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E basta con sti “influencer”

Mentre il mondo della politica si riempie di ultra cinquantenni che danno a noi mini-Anticristo appartenenti alla generazione dei millennials degli incompetenti, dei nullafacenti, dei mammoni e dei choosy, che cosa facciamo noi per mostrare l’indignazione e puntare i piedi sul nostro valore? Noi seguiamo gli influencer. Dio ce ne scampi, non se ne può veramente più: non ti puoi più avvicinare ad Instagram, non puoi più scorrere la home di Facebook, non puoi più accendere la tv dopo una giornata di lavoro, non puoi neanche più entrare in libreria. Sono ovunque. E come i serial killer di alto profilo, sono persone come te, persone come me. Insospettabili. Con la netta differenza, impercettibile a prima vista, che io però sono vaccinata contro questo scalpitare senza senso per avere spazio e pubblico per dire il Niente Cosmico. Il vaccino si chiama personalità propria. Vorrei che gli influencer facessero la conoscenza di questa forza oscura e misteriosa, sarebbe un toccasana per loro e per noi poveri utenti qualunque che chiediamo soltanto che la condivisione sui social smetta di essere un’unica, continua marchetta.

Perché gli influencer sono concausa e sintomo del disagio sociale della mia generazione? Ci sono una serie di motivi per cui credo che sia il momento di delegittimare questi Nessuno che si credono divinità egizie.

1. Gli influencer provano a legittimare a “scienza” qualcosa che di scientifico non ha veramente niente. Pretendo che si smetta di propinarmi ovunque il modello da seguire e pretendo soprattutto che questi involucri vuoti smettano di dirmi come hanno fatto per raggiungere il successo (il successo nel Regno delle Formiche, accessibile solo alle spunte blu o ai wanna-be-spunte-blu da migliaia di followers). Pretendo che questi nullafacenti la smettano soprattutto perché a me di come loro siano arrivati ad avere 10.000 followers non solo non interessa, ma soprattutto perché non ci credo. Non c’è un metodo per diventare famosi sul web. Non c’è un metodo per stabilire public relations fruttifere sul web. È tutto inganno: ci vogliono soldi e marchette. Fine della storia. Niente di più e niente di meno. BASTA con le strategie digitali, i corsi online, le consulenze su come diventare fashion blogger, BASTA, non se ne può più! Non è una disciplina di studio, non c’è una ratio, ci sono solo i 10 euro e i 1000 like a seguito.

2. Gli influencer, in quanto influencer, non sono mai dotati di una personalità propria o di un pensiero auto-generato. Poiché lo scopo di un influencer è quello di influenzare giustamente la massa informe di utenti sul web che volenti, nolenti, persino senza sapere come o quando, hanno messo like al loro profilo, questi sono biologicamente preparati per accogliere di rimbalzo il contenuto del miglior offerente. Di loro non apportano nulla. In qualche caso si limitano al visino dolce. In altri invece neanche quello: ereditano il potere di influenza da conoscenze, agenzie e budget investiti senza un obiettivo preciso. La struttura biochimica del cervello dell’influencer non è adatta al pensiero proprio, ma lui non lo sa e clicca su “condividi post” lo stesso.

3. Gli influencer non sanno fare niente e hanno avvelenato ogni ambito del vivere quotidiano con la loro sgraziata incompetenza. Il vecchio proverbio “chi non ha talento insegna” trova la sua massima dimostrazione pratica in questi soggetti che non hanno né arte né parte ma si riempiono la bocca di opinioni pre-confezionate e ci producono pure reddito. Non so fare niente, mamma, per questo comprerò qualche pacchetto di followers online, scatterò due fotografie pseudo artistiche da radical chic e farò cinquecento storie al giorno taggando istituzioni e aziende finché non mi notano. Non so fare niente, mamma, e soprattutto non ho voglia di imparare niente, per questo avrò un’idea su tutto e dirò agli altri come scrivere, dove andare a mangiare e che cosa indossare. Guarda mamma, senza mani! Sono partita dal chiedere prodotti e servizi gratis in cambio di visibilità e adesso faccio l’attrice e scrivo libri che mi pubblica la Mondadori! Come abbiamo fatto a permettere che l’occupazione di influencer fosse persino semanticamente ammissibile? Come abbiamo potuto concedere a questa banda di cerebrolesi tutti uguali di essere invitati alle sfilate di Dior e di diventare testimonial di Tezenis? Su quale talento si basa tutto questo? Su quale meritocrazia? L’influencer è la risposta a tutto! Il tuo hotel batte la fiacca? Invita un travel blogger! Il tuo rossetto fatto con concime e residui di rifiuti organici non vende? Fallo sponsorizzare nelle stories di una fashion blogger! Il tuo evento di beneficenza non decolla? Chiama uno street blogger (????) a partecipare! Ma sì! Perché contare sulla competenza altrui quando puoi comodamente fare affidamento su marionette che lucrano grazie alla loro mancanza di qualsivoglia capacità critica e conoscenza applicabile al mondo del lavoro vero?

