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Da Duchamp a Cattelan: innamorarsi di un’arte che bella non è

By 5 Aprile 2020 No Comments

5 dicembre 2019, tra gli stand di Art Basel Miami un’opera tra tutte attira la curiosità del pubblico. Probabilmente già l’8 dicembre, quando la fiera dichiara terminata la sua edizione americana, gran parte della popolazione mondiale ha visto il bizzarro e inafferrabile lavoro di Cattelan, che non solo ha fatto da sfondo ai selfie della folla, ma si è visto usato e maltrattato in tanti post e articoli, spesso saturi di sdegno e ribrezzo. E ancora, Comedian è stata trasformata dalle aziende in strumento di instant marketing e – sostituita da ogni tipo di prodotto, dalla patatina del Burger King ai profilattici della Durex – è divenuta, infine, sempre più criptica. Insomma, alla fine della fiera molti si sono convinti dell’assoluta riproducibilità di Comedian e pochi, ma veramente pochi non hanno mostrato disappunto davanti al prezzo di 120mila dollari.

Così l’opera è diventata virale, onnipresente e banale, e il fine ultimo dell’artista si è realizzato, inosservato, sotto gli occhi di tutti. Chissà chi, prima di pubblicare ogni genere di riferimento a Comedian, ne ha valutato lo spessore, trascendendo il preconcetto di un Cattelan che, un po’ annoiato, rinuncia alla sua merenda per incollarla al muro di una fiera d’arte. Non c’è dubbio, il tempo per concepire valutazioni meditate è stato poco, visto che, dopo qualche giorno, la moda di usare – e abusare – di Comedian è passata. L’entusiasmo è durato una settimana al massimo, il tempo di sopravvivenza della banana prima della decomposizione, lasciando intendere che un’opera d’arte contemporanea, se maltrattata, rischia una deperibilità tale da ostacolarne l’analisi immediata e la validità ventura.

La crudezza di Laocoonte: terrore, angoscia e dolore. Adesso ci sembra bellezza

 

Il concetto di ars gratia artis, arte fine a sé stessa, troppe volte utilizzato non solo dai critici d’arte ma dagli artisti stessi, ha generato il pregiudizio diffuso di un’arte soprammobile, che non ha bisogno di un interlocutore o che, comunque, non lo influenza e non ne è influenzata. Nell’immaginario comune, l’arte del passato è stata votata alla bellezza e la sua validità ridotta da commemorativa, apologetica e descrittiva a puramente estetica, risultato di un’estrema raffinatezza esecutiva. Gli affreschi della Cappella Sistina, i capitelli figurati dell’Abbazia di Cluny, il Partenone di Atene hanno soddisfatto il nostro bisogno di bellezza e perfezione e trovato, nella loro immediata funzione estetica, una ragion d’essere.

La lezione di Duchamp: quando il contenitore stabilisce il valore del contenuto

 

Tuttavia, quando i principi dell’arte figurativa – l’immagine e la forma – si sono visti venir meno, con loro la ragion d’essere di quella nuova arte è impallidita agli occhi di chi la guardava. A inizio Novecento, Duchamp dipingeva un nudo di donna completamente scomposto nella sua forma, che rendeva impossibile all’occhio umano ricondurre i segmenti raffigurati a un’immagine di donna. Duchamp sconvolgeva così il concetto di arte figurativa come rappresentazione iconologica e, qualche anno dopo, creava sgomento nella critica dell’arte contemporanea presentando – inizialmente in forma anonima – Fountain, a prima vista niente più che un comune orinatoio. Era l’era della fotografia e del cinema, l’epoca che segnava la fine dell’artista come creatore di oggettiva bellezza, la fine dell’opera d’arte come risultato di esplicito virtuosismo tecnico e l’inizio dell’opera che trascende la forma per vivere dell’idea dell’artista. Allora l’arte perdeva il suo valore estetico, che qualche secolo prima, davanti a un David o un Laocoonte, si sarebbe potuto definire intrinseco. L’immagine e la forma iniziavano a sfocare, a favore dell’idea, del colore, del medium e nasceva così l’arte contemporanea.

