Djibouti_nota2. Rovesci che non hanno medaglia.

Fuoco. Messa a fuoco su diapositive di vita. Fuoco di guerra che rilascia segni o genti sopravvissute in luoghi non molto lontani. Fuoco del sole che a mezzogiorno picchia diretto su di noi. Ci arrossa, affatica e asciuga.

Djibouti_nota2. Rovesci che non hanno medaglia.
Djibouti_nota2. Rovesci che non hanno medaglia.
Prosegue il diario di viaggio di Ilaria Bollati nel Corno d’Africa.

FUOCO _ nota 02

12 Agosto 2015

 

Obock. Già sudati, spalancata la portiera del fuoristrada, scendiamo avvolti da una nuvola di pulviscolo terroso e caldo.Varchiamo il cancello color pastello e quella stessa scuola, deserta nei ricordi, ora accoglie di sorpresa piccoli profughi yemeniti [ 1 e 2] nell’improvvisazione di una curata esperienza estiva.

Giusto l’ora della merenda. Si inizia ad elargire contati spuntini somali e biscottini farciti, prontamente preparati dall’americana Marianne, nuova anima organizzativa e prezioso punto di riferimento del luogo. Tutto è diverso dal centro. Le nostre piccole vite di strada, con cui stiamo imparando a rapportarci, lasciano posto a ‘veri’ bambini. Si ‘veri’, non per età o aspetto quanto per spensieratezza e libertà d’animo. Hanno un padre e una madre, a cui lasciano l’onere di farsi chiamare tali, di riempire i loro minuti stomachi o garantire una copertura sopra la testa.

Sanno tenere in mano la penna. Sedere composti in un banco di scuola. Mantenere una concentrazione che superi i cinque minuti. Aspettare il turno. Dire grazie. Litigare senza gettarsi addosso pietre o bastoni. Un lusso, per i tuoi occhi quasi ormai assuefatti alla violenza. Non sono meglio degli altri. No, non lo pensi. Sono solo stati più ‘fortunati’, nel ricevere il dono enorme del possesso di una ‘vera’ infanzia. Lì, il nocciolo dello scarto.

Bolle di sapone nell’aria, palloncini lavorati da volontarie mani, giro tondi numerosi, colori sfumati sulla pelle brunita e soprattutto giochi di sorrisi e sguardi. Ecco che si libera il fuoco, se inteso come caldo sentimento di scambio e reciprocità, tra loro e noi. Te ne senti parte e ciò appaga.

Lo sguardo cade sulle maestre, guide momentanee di crescita per ciascun bambino. Portano le vesti tradizionali, o velo o burka, senza mai perdere l’espressività del volto. Composte, curate e soprattutto femminili e madri. Amorevoli nell’accudire, ferme nell’insegnare, complici nell’accoglierti. Si fidano, ti lasciano fare.

Il tempo, tutti insieme, scorre veloce. Giunge il momento per loro di ‘rincasare’ e un pulmino bianco, siglato UNHCR, passa a raccogliere donne e bimbi, facilitandogli il tragitto. Ed ecco, l’invito ricevuto. Decidiamo così di accompagnarli su quello stesso mezzo. Condividiamo, seppur per pochi minuti il breve percorso.

La proposta arriva dalle giovani e provvisorie insegnanti. Ragazze, più simili a te di quanto pensi ad un’occhiata fugace. Stessa età, emancipazione, istruzione universitaria e lavoro alle spalle, sogni, sensibilità, cura del corpo, passione per colori e abiti. Le senti vicine, ti senti vicina.

Di tanto in tanto silenziosa le osservi. Sbirci. Attirano la tua attenzione, seppur non ne cogli chiaramente il motivo. Le riguardi e riguardi ancora. Coronate da foulard intorno al viso, sprigionano una bellezza insolita e concreta. Armoniose nei lineamenti, profonde negli sguardi neri e sopracciglia delineate, sorridono nonostante le difficoltà.

Bellezza rara. Bellezza d’animo, oltreché fisica. Bellezza della forza nell’affrontare il destino, dell’amicizia scaturita nell’emergenza, della positività dell’attesa. Bellezza nel disconoscere il verbo ‘arrendersi’.

Di nuovo, si aprono le portiere e scendiamo. L’arsura dell’aria si fa insistente; la si respira e vede. Campo profughi. Distesa terrosa, quasi nebulosa, dalle sfumature rossastre, che si increspa e interrompe in prossimità di puntuali e numerose tende bianche.

Calore atmosferico, calore umano. Sei presa per mano e condotta di tenda in tenda. Non importa l’ordine, la ricchezza, l’abbondanza interna da ostentare o viveri da offrire. Non conta la tua fede, provenienza, simboli indossati o le fattezze del tuo volto. Ci sei, e questo basta. C’è la tua presenza, c’è il loro prezioso esempio che incrina le tue ‘certezze’ e ti fortifica al tempo stesso.

Sono scappati da una casa non più sicura, da una terra che si è rivelata ostile e luogo di scontri umani. Nel fuggire, hanno perso affetti, occupazioni, beni, la semplice quotidianità ed equilibrio personale. Hanno perso tutto. Il loro microcosmo si è spaccato, riversandoli d’urgenza in un luogo estraneo, che non appartiene nel costumi, tradizioni, storia e perché no nel decoro.

Eppure aspettano fiduciose il rientro e che il fuoco della violenza si plachi in patria. Godono per quanto possono di una altro fuoco, generato per contatto: scintilla, calore e solidarietà ‘profuga’.

 

 

Ilaria Bollati

 

 

Tools For Culture

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