Come i personaggi popolano il nostro immaginario: l’universo parallelo di Netflix

Come i personaggi popolano il nostro immaginario: l’universo parallelo di Netflix

Una delle caratteristiche dell’essere umano – forse la più distintiva – è la sua capacità di raccontare storie: come ha sottolineato Jonathan Gottschall nel suo saggio L’istinto di narrare (Bollati Boringhieri) siamo degli storytelling animals.

Alcuni personaggi si radicano nel nostro immaginario in maniera stabile, diventando familiari: era quello che auspicava Arthur Conan Doyle per Sherlock Holmes e «il suo Watson» nell’introduzione alla raccolta di racconti The Case Book of Sherlock Holmes, anche se paventava che «un segugio più astuto e un perfino meno astuto compagno» potessero «riempire il palcoscenico che loro hanno lasciato vuoto». E invece la coppia del 221B di Baker Street si è stabilita comodamente nel nostro immaginario di lettori e spettatori: anche chi non avesse letto le storie in cui hanno “preso vita” ha con loro una familiarità derivata dalle numerose “rimediazioni” audiovisive (cfr. Bolter e Grusin, Remediation, Guerini Studio), non da ultima la serie TV prodotta da Netflix, che sancisce l’iconicità del solo nome: Sherlock.

La “conquista” dell’audiovisivo da parte dei personaggi di finzione consente loro di radicarsi con ancora più forza nel nostro immaginario, e le strategie di promozione messe in atto dai social media manager della piattaforma di streaming Netflix fanno leva proprio sulle intersezioni fra finzionale e reale per dare cittadinanza ai personaggi nella nostra enciclopedia di conoscenze: se anche la realtà è spesso fruita attraverso uno schermo, allora attraverso meme, gif o semplicemente attraverso il discorso sui personaggi, questi acquistano una consistenza molto simile a quella dei “personaggi” reali (ché tali diventano le persone che conosciamo solo attraverso uno schermo).

Ideando video e immagini indirizzati esplicitamente al pubblico italiano, Netflix ratifica la compresenza di reale e virtuale nel nostro bagaglio di conoscenze e la sfrutta per creare intersezioni fra mondi reali e inventati: l’immagine di BoJack Horseman (il personaggio di animazione della serie omonima) al festival di Sanremo aggancia la promozione della serie TV a una circostanza reale e al buzz intorno alla storica manifestazione musicale, che monopolizza le conversazioni in Italia per una settimana all’anno; un Carlo Conti cartoonizzato reagisce alla caduta di BoJack dalla balconata dell’Ariston, che riprende un episodio realmente accaduto qualche anno fa, in cui una persona aveva minacciato il suicidio dagli stessi spalti. Il riferimento è preciso, e il testo del post recita: «Ed è subito #Sanremo ’95». Pochi giorni prima, il 7 febbraio, il rilancio della serie di fantascienza infarcita di citazioni dal cinema degli anni Ottanta, Stranger Things, è stato effettuato con un video in cui il direttore d’orchestra Beppe Vessicchio si smarrisce nel mondo sottosopra della serie TV, e con lo stesso lettering del titolo della serie compare alla fine la scritta «Free Vessicchio»: un chiaro riferimento all’assenza del maestro dal teatro Ariston.

Allo stesso modo, Una serie di sfortunati eventi, tratta dai libri per ragazzi scritti sotto lo pseudonimo di Lemony Snicket, è stata promossa con numerosi video che confondevano i piani della narrazione, richiamando il ruolo precedentemente svolto dal protagonista Neil Patrick Harris (Barney Stinson in How I Met Your Mother); per gli spettatori italiani, nell’atmosfera gotica della storia degli orfani Baudelaire è stato calato Giovanni Muciaccia, il conduttore di Art Attack, che ripropone le vessazioni del villain della serie, il conte Olaf (per esempio usare uno spazzolino da denti per pulire la propria cameretta, e poi usarlo anche per lavarsi i denti).

Come nella migliore tradizione fantascientifica, Netflix contribuisce a costruire un universo parallelo popolato di personaggi di finzione e, attraverso lo schermo (televisivo o del computer) lo collega al nostro mondo reale, creando ponti narrativi sotto i quali le acque si confondono, come nella migliore tradizione narrativa.

 

Carlotta Susca

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