Come si disegna la democrazia?

Come si disegna la democrazia?

Greci e Persiani: vecchi e nuovi dilemmi

Questo mese, vent’anni dopo la pubblicazione di quello che è forse il suo volume più iconico (il “forse” è determinato solo dalla grandiosità del distopico Sin City), Frank Miller ha rimesso mano alla materia ellenica che lo ha reso, alle porte del XXI secolo, il fumettista di culto che è oggi: vent’anni dopo “300 esce “Xerxes: la caduta della casa di Dario e l’ascesa di Alessandro”.

Il tema è quello già affrontato nel 1998 dalla prospettiva spartana: l’invasione della Grecia da parte dei Persiani sotto la guida del loro Dio-Re. Questo Xerxes, però, esce in un periodo delicato politicamente e culturalmente: la schizofrenia xenofoba da un lato, la sindrome da “social justice warrior” dall’altro, hanno reso i lettori più che mai suscettibili di fronte ai temi di democrazia, di rappresentazione del sé e dell’altro, di rispetto della diversità culturale.

Gli episodi che si potrebbero citare sono numerosissimi: la campagna #metoo ha trasformato il grido di denuncia delle vittime di abusi in una caccia alle streghe senza appello e senza tribunali, e in molte università americane sono stati divulgati volantini che proibiscono agli studenti di indossare abiti che possano ricondurre alle culture altrui, perché considerati offensivi.

Conseguenza naturale di questo clima di tensione è stato tacciare anche il buon Frank di razzismo a fronte della sua rappresentazione quasi grottesca, indubbiamente spaventosa, di Serse, che già nel volume del 1998 appare senza ermetismi come un sovrano lussurioso e opulento. Non che Miller fosse, dal canto suo, un bersaglio difficile: il suo Holy Terror, incentrato su terrorismo e fanatismo religioso, è indubbiamente un lavoro controverso.

A me, però, le critiche mosse a Frank Miller e al suo Serse non convincono fino in fondo – tradiscono, ai miei occhi, una certa cecità intellettuale che, nel furioso tentativo di ergersi a difesa di tutti equamente, dimentica le delicate basi ideologiche su cui si costruisce la democrazia, ovvero proprio lo snodo focale di entrambe le serie “greche” di Miller.

©1998 Frank Miller

Quale democrazia?

Qualche premessa teorica alla riflessione sulla democrazia così come la racconta Frank Miller attraverso il filtro dei suoi Greci è necessaria.

Precorrendo i tempi, come si confà a un premio Nobel di spessore, già nel 2004 l’economista e filosofo Amartya Sen pubblicava il suo pungente volumetto dal titolo “La democrazia degli altri”, in cui argomentava non solo le difficoltà, ma anche i risvolti etici dell’esportazione (e imposizione) della democrazia nei Paesi in cui essa non vige. Il principio di autodeterminazione dei popoli e la libertà di pensiero venivano difesi da Sen senza che mai si indebolisca il rispetto per l’universalità e l’imprescindibilità dei valori democratici, alcuni dei quali sono, come dice, comuni a tutti i popoli.

Una voce più recente è quella udita (anzi, letta) fra le righe del The Economist, il cui articolo “Beyond the tyranny of tolerance fa emergere chiaramente la delicatezza dell’argomento: “ogni opinione contraria all’ortodossia liberale si scontra con un approccio a tolleranza zero che etichetta coloro che vi aderiscono come bigotti razzisti, omofobi e transfobici”.

La democrazia può essere, dunque, tanto quella di Sen, che si scontra coi propri limiti di fronte alla “democrazia degli altri”, quanto quella di chi si inquieta di fronte a questa nuova “tirannide democratica” sorda al dissenso.

 

“Un esperimento che chiamiamo democrazia”

Forse in ragione di questa controversa equivocità della parola democrazia Miller ha scelto di prendere il ragionamento alla lontana, e di parlare della democrazia ab origine, del suo significato per coloro che l’hanno inventata.

Sempre per lo stesso motivo, dunque, il Serse di Miller non è in alcun modo una rappresentazione razzista e deforme di un popolo, né uno sfregio alla sua grandezza: innanzitutto perché le storie, non meno della Storia in cui affondano le radici, hanno un contesto, e in questo contesto un popolo sta lottando contro la tirannia di un altro per la propria libertà. Questo dato di fatto piuttosto obiettivo fa sì che le obiezioni fatte a Xerxes ora, e al suo predecessore nel 1998, siano il frutto di due generazioni (la mia, e quella dei miei genitori) cresciute senza paura – senza paura della guerra, senza paura del totalitarismo che ha trucidato pressoché in ogni angolo del globo milioni di innocenti.

I Greci che nel V secolo a.C. hanno fronteggiato l’avanzata persiana non avevano il tempo di domandarsi se la loro strenua difesa della democrazia fosse un’offesa alla diversità culturale dei loro assalitori. Non ce l’aveva Alceo, che a suon di endecasillabi celebrava la morte del tiranno Mirsilo; non ce l’aveva Demostene che tuonava contro l’arrivo dei Macedoni, presago di sottomissione definitiva dell’Ellade.

Allo stesso modo non ce l’hanno i guerrieri Ateniesi e Spartani dei fumetti di Frank Miller: e parlare di razzismo verso i Persiani in una storia di resistenza e di lotta per la libertà mi fa domandare (mi si perdoni il cinismo) se in nome del politically correct non sia il caso di concedere all’espansionismo tedesco dello scorso secolo di essere stato, in fondo, meno disumano di quanto pensiamo. Parlare di pregiudizio razziale, in questo contesto, significa appunto decontestualizzare, e dimenticare la specificità storica e la criticità di un periodo che Miller non poteva raccontare secondo i nuovi stilemi dell’America liberale, ma che invece egli sceglie di restituire alla sua autenticità con una retorica secca, stringente, dal simbolismo immediato che ricorda quasi quello di un codice medievale.

La lotta oltranzista per la diversità culturale rischia, di fronte a testi come questi, di distogliere l’attenzione da una questione più importante e di maggior momento: in questa tarda epoca postbellica, tragicamente dimentica dei pericoli sorti dal nazionalismo, la democrazia impone manicheismo. Xerxes di Frank Miller, con la sua retorica arcaica e le sue illustrazioni preistoriche non trasmettono xenofobia, bensì la paura atavica dell’oppressione, e il desiderio di combattere per la libertà degli uomini.

Non credo sia il caso, di fronte a simili messaggi senza tempo, di fare tanti capricci.

 ©2018 Frank Miller

 

Questo articolo non sarebbe stato possibile senza la consulenza e la profonda, autentica conoscenza fumettistica di Enrico Procopio.

 

Francesca Sabatini

Tools For Culture

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