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Domande rotonde, risposte quadrate

By 8 Maggio 2020 No Comments

Un servizio dopo l’altro, e ho visto morire la logica, il buon senso e la responsabilità umana.

La giornalista del TG1 esordisce affermando qualcosa del genere: “il lock- down sta avendo ripercussioni negative su zoo e riserve naturali, anche gli animali hanno bisogno dell’uomo per sopravvivere”. I brividi mi scorrono dalle punte delle dita giù per la schiena. Come può il principale telegiornale italiano permettere una tale dichiarazione? Rifiuto quell’affermazione e cercherò di spiegarne il perché, trascurando la questione degli zoo, che è ancor più triste e raccapricciante.

La creazione di riserve naturali è la innaturale conseguenza all’avanzata di un paesaggio pienamente antropomorfo, fatto di cemento e infrastrutture inadatte alla sopravvivenza di flora e fauna. Strade, edifici, dighe imponenti trasformano il “dono della vita” in risorse e strumenti utili alla semplificazione della vita umana. In questo modus operandi puramente computazionale un’ illogica inversa domina le relazioni fra gli esseri. Spudoratamente ci siamo arrogati tutti i diritti e ci siamo auto-stabiliti al vertice di una piramide immaginaria che struttura e organizza la vita in questo pianeta. Purtroppo non ci siamo accorti che forse la realtà non ci appartiene, ma la viviamo e ne siamo parte.

Ci troviamo così a dover vivere nella paradossale situazione in cui animali, piante, fiori, muschi, funghi etc. sono intrappolati in una gigantesca gabbia di umani e cemento che impedisce l’autosufficienza della stessa natura, perché, tristemente, di naturale ormai è rimasto ben poco.

Le riserve sono nate per proteggere la natura dall’uomo, dalla sua forza distruttrice incapace di convivere ed integrare, che sussiste grazie alla separazione e la “sottomissione” del diverso. L’incapacità dell’informazione pubblica di dar enfasi all’origine del problema, l’insostenibilità del sistema determinato dall’uomo per gli animali, e non alle conseguenze, la morte degli stessi, è allarmante.

Il problema principale è quindi non voler riconoscere che non c’è nulla di naturale nelle riserve naturali, non ammettere che esse non rappresentano un atto d’amore umano verso la natura, ma al contrario una ridicola invenzione che rende una simil-natura dipendente dall’intervento umano e che quindi in sua assenza non può sopravvivere.

Invece di ascoltare un grido di rifiuto verso una condizione così irrispettosa a cui abbiamo sottomesso interi ecosistemi, la TV ci offre un pessimo servizio su come, a causa del lock-down, l’uomo non potrebbe continuare nel suo atto d’amore.

Come postilla, la giornalista manda in onda un frammento di un’intervista ad un illuminato architetto che descrive la sua idea di città per il prossimo futuro: “spazi iper-connessi ed inter-connessi, ove la campagna fungerà da parco per i nostri centri urbani”. In trenta secondi si sbandiera l’ovvietà del ‘tutto ci appartiene’, del ‘tutto è a nostro servizio’, tutto può e deve essere plasmato e gestito affinché l‘uomo possa perpetrare il proprio (in)sano vivere, in modo sempre più semplice, facendosi sempre meno domande ma avendo sempre le risposte in tasca.

La giornalista sorride e continua il suo lavoro.

Mi chiedo: qual è la responsabilità del servizio d’informazione pubblico? Elencare notizie, scatenare dibattiti su finte necessità, confondere cause con conseguenze? Dov’è l’attenzione, la cura, la critica fondata e costruttiva? Ma, ancora di più, che fine hanno fatto le domande? Quelle capaci di svegliare pensieri, opinioni e dilemmi? Non possiamo più concederci il lusso di accettare risposte preconfezionate e piene di conservanti che ci atrofizzano i neuroni. Non avremmo mai dovuto, ma ora più che mai abbiamo bisogno di pensare e ripensare per poter nutrire quel terreno in cui pianteremo le radici per un presente continuo fatto di spore e non di cemento.

Greta Trisciani

 

L’immagine di copertina è l’opera “Think Different (How to Hang Workers’ Uniforms)”, Ai Weiwei, 2017

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