Eco e Narciso: storia di una fatale venerazione

Eco e Narciso: storia di una fatale venerazione

“Lo inventore della Pittura fu, quel Narciso che si convertì in fiore. Perciocché essendo la Pittura il fiore di tutte le arti, ben parrà che tutta la favola di Narciso sia benissimo accomodata ad essa cosa. Imperocché, che altra cosa è il dipingere, che abbracciare e pigliare con l’arte quella superficie del fonte?”.

 

Leon Battista Alberti, nel suo De Pictura, attribuisce a Narciso l’invenzione di questa nobile arte, nel momento in cui il ragazzo, giovane e  bello ma superbo e solitario, guardando il proprio riflesso e risvegliandosi dal suo “nàrke”, (ossia torpore)   riconosce sé stesso in quanto immagine.

La prima versione letteraria, più completa e dettagliata, del mito di Narciso compare nelle Metamorfosi, poema epico-mitologico di Ovidio; nel mondo dell’Arte Caravaggio, Poussin, Waterhouse e Dalì possono essere annoverati tra i copiosi artisti che hanno raffigurato la letale auto-contemplazione del fascinoso cacciatore, il quale, anelando un abbraccio dalla sua stessa immagine, morì proprio presso quella fonte ingannatrice che gli aveva regalato la conoscenza di sé stesso.

Eco e Narciso è il titolo non solo del mito Ovidiano ma anche della mostra ospitata a Roma, all’interno delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini, inaugurata lo scorso 18 maggio, in occasione dell’apertura delle nuove undici sale dell’ala sud del Palazzo [ne abbiamo parlato anche qui]. L’opera guida dell’esposizione è proprio il “Narciso” di Caravaggio: raffigura il giovane che si rispecchia nel nulla, in un’ombra nella quale sprofonda.

Il dipinto del Merisi, caratterizzato da un’invadente oscurità presaga del funesto destino che attendeva il fanciullo, non solo dialoga (attraverso una prospettiva non cronologica), ma si oppone a “Eco nel vuoto”, l’installazione site-specific di Giulio Paolini che punta l’attenzione sulla dicotomia presenza-assenza e che del mito sottolinea il ruolo di eterno riverbero della ninfa Eco.

Con la sua opera Paolini intende paragonare il destino di Eco a quello di Narciso: il Cacciatore, pura identità, vede Eco solo come proiezione del proprio sé, suscita ammirazione e amore che, però, non può né provare né ricambiare in nessuna forma; la Ninfa, alterità assoluta, priva di una solida e autonoma identità, non esiste senza che il suo sentimento sia corrisposto. Eco rimane confinata nel suo ruolo, nel suo amare senza appagamento, nel rimandare al suo amato il riverbero delle sue stesse parole, a ulteriore completamento della sua vanità. Entrambi sono fatalmente attratti da un’immagine: l’una è il riflesso speculare dell’altro, e ciò porta inevitabilmente all’incomunicabilità tra il sé e l’io.

Se l’Alberti, nel suo trattato, alludeva al mito di Narciso come allegoria della pittura, con Giulio Paolini e Caravaggio, siamo di fronte all’allegoria della figura dell’artista stesso, visto come un Narciso condannato a inseguire un’immagine, un riflesso, in altre parole, un’illusione destinata a un’eterna solitudine, la cui unica consolazione è costituita dal rispecchiamento di sé nell’altro.

Durante tutto il percorso espositivo la figura dell’artista, al tempo stesso Narciso ed Eco, viene non solo evocata ma addirittura ostentata ed estremizzata, come nel caso de “Le Ore”, opera di Luigi Ontani, la cui presenza viene ossessivamente ripetuta grazie all’ausilio di ventiquattro tableaux vivants a metà tra fotografia, pittura e performance, nei quali Ontani si raffigura con lo scopo di riscoprire il tempo allegorico e l’immagine di sé e dell’altro. Nel Salone Pietro da Cortona le ventiquattro gigantografie di Luigi Ontani costruiscono un canale comunicativo con  il monumentale Trionfo della Divina Provvidenza”, affresco del Cortona, che altro non è che un ritratto del pontefice Urbano VIII in absentia, del quale compare tutto, eccetto la sua stessa immagine.

Il tema, attualissimo, della mostra indaga e ruota, attraverso accostamenti e dialoghi, attorno alla propagazione delle immagini, che sembra già proliferare nella pittura barocca, ma che, nell’epoca del selfie, dell’ossessione per il ritratto e l’autoritratto, si è tramutata in un vera e propria epidemia narcisistica del nostro tempo: un’epoca in cui lo sharing spesso si tramuta nel mero showing.

Il fulcro su cui è imperniata la mostra è dunque il Narciso, universalmente noto e diffuso grazie al poema ovidiano, ma siamo tutti noi. Diciamoci la verità, se non avessimo uno smartphone noi, narcisi 2.0, ci accontenteremmo persino di una pozzanghera, la quale, come il World Wide Web, raccoglie infinite immagini che chi lascia spera di trovare riflesseper un attimo di immortalità,  per un secondo di gloria o per i quindici, ormai famosi, minuti di celebrità che Andy Warhol aveva, democraticamente, pronosticato per tutti.

 

 

Maria Teresa Cafarelli

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