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CULTURA LINGUA MADRE. Qui, ora e altrove

By 19 Marzo 2020 No Comments

In times of uncertainty, art serves as an important reminder of our collective need for creativity and community [The Art Institute of Chicago]

 

Quante lingue diverse è in grado di parlare la cultura in questi bizzarri e drammatici tempi di reclusione forzata?

E quali linguaggi adopera per arrivare ad un’audience il più possibile variegata e vasta?

Oggi che assistiamo inermi al repentino annullamento delle nostre attività libere e fuori casa – sociali, mondane, vòlte alla ricerca dello stimolo giusto tra i mille che riceviamo quotidianamente fra lavoro, famiglia, università, appuntamenti, amici – come si fa a restare connessi attraverso forme creative e soddisfacentemente appaganti?

L’uomo, come diceva Aristotele, è un animale sociale e come tale è alla ricerca di momenti e situazioni di aggregazione capaci di rispondere ad un necessario e connaturato bisogno atto a portare avanti una sana sopravvivenza, tra simili e con se stesso.

Quando tali occasioni, rivelatrici di questo profondo valore identitario, vengono necessariamente meno – o a mancare nel modo in cui siamo abituati a concepirle – cosa succede? Come processiamo questo lento isolamento da contatto e, soprattutto, come ne veniamo a patti?

Al di là dello “spirito caciarone da balconi” che vede uniti (quasi) tutti gli Italiani dello Stivale ogni giorno alle 18 con musicalità creative ma anche dubbie playlist al massimo del volume, come ci parla questa quarantena casalinga? Quali i modi, i contenuti, le voci? La paura e lo scoramento si pongono in rapporto dialettico con la sorpresa e la ri-scoperta, mettendo a comun denominatore un tempo che scorre lento ma inesorabile. La paura (e il non senso) genera esodi da nord a sud per sfuggire a uno stato di reclusione forzata, dove la dimensione limitata e limitante dello spazio di vita fisico, e lontano da altri simili, fa crollare il sistema di autogestione del proprio io e del proprio essere persone e cittadini aventi diritti, doveri e senso civico (questo sconosciuto).

Bisogna riuscire – e non con pochi sforzi – ad essere presenti a se stessi per il proprio bene e per il bene altrui, rimanendo sì a casa ma traslandosi altrove, ricavandosi cioè una dimensione altra in cui esperire uno spazio e un tempo che non contempla spostamenti – se non del pensiero –, fatto potenzialmente più di qualità che di quantità e a cui il più delle volte, presi dalla frenesia della vita, non prestiamo la dovuta attenzione. Ed ecco che, in questo primo smarrimento generalizzato, la cultura – e chi opera per essa – ci viene in soccorso.

Da quando il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, all’indomani dell’8 marzo ha richiesto che web e tv trasmettessero più contenuti culturali dato il delicato e difficile (e triste) momento – che ha visto tutti i cinema, teatri, aree archeologiche, musei, fondazioni e gallerie d’arte, luoghi dell’intrattenimento musicale e della notte, chiudere al pubblico fino al 3 aprile per evitare assembramenti e potenziali focolai di contagio del covid-19 – una miriade di narrazioni è andata spargendosi su tutto il territorio nazionale coinvolgendo tantissimi attori del mondo culturale.

Sono proliferati racconti su depositi e collezioni nascoste, mostre online, archivi aperti, cruciverba artistici, maratone djset, storie a porte chiuse narrate direttamente dalla voce di chi la cultura la mastica tutti i giorni: d’altra parte, quando il visitatore non può uscire di casa, è la cultura stessa ad andare in casa del visitatore. Strategie digital e storytelling uniti per risollevare, a distanza di 1 metro o di chilometri, gli animi, per riempire le case di bellezza, per stimolare la curiosità e sviluppare un tipo di apprendimento e di fruizione differente.

Ecco così che sui riscoperti canali social, sotto l’hashtag #laculturacura, il Museo Egizio di Torino dà appuntamento per delle passeggiate a porte chiuse con il direttore Christian Greco, capace di mettere il visitatore virtuale subito a suo agio tra gli splendidi percorsi delle collezioni grazie a un linguaggio accessibile e mai didascalico, con spiegazioni chiare che permettono a tutti di sentirsi più vicini a quel mondo così antico. Il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano racconta invece, attraverso rubriche dedicate e le sue tante voci, temi propri della sua identità, uno per ogni giorno della settimana: l’educazione informale e i laboratori interattivi, l’attualità scientifica, il dietro le quinte del lavoro museale e i depositi, gli archivi e le biblioteche, l’astronomia e lo Spazio, Leonardo da Vinci.

A Roma il Maxxi – Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo ha dato vita a un animato “condominio del contemporaneo” dove ogni giorno lo staff del museo racconta con toni colloquiali le mostre più iconiche della sua storia, il design, l’architettura, l’attualità, i libri, l’educazione, le azioni d’artista, performance e le collezioni. Siti statali di grandissimo richiamo come il Parco Archeologico di Pompei, oltre alle pillole video del Direttore Generale Massimo Osanna girate in un’estraniante Pompei deserta, pongono l’attenzione sulle figure professionali interessate a raccontarne instancabilmente le storie, come le guide, e coloro che curano le manutenzioni e le aree d’interesse come archeologi, architetti, ingegneri e operai.

