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Don Giovanni: niente potrà più essere come prima

By 17 Dicembre 2018 No Comments

Archetipica e viscerale, Don Giovanni può essere letta in mille modi, tutti magari legittimi. Irrazionale, mefistofelica, sensuale secondo Kierkegaard e inevitabilmente edipica nella vulgata post-freudiana, l’opera evoca quella fonderia incandescente che Joseph Losey aveva associato – siamo negli anni Ottanta e chi sa guardare lontano capisce che l’euforia è già fuori luogo – alle quinte palladiane del Teatro Olimpico di Vicenza. Il fatto è che di Don Giovanni se ne è visti e masticati, soprattutto ascoltati, tanti; dalla versione patinata di Lorin Maazel che lasciava fare il lavoro sporco a Ruggero Raimondi, a quella percussiva e ogni tanto sbrigativa di Daniel Harding.

La stagione 2018, e con essa la direzione musicale di Michele Mariotti, si chiudono al Teatro Comunale di Bologna proprio con il Don Giovanni mozartiano, pietra angolare che segna la cesura tra due mondi incompatibili e conficca nel ventre scomposto della musica romantica la sua prima pietra. Macigno eloquente, se si vuole, tra le terzine dell’agonia del Commendatore che diventeranno la tavolozza del Chiaro di Luna beethoveniano, il minuetto del primo finale che Verdi saccheggerà per il festino del Duca di Mantova, la frase più enigmatica del convitato di pietra che racconterà la navigazione difficile del Turco in Italia e di nuovo l’apparizione del Commendatore che anticipa la maledizione di Monterone.

Dramma giocoso. Da Ponte e Mozart (i suggerimenti di Giacomo Casanova al libretto sono una leggenda mai provata) giocano sugli ossimori, e mescolano con maestria da stregoni tutti gli ingredienti che possono, spostando di continuo il piano narrativo, rendendo complesso il materiale drammaturgico e il conflitto fra testa e cuore di ciascun personaggio, lasciando trionfare fin dalle prime note la pancia animalesca e lucida del ‘dissoluto punito’. Alla fine, con buona pace del finale che sembra cancellare ogni schifezza, sono tutti gli altri a restare puniti, perdendo quella centralità di Don Giovanni dalla quale avevano tratto linfa vitale. A loro rimane il convento, un desco ruspante, un’osteria e il limbo eterno dell’attesa.

Michele Mariotti scava a fondo, come siamo abituati (viziati?), esplorando regioni ed ebollizioni pur presenti nello spartito ma spesso lasciate in letargo. Sembra la prima volta che si ascolta l’opera, fin dalle prime note dell’Ouverture che montano rabbiose e fanno subito capire come le cose si metteranno. Affiorano i debiti barocchi nelle arie di Donna Elvira, ci si siede sulle convenzioni classiche sui sospiri di Don Ottavio (Mozart non amava i tenori, decisamente), si presagiscono le intuizioni schubertiane nelle invettive di Donn’Anna. L’orchestra – magnifica come sempre tanto nel suono quanto nel fraseggio – dialoga con i cantanti e ogni tanto costruisce una sorta di colonna sonora, ammicca in modo beffardo ma sa singhiozzare quando non può farne a meno.

Ascoltare Don Giovanni nel nostro tempo è possibile solo se accettiamo di aver perso l’innocenza. L’interpretazione tagliente e intensa di Mariotti sembra giocare a rimpiattino con la messa in scena di Jean-François Sivadier (le tracce del co-produttore di Aix-en-Provence traspaiono sornione) che accompagna l’opera attraverso gli strati sovrapposti di diverse temperie: mette gli archetipi in un calderone che li trasforma in maschere da commedia dell’arte, ne cesella la personalità estraendone le tensioni più complesse, ci sbatte in faccia quelle riconoscibili miserie delle quali ci vergogniamo un pochino. Scena scarna ma carica di segni essenziali: un lenzuolo che appare subito e torna spesso, più sudario che alcova (non servono più i lettoni ronconiani); luminarie quasi da abete che volta per volta formano costellazioni intriganti; tende luccicanti che fanno da schermo, muro, porta o separé. E i costumi mutano di continuo: livree che diventano canottiere, crinoline che si trasformano in pezzi da tailleur. La storia è ugualmente acida, dovunque la si collochi.


Non si è mai soli, ma non c’è la folla che ci si potrebbe aspettare in una Siviglia senza tempo. Intorno al rettangolo si muovono protagonisti in attesa, comprimari inattivi, comparse che torneranno utili quando servirà aprire il vaso di Pandora. La cena è una metafora carnale, cos’altro potrebbe essere? Il Commendatore appare roccioso in mezzo al fumo, quasi un eroe Marvel. Don Giovanni, spogliato e sconfitto, rimane al centro e lancia energia con le mani facendo perdere l’equilibrio a chi è convinto di averlo punito. E tutti sono costretti ad ammettere di aver vampirizzato il grande mentitore per poter sopravvivere: senza di lui tutto diventa grigio.

Interpretazione profonda ed eloquente, nel segno di un teatro musicale che sa parlare alle nostre aspettative percettive contemporanee. La direzione di Michele Mariotti e la regia di  Jean-François Sivadier stabiliscono una solida complicità nel far recitare sia con l’azione sia con la voce ogni personaggio: gesti e accenti del nostro quotidiano ci fanno sembrare ancor più reali e credibili figure apparentemente inventate ma più concrete che mai. Il cast della recita domenicale: Alessandro Luongo (Don Giovanni) e Omar Montanari (Leporello), più inclini a un continuo gioco di rimbalzi che non alla logica tenebrosa del doppelgänger; Ruth Iniesta (Donn’Anna) e Davide Giusti (Don Ottavio), coppia quanto mai squilibrata secondo un libretto di parte; Erika Tanaka (Zerlina) e Roberto Lorenzi (Masetto), incisivamente giovani e ingenui; Raffaella Lupinacci (Donna Elvira), magnifica e appassionata quanto la parte richiede; Stefan Kocan (Commendatore) eroico e imperioso, ha percorso i meandri scomodi e intensi dell’opera toccando tutte le corde più riposte che rendono Don Giovanni un rito di passaggio imprescindibile per capire chi siamo.

In scena fino al 23 dicembre, da non perdere.

 

 

Michele Trimarchi

CultureFuture

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