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Distrofie culturali. Quando il dissenso è troppo

By 19 Luglio 2020 No Comments

Ci hanno insegnato che dissentire fa bene alla salute. Mi spiego meglio: una delle liberazioni più grandi della nostra civiltà è stata quella dell’ipse dixit, dell’ombrosa eredità dei padri. Niente di nuovo, se ne parla più o meno dalla coraggiosa querelle des anciens et des modernes del Seicento, ma oggi come non mai il pensiero critico è la linfa di una società in cui sempre più individui prendono in mano una penna (o si mettono davanti a una tastiera) per far sentire la propria voce. È un meccanismo alla base della governance partecipata nelle città, così come della base (tutto sommato incontestabilmente democratica) su cui si strutturano i social network.

Sbarazzarsi del timore di dire la propria è parte del meccanismo di crescita, dopotutto: in quella famiglia disordinata e allargata che è la società, i figli (che siamo noi, ma anche “altri” una nuova generazione che copre una fascia ampia e magmatica 20-40, insicura, coraggiosa e un po’ scontrosa, impegnati come siamo a far capire che ci siamo anche noi) parlano, e parlando distruggono, e distruggendo costruiscono: così portano (portiamo) avanti un macchinario millenario che è stato chiamato civilizzazione e sviluppo, e che adesso si chiamerà in un altro modo, perché il mondo è troppo grande e troppo complesso per essere inteso come un percorso lineare che va dalla demenza all’illuminazione. E forse il punto è proprio questo.

In questo meccanismo qualcosa si è inceppato. Più che un meccanismo, ora, somiglia a un tronco soffocato da un rampicante, quello dell’opinione pubblica, che si è allargato in modo distrofico sulle cose, distorcendole, impedendone lo sviluppo sano – insomma, un’opinione pubblica che è più grossa e ingombrante della “cosa” su cui dovrebbe, appunto, esprimere un’opinione. La politica è diventata una battaglia faziosa in cui si battibecca sulle azioni più o meno nefaste della parte avversa, mentre il linguaggio propositivo e attivo si schiaccia sulla parete piuttosto inconsistente della propaganda politica. Non mi ha sorpreso, ad esempio, che Giorgia Meloni scuotesse il capo di fronte alla possibilità di diventare sindaca di Roma: il comodo primato dell’opinione avversa, così poco operativo sul piano pratico, è comodo, simpaticamente polemico e consente di non prendersi la responsabilità delle proprie azioni.

In questa aspra opposizione fra un’azione sempre più labile e pigra e un’opinione sempre più audace e prepotente, qualsiasi operazione che riesca a smuovere le acque diventa potenziale bersaglio di critiche spesso immeritate e gratuite, scritte o pronunciate alla leggera, senza responsabilità né rispetto a ciò che si dice, né rispetto a ciò che si potrebbe fare di diverso.

In questi giorni mi è capitato di assistere a due esempi in particolare dell’estremo sbilanciamento fra azione e opinione: il primo è un intervento di rigenerazione della zona universitaria a Bologna, il secondo è la prima del Rigoletto che si è tenuta proprio ieri a Roma. Ma procedo con ordine.

Attenti al prato!

Il prato davanti a Piazza Rossini, piccolo intervento temporaneo di rigenerazione urbana nella zona universitaria di Bologna

 

La zona universitaria bolognese è uno splendido disastro. Sì, ha il suo splendore nonostante tutto, è vivace, sempre affollata: fra una fotocopia passata sottobanco delle dispense di letteratura francese e le birre vendute dai pakistani in bicicletta la vita vi scorre come un flusso potente ed elettrizzante: la più antica università del mondo fa da snodo a una serie di attività che esulano dall’accademia, in un miracoloso equilibrio fra insegnamento di millenaria nobiltà e una Fête des Fous perenne. Però, ecco, questo è uno splendore “nonostante tutto”: perché la polizia si posiziona in un angolo di Largo Respighi per fare la guardia ai punkabbestia, mentre gli odori nauseabondi di una popolazione tutto sommato trascurata la rendono poco piacevole da percorrere a chi non sia avvezzo alla movida studentesca.

Di recente, a piazza Rossini (a pochi metri dal detto Largo Respighi e dalla famigerata Piazza Verdi) è spuntato un prato. Naturalmente non è spuntato per caso: è stato letteralmente montato davanti alla chiesa di San Giacomo, laddove prima si trovava un piccolo parcheggio di scarsa utilità (non è una captatio benevolentiae: i posti erano davvero scarsi). Il prato, nato dal progetto ROCK! Bologna, è una piccola isola verde temporanea in una zona complicata (e tutto sommato un po’ auto-ghettizzata dagli studenti), in una città che di verde ne ha molto poco.

