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Cultura silenziosa. Venezia, aprile 2020

By 26 Aprile 2020 No Comments

Che cosa sappiamo di Venezia?

La situazione del tutto inedita della pandemia ha di fatto spinto le nostre vite a fermarsi, e mi ha dato l’opportunità di riflettere sugli effetti delle misure del lockdown sulla cultura di Venezia. Una città che ha finito per somigliare sempre di più a Disneyland, con il suo turismo parassitario di 30 milioni di visitatori l’anno. Adesso tutto è chiuso, tranne i supermercati e le farmacie, e le strade sono vuote. Per ragionarci su con qualche costrutto credo sia necessario mettere a fuoco le parole ‘cultura’ e ‘silenzio’.

Nel dizionario la parola ‘cultura’ include “Le arti e altre manifestazioni dei progressi intellettuali in prospettiva collettiva”, oltre a “idee, prassi e azioni sociali”. Gli esempi più ovvi sono i luoghi topici come la Basilica e la Piazza di San Marco, Palazzo Ducale, il Ponte di Rialto, l’Accademia e così via, l’elenco è infinito. Questi gioielli storici non sono l’unico regalo dei padri veneziani, che sostennero anche il lavoro di artisti, musicisti, attori e scrittori.

Quello che hanno creato si ammira in musei, gallerie, teatri e spesso viene rappresentato nelle Basiliche e nei Palazzi di Venezia. Come se non bastasse, Venezia gode di una solida reputazione come centro internazionale del contemporaneo, in cima a tutto la Biennale d’Arte fondata nel 1895 e all’origine di tutte le biennali del mondo, e dagli anni Ottanta estesa ad architettura, teatro, danza, e cinema con il suo Festival. Tra un settore e l’altro c’è sempre una Biennale in corso. Quest’anno – ma c’è stato, inevitabilmente, il rinvio, il tema della Biennale Architettura è “Come vivremo insieme” che non soltanto riflette gli interrogativi sulla diversità internazionale, ma suona stranamente profetico.

Molta della cultura veneziana è il frutto del suo enorme impero commerciale, ponte storico tra Oriente e Occidente. Manufatti artistici, materiali e idee dai suoi più forti partner (la bizantina Costantinopoli e l’islamica Cairo) hanno dato forma ai profili estetici della cultura veneziana. E poi Venezia è stato il fondale per tanta cultura ‘esportata’, soprattutto film: chi non ricorda la gondola a motore di “Moonraker”?

C’era una volta il Carnevale

Ci sono anche tradizioni nate a Venezia ma non più autentiche, come il Carnevale, introdotto nel 1162 per celebrare una vittoria, proseguito per tutto il Rinascimento e il Barocco fino a quando fu messo a bando nel 1797. Era una festa mascherata che cominciava la prima domenica di ottobre fino al martedì grasso, coinvolgeva l’intera città infrangendo tute le regole della vita sociale. Ci si poteva vestire come piaceva violando le norme che richiedevano abiti specifici per ogni professione e classe sociale.

Rimuovendo la stessa idea di identità ciascuno sembrava uguale in una società che di norma era rigidamente stratificata e gerarchica; in questo modo si trascendeva l’idea di un ordine sociale e politico.

Carnevale era un periodo nel quale il gioco d’azzardo era permesso, e l’anonimato mascherato offriva all’aristocrazia l’opportunità di darsi a ogni possibile trasgressione licenziosa, quasi senza rischio di essere colta sul fatto. In breve, il carnevale riusciva a creare coesione sociale, una visione condivisa per l’intera comunità. L’evento è stato reintrodotto nel 1979, circa duecento anni dopo, come parte di uno sforzo volto a promuovere storia e cultura di Venezia, ora è famoso in tutto il mondo e finora ha attirato oltre tre milioni di visitatori l’anno. Non è, tuttavia, un evento della comunità veneziana, ha perso ogni fattore di autenticità e anche molti residenti lo considerano lo spettacolo in cui i turisti indossano maschere elaborate, attirando visitatori in un periodo che altrimenti sarebbe fuori stagione e pertanto economicamente sommesso.

