Un bicchiere mezzo pieno. Come sarà il futuro dei millennials?

Il futuro dei millennials interpretato da una millennial.

Un bicchiere mezzo pieno. Come sarà il futuro dei millennials?

Il futuro è cambiato. Quello che ci aspettavamo dal futuro non esiste più. Comunque, non è mai esistito. C’è un momento quasi preciso in cui il futuro si trasforma in presente. Insomma, in realtà passato e futuro non esistono e, se esistono, lo fanno sotto forma di presente. Questo momento quasi preciso in cui il futuro si trasforma in presente per noi è finalmente iniziato. Da studente, il tempo te lo vivi con la lente escatologica di momenti-chiave liberatori o iniziatori. «Non vedo l’ora che finisca la sessione». Poi arrivi a un certo punto in cui l’aspettativa di una qualche liberazione svanisce. «Non vedo l’ora di cosa?» Eccolo il mio bicchiere mezzo pieno. L’ora è adesso.

Ai millennials è stato insegnato un futuro che non sta accadendo. Ci è stato fatto credere che da grandi avremmo avuto un momento per la vita vera, il cosiddetto tempo libero, quello da dedicare all’amore, alla famiglia; andare al ristorante, allo stadio, ad un concerto, viaggiare, scrivere quel romanzo che da teenager sognavi troppo di fare e faceva così figo. Abbiamo studiato – mai bene quanto le generazioni passate, chiaramente – il latino, il greco, la matematica, la filosofia, la storia, la letteratura,  i più fortunati l’educazione civica, le poesie a memoria e la tecnica per fare i riassunti. Tutto quello che studiavamo era una promessa per il successo professionale (ma il liceo non ti insegna nessun mestiere, ferunt).

Ora i millennials hanno cominciato a fare figli, a lavorare (ci si prova), a fare politica, a diventare punti di riferimento della classe intellettuale. Ma niente è andato come chi li ha istruiti si aspettava. Alla fine, la distinzione tra labour e leisure è una bufala. Non si può crescere convinti che il sabato fai cose solo per divertimento e che le cose importanti, il tuo contributo feriale alla società, siano cose pallose. Siamo una generazione di poveri laureati (la scala della mobilità sociale si è inceppata), ultra-qualificati (master dell’ennesimo livello con promesse di stage assicurato), trans-occupati (difficilmente si trova lavoro nel settore per cui si ha un titolo). Come è successo? Il 2008 ci ha insegnato che possedere una casa non è così importante e la crisi del lavoro lo ha confermato. Il riscaldamento globale e cose come la sharing economy ci hanno convinto che neanche possedere un’auto, tutto sommato, conta. La proprietà non è più un valore, meglio la connessione wi-fi.

Secondo me la sorpresa più grande l’hanno avuta i grandi. I millennials si sono laureati sapendo che non ce l’avrebbero mai fatta (ma che significa “farcela”?). Allora alcuni hanno pensato che tanto valeva cercare di provarci con la propria passione, alcuni neanche se la sono scelta la passione, altri si sono buttati sul rischio d’impresa (le start-up). Nel settore culturale la mansione ha ceduto il passo a una specie di professionalità diffusa. Partite iva a go-go, anche finte, per le quali fortunatamente in Italia si comincia a strutturare un sistema di protezione sociale (e quando cambia la struttura è segno evidente che la forma della società è già mutata).

La pensione non se l’aspetta più nessun mio coetaneo. Doppi e tripli lavori, vite multi-potenziali. Allora, vedete: non c’è differenza tra lavoro e svago. Talvolta mancano i presupposti (se non c’è un lavoro…), ma molto spesso il mercato o la vita che ti scegli, o quella che ti trovi a condurre, ti permettono di lavorare continuamente o non lavorare mai. La ricezione delle e-mail, le notifiche di Linkedin, Facebook che ormai si usa come agenzia di stampa fai-da-te, tutto questo ti segue ovunque ci sia il segnale 3G. Tutto sommato sappiamo anche gestire l’eclatante eccesso di informazioni che caratterizza il nostro tempo. Possediamo davvero solo ciò che conosciamo.

I millennials sanno che ormai è quasi più facile trovare una svolta attraverso la creatività. È finita l’era dei cash cows: se si potesse utilizzare la matrice Bcg per questo settore, diremmo che siamo tornati nel riquadro del question mark, occorre sviluppare. Ti devi inventare qualcosa e se va bene è una figata. Così, a un certo punto arrivi a non distinguere più di tanto la gratificazione derivata da una vacanza da quella della preparazione della presentazione di una ricerca svolta. La vita e il lavoro non sono due cose diverse e, sembrerà banale, è in questa vita che bisogna essere felici. Non è scontato, ma è vero, che si può rischiare di essere più felici al lavoro che nella vita privata. Ma comunque tutto questo non conta, perché la vita privata e il lavoro per noi sono praticamente la stessa cosa (questo stile di vita è il più artistico che ci sia). È come se i millennials fossero stati prima delusi, che illusi. È illogico, ma va a loro vantaggio.

Il futuro è cambiato, ha un’altra forma. Il paradigma è stato sovvertito (immaginate quei giochi per bambini in cui bisogna inserire il quadrato nel foro quadrato, il triangolo nel foro a triangolo). È un paradigma con un copione stilizzato e a me questo canovaccio lascia intravedere ampi spazi di discrezionalità, altissimi tassi di rischio e una dose di libertà maggiore di quella dei nostri genitori. Cominciamo cambiando forma da inserire nel foro e non accontentandoci di volere quello che hanno voluto altri prima di noi.

 

Valeria Morea

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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