Mentre le arti classiche, medievali e moderne hanno potuto parlare al loro pubblico avvalendosi della bellezza, della forma e dell’iconologia, l’arte contemporanea, sprovvista di oggettive qualità estetiche e tecniche, ha trovato difficoltà nel comunicarsi e promuoversi a un pubblico che tuttora fatica a spingersi al di là della sua enigmaticità. Qual è la funzione di un’opera che proprio bella non è, quale il significato di un taglio in una tela, un gonfiabile a forma di barboncino o una banana incollata al muro? Questi gli interrogativi di chi ama l’arte del passato e teme quella del presente, di chi evita l’arte contemporanea per timore di capitare in un ambiente difficile, ostile e controverso; o di chi brancola nel buio delle fiere, cercando di trovare un senso a una tela monocroma o a un tronco d’albero colorato.

Se l’arte è icona, è iconico ancor di più l’artista

 

Comedian è stata fotografata, molestata, riciclata e poi buttata. Pochi ne hanno riconosciuto il significato formale che la inseriva all’interno della decennale riflessione dell’artista sulla tecnica della sospensione, capace di rendere l’ovvio ridicolo. Pochi hanno pensato a un Cattelan che concepiva l’opera avendo già in mente le reazioni che ne sarebbero scaturite e alimentando la sua critica del ruolo e del mercato dell’arte contemporanea. Ancor meno hanno contestualizzato l’ironia del titolo, che un’altra volta conferiva all’artista il ruolo di un clown malinconico che schernisce i meccanismi dell’arte.

Comedian era il risultato di un’idea, una vita, un pensiero, una carriera artistica. Un’opera d’arte che avrebbe dovuto essere spiegata, capita e usata.

L’arte come specchio, letteralmente

 

Comedian ne è stata la prova: l’arte contemporanea ha uno sconfinato potenziale pop. È intrigante e sa farsi guardare, ma ancora non si mostra in tutto il suo valore – per non dire bellezza – a chi, per pochi istanti, la guarda ammaliato ma disorientato. Chi si dovrà occupare di salvare l’arte contemporanea dalla trappola dello smarrimento – rendendone evidente e accessibile il valore – saranno i musei e le fondazioni, con l’impegno di facilitare l’avvicinamento di ogni tipo di pubblico all’arte contemporanea.

Il ruolo dell’arte contemporanea non è estetico ma profondamente funzionale. L’arte contemporanea fa pensare, viaggiare, comunicare, aprendo una finestra sulla società presente, quella in cui si vive, ama e fatica ogni giorno. Comprendere l’arte contemporanea non deve essere un’abilità accessoria ma una competenza indispensabile per vivere più consapevoli e partecipi della realtà che ci circonda.

 

I Speak Contemporary | Art at Times– Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

L’opera d’arte racchiude un’idea che mette in crisi

 

Art at Times è il ciclo di video-lezioni in lingua inglese realizzate dalla Fondazione Sandretto nell’ambito del progetto I Speak Contemporary, un’occasione per avvicinare il mondo della scuola a quello dell’arte contemporanea, tramite l’utilizzo della lingua inglese. Il focus delle video-lezioni è su metodi, poetiche e approcci di sei opere di artisti contemporanei:

  • Have You Seen Me Before? di Paola Pivi presenta un rumoroso orso fatto di piume gialle
  • The Letter di Goshka Macuga parla di un’opera che da performance diventa fotografia e poi arazzo
  • Untitled (Magenta Stripe Gobelin) di Gabriel Kuri mostra la decontestualizzazione e l’ingigantimento di un semplice oggetto quotidiano, lo scontrino
  • La rivoluzione siamo noi di Maurizio Cattelan rende accessibile un’arte che riflette su se stessa attraverso la citazione, l’autoritratto e l’ironia
  • The End – Rocky Mountains di Ragnar Kjartansson presenta la combinazione di linguaggi della musica, del cinema e della performance
  • 9/12 Front Pages di Hans-Peter Feldmann interroga le potenzialità della fotografia come modo per fermare il tempo, raccontando storie collettive e individuali.

Concise, brillanti e appassionanti, le video-lezioni di Art at Times presentano un’analisi precisa ed efficace dell’arte contemporanea. Sebbene concepito per le scuole, il progetto impiega l’approccio ideale per introdurre l’artista contemporaneo a tutto il suo pubblico, trovando, spiegando e quindi sfruttando il potenziale concettuale e sociale racchiuso in ogni opera nata da un’analisi artistica del presente. Art at Times fornisce spunti e strumenti essenziali per un avvicinamento all’arte contemporanea dedicato a pubblici eterogenei per età e conoscenza, e conferma il ruolo nodale e strategico dei dipartimenti educativi all’interno di musei e fondazioni.

Matilde Ferrero

 

 

CultureFuture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.