Sono andata a bere una birra nel nuovo prato di Piazza Rossini, e lo scenario era quasi un po’ melenso, un po’ come lo immaginereste nei render di un architetto “buonista”: una mamma si è fermata col bambino a farlo gattonare nel prato, una coppia di turisti ci ha chiesto di scattare loro una foto, due amici, un italiano e un Erasmus, si sono seduti all’ombra della chiesa e si sono tolti le scarpe.

Per questo sono rimasta abbastanza sorpresa nello scoprire l’indignazione del senatus populusque bononiensis che ruggiva su Facebook, che malignamente ha vaticinato l’avvento di siringhe e urina canina, mentre si chiedeva se “fosse tanto faticoso arrivare fino ai Giardini Margherita” (che è l’unica zona verde di Bologna, per giunta fuori dalle mura); c’era addirittura chi chiedeva di consultare la documentazione storica che attesta la presenza di un cimitero (e quindi di verde urbano) di fronte alla chiesa, documentazione che il Comune ha dovuto addurre a giustificazione per l’inserimento di un pratino in centro città.

“Ridicoletto”

I titoli di testa di Rigoletto, con la regia di Damiano Michieletto e la direzione di Daniele Gatti, andato in scena il 16 luglio 2020 al Circo Massimo per il Teatro dell’Opera di Roma. Lo spettacolo ha inaugurato la stagione del Teatro, brutalmente interrotta dalla crisi COVID

Qualche giorno fa è ripartito il teatro. Sì, è un’affermazione assoluta, perché sebbene si tratti di una prima mossa, e di una piccola troupe di privilegiati che ha potuto ricominciare a lavorare (ha avuto l’intelligenza di sottolinearlo il regista, Damiano Michieletto, durante l’intervallo), dopo quattro mesi di paralisi e cassa integrazione il Teatro dell’Opera di Roma, con risorse ingenti ma anche ingente coraggio, ha allestito un palcoscenico a prova di COVID nell’immenso Circo Massimo di Roma, distanziando le poltrone e creando un Rigoletto col distanziamento sociale.

La cosa che più colpisce non è tanto la dimensione del palco (l’opera dà sempre un’impressione di grandeur, in quel palco la musica di Verdi era a proprio agio) quanto la sensazione che quell’opera non fosse stata adattata alle esigenze del COVID: era una regia perfettamente naturale, in cui i contatti rarefatti erano tutti sottomessi alla drammaturgia, e non viceversa. Quanto all’allestimento, poi, c’era poco da aggiungere: Rigoletto, un’opera fosca e quasi noir, in cui violenza, senso del grottesco e straziante amor paterno si susseguono in un meccanismo tragico perfetto, calzava con eleganza e vigore la sua nuova veste di film pulp anni ’70, esuberante, criminale, pop. Rosa Feola ha il pieno controllo del proprio strumento, ostentando però una naturalezza rara e una limpidezza del timbro che mi hanno marchiata, mentre Roberto Frontali mi strappa una lacrima con il suo Rigoletto paranoico e accorato.

La reazione, ovviamente, è di sdegno. La memoria del Sommo Verdi è infangata, il regista Michieletto “se lo vedete, fucilatelo” (ho il pallino di segnalare i commenti inappropriati a Facebook, e questo non ha fatto eccezione), lo schifo regna sul palco del Circo Massimo con questa operazione becera.

Il Coronavirus, comunque, ce lo aveva mostrato nella sua declinazione più deforme: in un mondo in cui tutti sono pronti a diventare virologi con dati falsi e complotti alla mano, è normale che siano tutti storici dell’urbanismo, pronti a impugnare i documenti in difesa dei “colori medievali del centro storico”, e tutti musicologi, pronti a indignarsi per le efferate distorsioni con cui Rigoletto, a dirla tutta, è rinata come opera d’arte: ovvero, in una regia che rispetta perfettamente la drammaturgia originale, aggiungendo una tocco unico a una storia eterna.

Ma chi sono io per fermare l’immensa macchina democratica dell’opinione pubblica?

Io sono solo una delle voci che questa opinione la compone, e mi è quasi passata la voglia di indignarmi per questi indignati tuttologi. Per dirla con Tamburino, icona della parsimonia retorica in Bambi, “quando non sai che cosa dire, è meglio che non dici nulla”.

Francesca Sabatini

CultureFuture

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