Djibouti_nota4. Rovesci che non hanno medaglia.

Terra. Terra ovunque. Rosso, marrone e insistente. Si insinua senza sosta, in qualsiasi microscopico spazio libero, da piedi a testa. Si appoggia su capelli e vesti. Un pochino d'acqua basta e avanza nel creare composti imbrattanti, privi di intenzione né tantomeno controllo.

Djibouti_nota4. Rovesci che non hanno medaglia.
Djibouti_nota4. Rovesci che non hanno medaglia.
Quarto e ultimo capitolo del racconto di Ilaria Bollati nel Corno d’Africa.

 

TERRA_nota 04

 

27 Agosto 2015

Terra, che ricopre mani e visi conosciuti, mentre aspettano di essere lavati, medicati, ripresi o coccolati. Terra che si infila anche tra le tue ciocche, scoperte e raccolte; la nuova attrazione da pettinare. Stimolano il tocco curioso di dita. Carezze impiastricciate e potenziali pidocchi.

Terreno forte e prepotente nell’influenzare comportamenti. Basta una provocazione o incomprensione, e pescare un sasso da scagliare sembra essere l’unica scelta. Luogo di sbucciature che faticano a rimarginarsi, ferite sporcate dall’aria e il suo pulviscolo. Brasature sui bimbi provocate da incidenti automobilistici. Essere investiti qui, nella capitale, pare cosa assai sovente.

Terra cruda, di incomprensioni e violenze. Davanti a un torto o presunto tale si scatena un’ira disarmante. Bastoni in volo a colpire, o peggio ancora ad educare, pietre nei pugni, parolacce sulla lingua. Come le folate di vento, seppur leggero, o un passo meno accorto alza quella stessa terra, così la minima provocazione si traduce in spintoni scomposti o minacce. Elimina qualsiasi traccia di innocenza infantile. Tu stessa, provi rancore di fronte a tale rabbia. Nel non accettarla te ne trovi quasi parte, nel sedarla incrementi il livello di sopportazione e l’assuefazione aumenta. No. Non lo puoi permettere.

La presunta quiete dopo l’ennesima tempesta. Ti distrai. Balli, ondeggi e ridi con tutti. Una giravolta con un bambino, un trenino con l’altro, quando seguendo con l’occhio un dito puntato scorgi Adan. Lui, con cui avevi giocato qualche giorno prima ha metà volto, spalla, addome e piede tumefatti. Si vergogna, non vuole andare in infermeria. Lo convinci e lo porti per mano. Sempre per mano, questa volta non medichi ma aspetti che sia medicato. Ti scoccia essere presenza fissa e non attiva in quel momento. Eppure, ti limiti ad aspettare, non muovi un dito e soprattutto non discosti la mano dalla sua stretta. Non vuoi essere d’intralcio, confidi nel fargli sentire la tua presenza. Ci sei.

Lo riaccompagni fuori, bianco fasciato con bendature a dir poco fantasiose. Sorride, sorridi. Di giorno in giorno ti mostra i piccoli miglioramenti delle ferite e il legame nei tuoi confronti. Sei tu ad essergli grata.

Ma la terra permane, tra le dita dei piedi, in doccia, sugli indumenti lavati e asciugati al sole. Ovunque. Senza sosta. Senza soluzione di continuità, l’avverti quando meno te lo aspetti.

È terra contraddittoria. Accetta il bianco, europeo o americano, senza remore. Terra femmina. Non si munisce di precauzioni, lo accoglie dentro di sé. Lui offre soldi immediati, possibilità future al più accennate. Una base militare da pagare? Una serata da trascorrere per discoteche o in compagnia? Un hotel o piscina cinque stelle da provare? Non importa se vive completamente di prodotti importati, al di fuori dell’economia locale. Non importa se domani possa cambiare idea e investire in altro paese. No, non interessa.

Bianco è potere, nel senso di essere concesso. Riverenza cieca. Per lui, solo per lui, il posto di blocco si traduce in saluto di mano al passaggio, o un’entrata assicurata al locale. Ti infastidisce. Ti urta vedere che all’ingresso del ristorante, per di più a specialità locali, l’unico del gruppo a non esser ben accolto è Hussain, gibutiano dalla nascita. Non capisci il razzismo rivolto solo verso chi è di una sfumatura più scura dell’altra. “L’africano” lo chiamano, come se la loro terra fosse un’altra.

Tu, italiana, dovresti essere passibile per lo meno a diffidenza. Per contrappasso forse. Per il nero, soprattutto per il nero, il nostro posto di blocco è obbligo. Lo sguardo incerto e impaurito è prassi. Non comprendi. Ti senti sollevata a scambiare due parole nell’infermeria con un carpentiere eritreo. Mastica la tua lingua. Gli puoi dar del lei. L’italiano te lo consente. Non sai se verrà colto quel tuo parlare in terza persona ma ti conforta, sottolineargli rispetto almeno con l’uso grammaticale.

I pensieri si affollano ancor di più. Riverenza stupida, non costruttiva. Non c’è ascolto, scambio e apertura mentale da ambo le parti. Nessun confronto realmente fertile di saperi e prassi etiche, culturali e organizzative. Perché? Disarma.

Poi, all’improvviso, uno degli ultimi giorni, di ritorno dalle Isole Moucha. Dopo alcune peripezie, anche una paletta si alza, chiedono di accostarci. Controllano i documenti. Non tutto in regola, dobbiamo seguirli in commissariato. Ne usciamo con una multa: la vettura omologata per quattro ospitava sei persone. Ti senti stupida, ci ridi sopra e poi sorridi in un incrocio di sguardi; felice comunque di doverla pagare qualora rappresenti l’eliminazione di classi etniche di valutazione.

Terra diversa, ma auspichi in futuro uguale nel trattamento degli gli incarnati, furba nell’assorbimento e meno sminuita nell’approccio con l’altro. Ad ogni loro ferita, la scorza scura lascia intravedere il chiaro degli strati sottostanti ma ogni volta si rimargina pian piano. Terra che segna e insegna.

 

Ilaria Bollati

Tools For Culture

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