4. Gli influencer sono parassiti che danno a campare ad altri parassiti. Quando siamo arrivati a credere che non ci fosse niente di più fastidioso di una celebrità di Instagram (sarà uno status legale riconosciuto?) eccoli, prontissimi, arrivati a smentirci, i parassiti dei parassiti: I PARENTI. Perché non basta sciropparci in tutte le salse i webeti che fanno sfoggio del loro Niente e che immeritatamente guadagnano pur deficitando di abilità professionali, no! Ci dobbiamo sorbire anche i loro clan! I consanguinei degli influencer che digievolvono improvvisamente in influencer a loro volta, non si sa come e non si sa perché, e cominciano a smarchettare anche loro, a invaderti la home di Facebook, il newsfeed di Instagram e la casella di posta elettronica e in poco tempo nessuno più è al sicuro. Fratelli, sorelle, cugini di secondo grado, amici, conoscenti, compagni di banco della terza elementare all’improvviso a dirci di bere FITVIA per depurarci dopo aver messo su quei due chili nelle vacanze di Natale.

Basta.

Davvero.

Il mercato è saturo e ne stiamo pagando le conseguenze. Noi, come utenti medi che non ce la facciamo più perché ci è impossibile fruire di qualsiasi contenuto sul web senza che un Nessuno con la spunta blu debba appropriarsene. Loro, perché pian piano la gente ha davvero cominciato a prendere le distanze da brand che si affidano come a una panacea a imprenditori digitali che vendono fuffa.

Non soltanto noi ci spacchiamo davvero la schiena per studiare, specializzarci, trovarci lavoro e stabilità, ma vi posso garantire che siamo anche contro tutto quello che gli influencer rappresentano. Perché quando di solito faccio questo genere di osservazioni c’è sempre l’onnisciente di turno che dice “beh, loro hanno saputo come vendersi”. Ben venga, vendetevi se vi fa dormire sonni tranquilli. C’è una parte di noi però che è interessata ad altro e che non sente il bisogno di farlo – e io credo che siamo la maggior parte, più cauta, più pragmatica e ben più umile, tra le cui fila non ci sono oche del Campidoglio e per questo ignorata (quasi completamente) dai vari Forchielli di turno. In genere siamo quelli che non lavorano per l’azienda di famiglia e non smarchettano niente, piuttosto preferiamo professionalizzarci con gli strumenti adeguati alle nostre capacità economiche e di tempo. Siamo quella parte di millennials che non si sente rappresentata da Chiara Ferragni (che ha anzi avuto un micro-infarto alla notizia del neologismo riconosciuto di “Ferragnez”) e che crede che non tutto debba essere svenduto, alla mercé dei processi di monetizzazione barbara; che vivono le proprie passioni senza l’ansia patologica di doverle trasformare in business; che non sentono alcuna necessità di assecondare le proprie inclinazioni narcisistiche tramite schermi di iPhone e computer vari, perché si crede ancora nell’autoaffermazione, non nel nulla osta della massa. Sarebbe tutto più sopportabile se l’impiego da influencer non fosse così sfacciatamente vile e meschino, se perlomeno fosse possibile firmare patti di non belligeranza con quest’esercito che ci ha circondato ormai su ogni fronte aperto. Sarebbe più sopportabile se si trattasse di persone che hanno davvero qualcosa da dire, qualcosa da condividere di reale, di tangibile, qualcosa che vada al di là del trito e ritrito, sentito altrove, letto altrove, brandizzato, qualcosa che superi i cliché, gli stereotipi di genere e quelli dell’età. Sarebbe forse più sopportabile se questa gente venisse ridimensionata alla misura umana che appartiene loro. Poiché questo non ci è dato, essendo l’esistenza stessa di un influencer di per sé un fastidio push, ripetuto e onnipresente, facciamo almeno un patto: lasciateci stare l’editoria e l’arte e tornatevene sui social da dove siete venuti. Prendete il vostro bagaglio strapieno di frasette da Capitan Ovvio, nozioni imparate durante i corsi di smarchettamento online, contenuti emozionali a basso prezzo, storielle strappalacrime, i filtri per aggiustarvi la faccia e i post sui blog pieni di rimandi a voi stessi e nient’altro che a voi stessi (perché è così che si fa placement!) ed evaporate dalla vita reale che, fidatevi, non fa proprio per quelli come voi.

 

 

Carlotta Puorto

 

Tools For Culture

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Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

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