in regioni magari ostili: riprendere vecchie storie, portare indietro il tempo, indulgere in travasi di attori e personaggi, chiudere senza preavviso, e tutte quelle evenienze che un’industria in crescita finisce per scontare. Oltre quattrocento serie prodotte in un anno (il 2017) costruiscono un grappolo di mercati.

 

L’analisi condotta in modo incisivo e coinvolgente nel libro permette, come sottolinea Carlotta Susca, di “dare un senso alla dipendenza”. Soprattutto schiude la via della molteplicità estetica, strategica, semantica, simbolica e allegorica delle serie, il costrutto delle quali non si rivolge a fasce specifiche di pubblico ma può essere fonte di valore, godimento, partecipazione e se si vuole sofferenza da parte di ciascun singolo spettatore: la trappola narrativa risiede nell’immedesimazione potente e cruda che può liberarci, se interpretata in modo laico, dall’ossessione degli errori, dei peccati, delle schifezze quotidiane. Indulgenza e tenerezza, comprensione e accettazione, ascolto ed empatia, la società di questi anni in ebollizione chiede proprio questo.

 

Che le serie televisive non contengano certo le tavole della legge è palese. A ben guardare, e nella loro capacità eloquente di raccontare i nostri moti intuitivi, sentimentali e lucidi, le serie descrivono però la nostra mappa affettiva, il nostro linguaggio, i nostri desideri. E abbattono le barriere che per troppo tempo hanno inscatolato pensieri e azioni in gabbie convenzionali e in format rassicuranti. L’erosione della struttura, l’elogio della fragilità, il piacere della condivisione possono regalarci, finalmente, un rapporto più leggero e morbido con il tempo e con lo spazio. La dipendenza, in fondo, ci consente di lasciare, almeno per un pochino, fretta, ansia da prestazione e senso del dovere fuori dal soggiorno o dalla stanza da letto. Non è poco.

 

 

Michele Trimarchi

 

Tools For Culture

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