Il Carnevale, che finisce quaranta giorni prima di Pasqua, è tradizionalmente seguito dalla cerimonia dello “Sposalizio del Mare”, che si tiene ne giorno dell’Ascensione (quaranta giorni dopo Pasqua). Istituito nell’anno 1000 come cerimonia volta a placare il mare, è diventata nuziale dal 1177, quando Papa Alessandro III volle riconoscere la lealtà di Venezia nella lotta contro il Sacro Romano Impero. Si tolse un anello e lo diede al Doge, chiedendogli di gettarlo in mare nel giorno dell’Ascensione. Dal 1311 questo gesto di responsabilità fu offerto dal “Bucintoro”, grande battello statale le cui decorazioni erano così opulente e preziose che nel 1798 Napoleone lo bruciò, un po’ per celebrare la propria vittoria, un po’ per prendersi l’oro, il cui trasporto richiese l’impiego di quattrocento muli. La cerimonia fu reintrodotta nel 1965, con il Sindaco che – su scala ben minore – getta in mare una corona d’alloro da un corteo di barche a remi. Questo evento vale tuttora più per la comunità veneziana che per i turisti.

Il silenzio può essere eloquente

“Silenzio” è definito nei dizionari come “non produrre alcun suono”, o “non esprimerlo ad alta voce”. La cultura, con le ovvie eccezioni dello spettacolo dal vivo, è apprezzata prevalentemente in silenzio. Nelle gallerie d’arte e nei musei i visitatori tendono a sussurrare quel po’ che hanno da dire, rispettando chi ha bisogno di pace per apprezzare le opere d’arte. In effetti, si potrebbe arguire che il punto cruciale dell’arte e della cultura è saper costruire una risposta emotiva silenziosa qualunque sia il linguaggio o lo sfondo culturale del fruitore, e che può essere interpretata in una miriade di modi diversi secondo le sue esperienze personali.

Inoltre, direi che le opere d’arte e i manufatti storici dei musei non possono essere definiti “silenziosi” solo perché adesso non ci sono visitatori: il messaggio rimane attivo nelle pagine dei libri, nelle informazioni on-line, nelle foto e nei ricordi. Semplicemente, non è possibile “mettere a tacere” tutta questa cultura una volta che è stata già vista, apprezzata, raccolta e amata da tanti milioni di persone.

Non c’è dubbio che la diffusione di internet, dei suoi siti e dei social media offre a tutte le istituzioni culturali veneziane l’opportunità di essere ascoltate. Un esempio lo dà il Teatro La Fenice. Il suo canale You Tube è un esempio eloquente di come la cultura può essere offerta a tutti senza costi. Il Teatro ha anche attivato un canale Instagram nel quale si possono vedere interviste a musicisti e cantanti famosi, incluse brevi esibizioni e letture. In questo modo si cattura l’attenzione di quanti, chiusi in casa, possono diventare spettatori, adesso e auspicabilmente in futuro.

Il Teatro ha fatto anche partire una campagna “GoFundMe”, confidando di raccogliere i fondi necessari per fronteggiare l’emergenza. Nei primi tre giorni dal suo lancio, ancor prima che le interviste cominciassero, è stato raccolta quasi metà della somma richiesta (diecimila euro). Così grazie a internet la “voce” della cultura è tuttora del tutto viva per il pubblico di tutto il mondo.

https://www.youtube.com/user/TeatroFeniceVenezia  https://www.gofundme.com/f/Antivirus-La-Fenice-Friends-helping-Italy

Tutti a casa

Quest’anno il carnevale è stato chiuso prematuramente non appena il virus si è manifestato, cui ha fatto seguito la chiusura di tutte le attività culturali e lo spostamento – forse la cancellazione – della Biennale Architettura e dello Sposalizio del Mare. Tutti i palazzi, musei, festival, etc. sono certamente una componente importante della cultura veneziana ma non sono tutto. Un altro aspetto fondamentale è dato dalla “Venezia viva”: i numeri in continuo calo dei veneziani che rimangono nella Laguna rappresentano l’ultimo bastione prima che Venezia diventi un museo vivente o un parco a tema, una transizione che secondo molti è già avvenuta. È necessario, allora, domandarci quanto questo elemento umano sia stato esso a tacere dagli effetti del lockdown.

La cultura è come il sangue di una società vibrante, espressa nei diversi modi in cui le persone si divertono, le loro feste, le storie che si raccontano, come si racconta il passato e si immagina il futuro. Include l’espressione della creatività, la costruzione delle identità individuali, il rafforzamento e la conservazione del senso di appartenenza ai luoghi, la crescita del benessere per le persone e le comunità, e il collante che li tiene insieme. Se è vero che le attività culturali di cui parliamo raccoglievano le persone creando coesione e forza comune, sembra che non sarà più così.

