Djibouti_nota3. Rovesci che non hanno medaglia.

Acqua. Acqua ingerita, acqua sudata. Bene prezioso da conservare, travasare e utilizzare costantemente, nell'intento di placare la sete, rinfrescare il corpo e ristabilizzare i liquidi nei tessuti.

Djibouti_nota3. Rovesci che non hanno medaglia.
Djibouti_nota3. Rovesci che non hanno medaglia.

 

Terza nota del diario africano di Ilaria Bollati per Culturefuture. I precedenti li trovate qui e qui.

ACQUA _ nota 03

21 Agosto 2015

 

Desalinizzata e talvolta affaticata, ci accompagna nella quotidiana attività del centro. Bottiglie contate e preparate, quasi in maniera sacrale, ogni mattina; passaggio obbligato prima di chiudere la porta dietro di sé. Sempre presenti e in condivisione, ti rammentano la gerarchia delle priorità giornaliere.

 

Sudore che sgorga, dalle tempie o attaccature degli arti, e scende in rigagnoli su capelli, volto, corpo e vestiti. Si libera tra i pori della pelle durante lo sforzo, gioco e rincorse. Persiste nella stasi. Si infittisce nel ballo, di improvvisazione estemporanea, che nasce tra te e le ormai ‘tue’ piccole vite di strada. Svuota i tessuti ma dona nuova energia e ritrovata spensieratezza. Musiche africane dal ritmo spinto, o volgarmente tamarro, e retrogusto francese. Accompagna i movimenti di braccia e anche, aiuta il contatto eliminando la tua diffidenza, o impeto di protezione da un misto di pustole, sporcizia, germi e infezioni della pelle.

 

Sudore che, in altre occasioni, si unisce al vapore di pasta appena scolata o sughi fumanti da impiattare, in velocità. Pronta per sfamare un centinaio di giovani, ma tutt’altro che sazie, bocche. Risicata cucina, dai vapori non meno intensi di un hammam. Nell’asciugarti le gocce, passi, in atto fugace spalla e braccia sul viso, con la cortezza di non intaccare le mani in azione. Alzi lo sguardo e incroci quello di Fatou, la cuoca. Sguardo espressivo segnato dal tempo, rovinato dal sole, seppur non così anziano. Gli occhi si incontrano in ascolto reciproco senza bisogno di dizionari italo-somali o mediatori. Infonde calma. Giusto un gesto di accompagnamento e la collaborazione prosegue. Ci si fida e affida.

 

Acqua che lava. Lava a inizio mattinata i piccoli corpicini e le loro vesti. Lava l’odore delle ore appena passate, le ansie e sciagure notturne. Sciacqua ma non elimina; per quello neanche il sapone assolve alla sua funzione. Quelle tracce te le senti addosso, per osmosi, te le porti in casa e così riinizi il lavaggio. Tocca a te questa volta. Sfreghi nella doccia quasi volessi ripulirti da segni invisibili di sofferenza altrui. Le risciacqui, ci riprovi. Ma, neanche il tempo di asciugarti e il sudore cola nuovamente. Ti ricorda dove sei e perché.

 

Riempie i vuoti di plastica ma non lo fa né con la tua persona, nel tranquillizzarti, né con i veri ‘vuoti a rendere’, che per te sono proprio quei ragazzini con le loro potenzialità e non bottiglie usate, al fine di racimolare qualche spicciolo. Ne percepisci così la componente salata, che disturba gli occhi, tira la pelle, rinsecchisce. Avverti fastidio. Pizzica riflessioni o pensieri.

 

E ancora salata, fino all’esasperazione. È il paesaggio a mostrarcelo. Rarità come il Lac Assal, la più bassa depressione africana, diviene invivibile ma si presenta come paradisiaca. Ingannevole. Distesa piatta, cristallina, dal fondo bianco, sfumature azzurrine in cui perdere la vista e gli occhi. Sale, si galleggia ma non si può bere o rinfrescarsi. L’ennesima contraddizione. Illude e poi brucia.

 

Illude e fa male come la colla o il qat. Colla disgraziata che si approfitta della disperazione di chi un pasto non se lo può concedere o è devastato dalla stanchezza. Accenna ad un sollievo o soluzione momentanea. Invece, procura assuefazione, spegne gli occhi, intorpidisce il sistema nervoso, soffoca il senno. La pensi però lontana e questo ti rassicura. Niente di più sbagliato. È lì, mentre giochi e scherzi. È lì, nel fondo di quel dannato vuoto ‘a rendere’ pronta ad essere inspirata.

 

Viene scovata in flagrante tra le mani di un ragazzino. Alain, l’educatore camerunese, prontamente la sottrae. La reazione: pianti, urla e mani piene di sassi da scagliare per riavere quella consolazione immediata. Grida disperate. Non si può farlo uscire. Troppo eccitato da quella sostanza giallognola, potrebbe creare problemi in città e mettersi nelle mani di una polizia crudele. Troppo crudele.

 

Va sedato, Alain e Daniele si chiudono in un’auletta. Sono con lui. Fuori, vicino a te continuano le lacrime e il rumore assordante del suo lamento. Non riesci a giocare con gli altri bambini. Sai che hanno egual bisogno di attenzione e sorrisi ma non ne sei in grado. Molli tutto e, vigliacca, te ne torni veloce in cucina. Riinizi a tagliare ed impiattare. Hai bisogno di distanza, di non sentire. Sai benissimo che cucinare ti pesa, e da quando la tua tiroide anni fa ha fatto le bizze, spesso dal cibo provi distacco. E allora perché? Perché rifugiarsi lì? Ancora una volta non sei capace a spiegartelo ma sai in cuor tuo che il fare, l’essere utile seppur in meccaniche, ma controllate, mansioni placa la tua inquietudine e Fatou senza dire nulla, con le sue movenze, ti sa rilassare.

 

Niente. Le urla le senti comunque, si avvicinano e tu distribuisci pietanze, continui e poni resistenza. Rincontri Daniele, è turbato. Quel bambino, chiuso nell’aula dopo essersi spogliato perché accaldato, vomitato perché nauseato, non è stato capace di auto-sedarsi. Sedie in mano da scagliare contro chi quella colla gliel’ha sottratta. Merda sul palmo, appena ‘sfornata’, per minacciare. Daniele è scosso. Alain ha dovuto placarlo alzando le mani. Tu, benché non affine a punizioni corporali, non sei capace di alzargli un dito contro. Ora tranquillo, spossato e lavato, mangia uno dei piatti provenienti della cucina.

 

Un altro episodio che si conclude. Quel bimbo lo rivedi il giorno dopo e il giorno dopo ancora come niente fosse; mentre tu ti arrovelli attorno a quella dignità perduta in maniera esponenziale all’aumentare della disperazione. Non accetti, seppur nella consapevolezza di non conoscere soluzione. Torni di nuovo all’acqua, ne fai tesoro. Impari a berne, per precauzione, sempre un sorso in più e cerchi inutilmente di sciacquare e sciacquarti ancora.

 

Ilaria Bollati

Tools For Culture

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