Cuba. Taxi collectivo e sedile posteriore

Nota di un viaggio nella Cuba post-disgelo, tra turismo di domani e atmosfera cristallizzata.

Cuba. Taxi collectivo e sedile posteriore

Mattina presto, sensi al risveglio e orecchie attente. Taxi colectivo, sedile posteriore. Oltre il vetro oscurato, le strade polverose, colorate e vivaci di Trinidad fanno spazio alla natura più rigogliosa, che si incastona ai lati di corsie più ampie. Direzione Viñales.

L’orecchio si allunga verso il conducente, indaffarato nell’imbastire una conversazione di scambio con Marco. Una pregunta sulla lingua e un dito fra i riccioli, quasi ad evidenziare l’arrovellarsi circolare delle curiosità.


Le rughe dell’autista si stropicciano ai lati dello sguardo; si irradiano e sorridono nel profilo. Ridono a suon di frasi in spagnolo, mentre le due compagne improvvisate di viaggio danno sfoggio del loro slang australiano.

Un calderone di suoni e parlati, che ribolle in una calda miscela di sensazioni e pensieri. Una miscela di ingredienti diversi, distinti ma non sempre pienamente riconoscibili.

L’occhio al finestrino, si posa sull’impotente cartello bordeaux e bianco: “26 luglio. Vittoria delle idee”. Immediata l’incognita: delle idee o dell’idea? Singolare o plurale? nella volontà o nell’accettazione?

Ti astrai, scorrono le ruote sull’asfalto, scorrono i tuoi pensieri inframmezzati da qualche buca, o logica. Incontri segnali che non sai decifrare.

Ripensi alla voce secondo cui ai cubani non è consentito mangiare aragoste, cibo prediletto del solo turista. Ritorni alla pagina della guida che consiglia l’uso di imbarcazioni interdette agli abitanti del luogo. Potrebbero lasciare il paese. Non accetti il viso, quasi imbarazzato, di chi accogliendoti nella sua casa particulares ti consiglia la visita dei Cayo pur non essendosi mai potuta recare, poiché locale.


Ti ammutolisce la vera Trinidad, ai margini più reconditi della conosciuta Plaza Mayor dell’etichetta Unesco “patrimonio dell’umanità”, al di là delle consuete attenzioni turistiche. Un itinerario fotografico suggerito che rivela un’altra realtà meno colorata, superficiale e patinata. Uno schiaffo di sensibilità, dai confini labili; non passibile all’obiettivo o allo scatto perfetto, quanto all’emozione umana. Abitazioni povere, dimesse, terrose, dall’uscio d’ingresso sempre aperto e donne sedute alle alte finestre in ferro battuto. Odori acri, mano tese, bramose di caramelle, saponi e magliette usate. Buio che cala, ombra che si allarga e penetra.

Ti affascina Habana Vieja, andirivieni di strade brulicanti di attività e colori, tra la polvere insistente del passato e lo sgretolarsi architettonico attuale. Vecchi lussuosi hotel, scarnificati dall’usura e dal tempo. Ascensori in ferro battuto arrugginiti e sgangherati. Soffitti alti inutilizzati, rimembranza di erose ricchezze. Telai senza vetri, finestre senza infissi, affacci senza parapetti, scale senza piani, decorazioni senza cura. Abitazioni tanto belle quanto pericolose e decadenti. Auto di un superato splendore, carcasse vivaci che nascondo motori improvvisati, e sistemazioni bizzarre. Di nuovo, cosa scarseggia maggiormente: possibilità, capacità o sensibilità?

La non risposta diventa ingombrante, il silenzio denso. Denso di stupore, che pervade nuovamente il tuo tragitto e la tua presenza in auto. Ti astrai, attendi il prossimo cartello; la prossima indicazione oltre la consolidata propaganda, la vera direzione. Forse. Aspetti il segnale in più che sappia dar senso alle possibili interpretazioni.

Passi la mano verso il posto del passeggero tra i riccioli di Marco, ti unisci alle sue curiosità. Con empatia, condividi il movimento delle sue dita sulla nuca; con complicità, le domande nella testa. Ti porgi in avanti in un gesto di calda fiducia.

 

 

Ilaria Bollati

Tools For Culture

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