L’impatto del turismo di massa

Il turismo è un fattore importante dell’economia veneziana fin dal diciottesimo secolo, quando la scena musicale e il patrimonio artistico ne facevano una tappa essenziale del Grand Tour. Il semplice numero dei turisti che ne sono attratti oggi ha generato l’effetto opposto. Nel 1951 i veneziani residenti erano circa 175.000, adesso il numero è declinato intorno a 50.000, metà dei quali ha più di 65 anni. Negli ultimi dieci anni l’esplosione dei voli lowcost e la crescita incontrollata degli alloggi Airbnb ha fatto crescere i posti letto del 500%. Così il mercato edilizio è sempre più popolare per gli investitori internazionali ed è diventato, di conseguenza, insostenibile per la maggior parte dei residenti.

Oltre ai tre milioni di turisti che in un anno si fermano a Venezia si stima che 17,5 milioni arrivi con le navi da crociera o pernotti a Mestre. Anche chi si ferma in Laguna ci passa pochi giorni e concentra la propria visita a un’area geografica estremamente piccola. Anche i ristoranti sono cresciuti del 10% negli ultimi dieci anni, e i negozi del 4%; non c’è granché per i residenti, anche i menu e perfino la musica sono scelti con i turisti in mente, così come i prezzi. Risulta sempre più difficile per i residenti trovare servizi essenziali come un calzolaio che ripari i tacchi. Il mercato del lavoro è orientato al turismo, con il conseguente declino della complessità socio-ecologica propria del tessuto sociale.

La città è diventata vittima del suo stesso successo: l’overtourism non è soltanto sovraffollamento materiale ma genera un impatto negativo sul benessere della comunità residente che ne risulta compressa. C’è anche una crescente tensione fra i residenti che hanno un interesse diretto o indiretto sul turismo, e tutti gli altri. Si stima che ogni anno mille residenti vadano via, soprattutto a causa dell’eccesso di turismo. Chi rimane ha creato movimenti e gruppi d’azione, che tengono incontri e dimostrazioni per chiedere alla politica di tenere nella giusta considerazione le sfide materiali, sociali, economiche e culturali che stanno indebolendo la vita quotidiana e la complessa sostenibilità ambientale della Laguna.

La frustrazione cresce, nonostante nel 2017 l’UNESCO considerava di aggiungere Venezia all’elenco dei siti “in pericolo”, e si tentino progetti per spostare il terminal delle crociere in terraferma, non appare alcuna strategia generale sul futuro.

Le nuove voci della Laguna

Lo shutdown ha messo a tacere questo lato umano della cultura? ‘Silenzio’ è una parola curiosa in relazione a Venezia. È sull’acqua, è la città senz’auto più grande d’Europa, è sempre stata relativamente calma in confronto alle altre città. La cacofonia di macchine, furgoni e moto è sostituita da barche che scivolano e qualche motoscafo veloce. Lasciato il Canal Grande, la struttura urbana fatta di case addensate, vie strette e mura spessi compensa anche questo. In tempi normali, quando le strade sono affollate, il rumore di fondo è un misto di chiacchiera eccitata a qualche strillo, le ruote dei trolley, le suonerie dei telefonini, le barche a motore e i camerieri che invitano i turisti di passaggio nei loro ristoranti.

Le strade adesso sono quasi vuote, ma Venezia non è silenziosa. Al contrario, sembra che lo strato soffocante degli eccessi turistici sia stato rimosso per rivelare l’organismo minuscolo ma vivo che ne era sovrastato. Si trova l’aria da respirare e la sua reale voce veneziana. Si comincia ad apprezzare che l’interpretazione veneziana del suono è tradizionalmente associata con la musica anziché con il rumore. Durante il diciottesimo secolo a Venezia c’erano otto teatri e oltre 150 chiese, ciascuna delle quali aveva il proprio coro e ogni giorno ci si suonava e cantava. Al contrario della letteratura, musica e teatro esistevano per tutti, non soltanto per i privilegiati nei loro palazzi, e ricoprivano un ruolo centrale per la cultura e il senso di comunità di Venezia.

