Djibouti. Rovesci che non hanno medaglia.

Agosto 2015. Secondo anno di volontariato estivo nel Corno d’Africa, nello stesso paese, e capitale, Djibouti. Stesso centro d’accoglienza diurno per ragazzini di strada, ma il ripetersi dell’esperienza causa reazioni inattese e lo stratificarsi esponenziale dei pensieri.

Djibouti. Rovesci che non hanno medaglia.
Djibouti. Rovesci che non hanno medaglia.

Note di viaggio, nate dall’urgenza momentanea di metabolizzare gli accadimenti, di dipanare e ordinare le emozioni. Niente più. Scrittura come espediente di un processo privato di distillazione, o presunto tale. Poi, ad alcuni giorni dal rientro, la voglia di condividerle. Avrei voluto giustificarne lo sviluppo e la loro organizzazione; ma quest’ultima, nata per gioco, intorno ai quattro elementi naturali non si prestava ad alcuna dimensione di significato ulteriore, se non la casualità o spontaneità. Così, la scelta di non toccarle.

Note, che sono fatti ma soprattutto domande. In Africa il tentativo fallito, il progetto sbagliato è dietro l’angolo. La frustrazione è al seguito e, peggio ancora, l’affiorare del senso di superiorità è in agguato. Le differenze culturali si accumulano. Talvolta resta una sfida persa capirne i perché o aggrapparsi a delle risposte. Sicuro, dipende dal nostro modo di guardarla, di agire e interagire. Si basa sulla nostra capacità di immedesimazione come esseri umani o singoli, non come popoli o, in maniera più asettica, gruppi di appartenenza.

Sono persone, siamo persone e il nostro contatto nasce da percezioni di incompiutezza.

Incompiutezza di entrambi.

 

ARIA _ nota 01

7 Agosto 2015

 

 Aria. Aria che manca. Aria concessa in boccata di energia l’anno precedente, ora risucchiata. Inghiottita fisicamente dal caldo, seccata non solo per le alte temperature e umidità abbondante ma prosciugata da mente, pensieri e predisposizione d’animo.

Un anno di interruzione, per certi versi difficile, e l’irrazionale, se non infantile illusione, di riprendere da ciò che si era lasciato. Il nulla. Nulla di tutto ciò. Il centro Caritas con i suoi ragazzini, le loro colorate samaras spaiate, i sorrisi o indumenti accozzati, bucati e fantasiosi, mantiene aperte le sue ferite e svela un’inconsistenza di fondo.

Inconsistente nel futuro offerto, cieco nel riscatto di una vita migliore, palliativo di soluzioni tremendamente momentanee. Ecco ciò che pensi, mentre ti ritrovi ad ‘architettare’ (perché medico ahimè non sei!) medicazioni e fasciature, e ad elargire sguardi, più che orecchie, d’ascolto.

In mezzo al brulicare di piccole vite di strada, Asma va e viene, sempre bella, forse un po’ più secca ma vitale e donna. Danza ancora, nell’abbondanza (solo) della tunica che la copre e si rimborsa tra vita e fianchi. Eppure la sua pelle ha sfregi più profondi. Tra le braccia i tagli, nel rimarginarsi, si allargano o sono aumentati in numero rispetto ai ricordi. Fa male, a lei, a te.

Yassine, altra spina nella mente. Altro rovescio senza medaglia. Presenza non più fissa ma incostante, non collabora ma chiede. È furbo. Forse cerca di approfittarsene del tempo rimasto, nel rispetto del limite di età imposto all’ingresso del centro. Diciassette anni presunti ed è quasi fuori perché troppo cresciuto. L’occhio è spento e la colla regna nel bilanciare fame, sedare il dolore e assuefare la stanchezza. Ti incazzi, eccome se ti incazzi.

E gli altri bimbi? Pensieri pungenti tornano ogni qualvolta non rivedi volti conosciuti, nel dubbio di un loro destino peggiore. Cerchi di distrarti.