Anche il Teatro Regio di Torino ha a cuore i propri musicisti e artisti e con l’hashtag #ProudToBeRegio lancia il progetto di portare il potere benefico della musica oltre il teatro, oltre ogni virus. Ogni professionista contribuisce con il proprio strumento e un brano a scelta a riempire con estrema passione e musica questi spazi e tempi sospesi. No vernissage per le gallerie che, di contro, trovano modi interessanti per continuare ad esporre arte in collettive online, come fa Albumarte (Roma) centro indipendente per la promozione dell’arte contemporanea che ha inaugurato recentemente la virtual exhibition DA CASA – Abitare il tempo sospeso.

O ancora, si trovano espedienti giocosi come il cruciverba online per continuare a promuovere mostre al momento non più visibili, come ha pensato di fare Musja (Roma), il museo ideato dall’imprenditore e collezionista Ovidio Jacorossi. Oppure ci si rifà a grandi classici della letteratura italiana come il Decameron di Boccaccio, declinato nella nuova accezione contemporanea e in live streaming delle novelle di Triennale Decameron che vede artisti, designer, intellettuali, musicisti, scrittori abitare gli spazi della Triennale di Milano attraverso storie e performance giornaliere. E dalla letteratura così ripensata ci si trasla, restando fermi, alla Cineteca di Milano che diffonde amore per il cinema attraverso l’apertura e la consultazione del suo catalogo online con possibilità di vedere delle rare pellicole in streaming, ripercorrendo così non solo la storia del cinema, ma del Paese stesso.

Questi esempi solo per citare una piccola parte dei partecipanti impegnati nel raccontare e fare cultura, anche se a porte chiuse. Perché la cultura è in grado di declinarsi in molteplici forme in virtù della sua solidità storica e del suo essere, in primis, portatrice di valori fondativi identitari, umani, sociali. Proprio però per questa sua forza intrinseca e questa sua capacità di parlare attraverso una evidenza millenaria che supera epidemie, uomini e secoli, è spesso anche la più sofferente, amata ma senza ricevere tutte le cure di cui avrebbe realmente bisogno, apparentemente solida sotto la polvere del tempo e delle giurisdizioni. E questa volta, quando i luoghi dell’intrattenimento, dell’arte, dell’apprendimento collettivo riapriranno, la cultura dovrà dimostrare con ancora più tenacia di essere una fenice in grado di risorgere davvero dalle proprie ceneri.

Ma ora che siamo ancora nella fase iniziale di questo lungo processo, in cui si lotta per restare vivi e non fermarsi nonostante le chiusure giustamente imposte dalle Autorità, ci rimane il nostro altrove casalingo – per chi riesce a ricavarsi il giusto stato di fruizione e un equilibrato modus operandi all’interno del proprio spazio vitale – che può indubbiamente rivelarsi un’occasione per scoprire in maniera mirata e meno anestetizzata nuovi stimoli. Un tempo ritrovato fatto sì di smart working, ma anche di una certa lentezza a cui non siamo obiettivamente più abituati e che forse andrebbe riscoperta con più solerzia.

Un tempo morbido, a tratti indefinito – che giorno è oggi? – fatto di ascolti e risonanze, di scricchiolii o urla della casa, di silenzi o canzoni dei dirimpettai, di digiuni o appetiti, di solitudine o condivisione forzate.

Un tempo intimo, a volte immobile, scandito da incombenze e bellezze, dove possiamo decidere quali personali valori attribuirle e come far vivere, nel nostro oggi, la cultura che ci viene regalata in questo momento storico e a cui tutti, consapevoli o meno, apparteniamo. L’arte, la musica, il teatro, la danza, il cinema, la scienza, la letteratura sono il sostrato da cui è germogliato quel quid che ci rende capaci di reinventare le nostre esistenze anche in un momento collettivamente complesso e difficile come quello che tutti stiamo vivendo, perché la cultura è la nostra lingua madre capace di esprimersi anche senza parole, nell’efficacia di una comunicazione che veicola diversi messaggi, ma per tutti.

In questo tempo scandito da clausure e paure, e dove la morte sta davvero correndo lungo il filo della vita, a chi, come me, #restaacasa non è richiesto di fare, necessariamente, ma solo di saper accogliere, di stare, semplicemente, come d’altronde stanno facendo le magnolie giapponesi in fiore verso la primavera incipiente, mentre si dischiudono in questa metà marzo sotto lo sguardo stupito del mio balcone.

Cristina Palumbo

 

 

 

A farmi compagnia durante la stesura di questo testo, Fearless dei Pink Floyd (1971):

https://www.youtube.com/watch?v=t3J_2R9rAp8

 

Immagine 1. Wolfgang Tillmans, Summer still life, 1995

Imagine 2. Wolfgang Tillmans, Still life, Grays Inn Road I, 1999

Imagine 3. Wolfgang Tillmans, Still life, New York, 2001

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