La mia percezione è del tutto cambiata. Ogni volta che ho l’occasione di star fuori o anche soltanto aprire la finestra, mi prendo il tempo per chiudere gli occhi e ascoltare accuratamente il ritmo della città, i passi delle persone, il loro sommesso chiacchierare, i trolley della spesa spinti sul selciato, lo scampanìo delle chiese, il rimbalzo dei palloni sulle pareti e perfino il tubare dei piccioni, lo stridìo dei gabbiani e l’abbaiare dei cani. Sembra che tutto si svolga secondo uno spartito prevedibile.

Questa combinazione crea la colonna sonora di una giornata ordinaria della vita veneziana, che di solito è perduta o ridotta quasi al silenzio sotto le ondate di visitatori rumorosi. Oltre a ciò che si ascolta ci sono le voci silenziose delle bandiere che i residenti hanno appeso alle finestre, e le scritte che dichiarano: “Tutto andrà bene”; appena a destra di casa mia c’è scritto: “Nel dopoguerra c’era una voglia di ballare che faceva luce”.

Città d’arte, città d’acqua

Venezia e l’acqua sono piuttosto inseparabili. Conosciuta come ‘città galleggiante’, era fatta di edifici costruiti su piattaforme di legno, a loro volta sostenute da pali conficcati nel fondo sabbioso. Galleggia, ogni tanto viene allagata per effetto della marea; ormai il fenomeno dell’acqua alta è accettato come un fatto normale. La minaccia deriva dalla frequenza sempre maggiore, dovuta drammaticamente al cambiamento climatico. La presenza permanente dell’acqua significa che qui c’è sempre stato il senso forte del riflesso, rafforzato dalla produzione storica di prezioso vetro da specchi.

L’imposizione di questa pausa ha portato anche un cambiamento drammatico generando una nuova trasparenza dell’acqua. Ciò ha attirato il ritorno di pesci e altre specie animali, inclusi delfini e cigni, verso le vie d’acqua che prima erano congestionate. L’assenza della navigazione ha del tutto calmato i canali che sono diventati specchi perfetti, riflettendo le meraviglie architettoniche di Venezia dovunque si diriga l’occhio.

In sintesi, la pandemia ha portato un arresto temporaneo dell’invasione turistica da cui Venezia ha finito per dipendere economicamente, ma che è al tempo stesso parassitaria avendo reso la comunità locale invisibile, irrilevante e ampiamente inascoltata. Da quanto vedo i residenti hanno rispettato le regole del lockdown restando a casa per la maggior parte del tempo, ma vederli incontrarsi per le vie conferma un forte senso di comunità da parte di chi è rimasto ancora, a dispetto del numero calante.

È tempo di ascoltare

Nessuno vuol sottostare a queste regole se non è assolutamente necessario, ma credo che ci sia anche la percezione che qualcosa di straordinario stia accadendo, con la natura che trova una nuova vitalità e trasparenza e, per un periodo limitato, i veneziani che apprezzano la restituzione della loro preziosa città. Così l’effetto di queste regole, più che mettere a tacere Venezia, hanno permesso alla sua voce autentica di essere ascoltata. I veneziani sono robusti, sono sopravvissuti a guerre, invasioni e allagamenti; per di più, Venezia non è nuova proprio a questo tipo di crisi. La stessa parola ‘quarantena’ è nata a Venezia, dove il Senato aveva imposto la regola dei quaranta giorni per tenere isolate le navi e le persone in modo da contenere il diffondersi della peste nel 1448.

Venezia è unica, è proprio dalle ceneri dei tempi duri che la fenice rinasce, aperta a nuove opportunità e nuovi orientamenti culturali. Va detto, in ogni caso, che la reale minaccia – più che i rischi ambientali o la pandemia – è rappresentata dall’invasione annuale dei turisti. I visitatori magari non distruggono il vecchio tessuto della città, ma cacciando via gli ultimi residenti renderanno Venezia la reliquia materiale di ciò che un tempo era un centro culturale importante e vivace.

Nessuno sa quali saranno gli effetti di lungo termine della pandemia, ma certo c’è la possibilità per tutti, inclusi i residenti, di impegnarsi a creare e attivare un pian strategico urbano per il futuro che guardi ben oltre i semplici criteri economici. Intanto mi sento privilegiata per aver potuto condividere l’esperienza di vivere in una città così bella da togliere il fiato e finalmente autentica. Magari Venezia non ha voglia di urlare, ma ha certamente la propria voce se ci rendiamo conto che è tempo di ascoltarla.

Annie Drew

 

L’autrice ha creato il progetto “Venice in lockdown”:

https://www.instagram.com/explore/tags/veniceinlockdown/

 

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