È finita un’altra mattinata dilatata, e cerchi un pochino d’aria, per lo meno esterna (se non interiore!) e condizionata. Quando irrompe, nella ‘stanzetta educatori’, una ragazzina. Ansimante cerca riparo. Un bimbo la insegue, sferra un colpo e strappa la veste. Lei nuda di vergogna si accascia a terra, accennando ad una gravidanza. In coda un soldato locale, munito di bastone e pronto a picchiare, per punizione, quello stesso bambino.

Ragazzina, bimbo, soldato si rincorrono a catena. Chi vuole fregare chi? Sembra una domanda da riformulate in: chi vuole salvarsi da cosa? E ancora, lungi dal comprendere il motivo per cui al soldato, e alla società, sia tanto cara una vita in grembo, quando non appena a terra si traduca nell’ennesimo problema da gestire.

 

Basita. Lei, quel viso, l’avevi truccato poco prima, stagliandole una farfalla in volto. Era infantile nelle richieste e nelle movenze. E ora? Non ancora a tredici anni la scopri essere madre, quando tu non molto lontano dai trenta anni ti vedi ancora figlia. Tutto è invertito e confuso, ti senti sbagliata.

Cerchi conforto allora. Ripensi alle novità positive del centro: il nuovo direttore e la sua pro-positività consapevole, la nuova cucina finalmente lontano dai bagni, un’atmosfera dalla parvenza più pulita, gli umili sorrisi e finalmente quel meraviglioso tentativo di abolire l’uso del bastone per impartire lezioni. Provi sollievo.

Trascorrono i giorni e ti ritrovi in viaggio per Tadjoura. Le strade appaiono diverse. Ciuffi verdi di vegetazione esile, quasi sottile, prendono il posto delle aride sfumature rosso-sabbia. Qualcosa è mutato. È vita. Respiri, finché ti accorgi che tutto è effimero. L’immediata voglia a ripartire della vegetazione stessa è nuovamente illusione. Si aggrappa a poche gocce di pioggia dei giorni precedenti ma si affievolisce al prossimo sole, intrappolata in un terreno sordo.

Vale per la terra, vale per gli uomini. Il bastone, alla prima occasione, è di nuovo in mano, strafottente del veto. Il magazzino delle donazioni è colmo ma disorganizzato. Fuori dal centro, di nuovo estenuante fatica alla sopravvivenza. I sogni si accorciano. Le aspettative si contraggono. Alcune usanze sociali inaridiscono, sembrano rendere infertile messaggio e sforzi.

Eppure. Eppure, cerchi di sospendere nuovamente il giudizio o di fare come la natura, che porta pazienza. Attende tempi migliori, aspetta le prossime gocce, fiduciosa, e cerca di assorbire i segnali (o nutrimenti) precedenti. Perché alla prossima pioggia i germogli non possano sbocciare? Ti rifugi nella speranza delle piccole cose, guardi avanti e prosegui.

 

Ilaria Bollati

Tools For Culture

Tools For Culture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

RELATED ARTICLES

Penzo + Fiore ospiti nella Vetrina di Via del Consolato: IMPERO come metafora del Made in Italy

Penzo + Fiore ospiti nella Vetrina di Via del Consolato: IMPERO come metafora del Made in Italy

  Impero è un’installazione aerea dove l’oggetto ready-made vede la propria funzione posta in secondo pia

LEGGI TUTTO
E alla fine arriva Manifesta 12

E alla fine arriva Manifesta 12

Manifesta è una biennale di arte contemporanea che ha sede ad Amsterdam ma la sua peculiarità è quella di essere

LEGGI TUTTO
La Calabria spiegata agli italiani

La Calabria spiegata agli italiani

Quando mi chiedono da dove vengo rispondo che vengo da un luogo che si è seduto dalla parte del torto, dato che tu

LEGGI TUTTO

Lascia un Commento