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Fare a pezzi l’opera d’arte. Per una nuova democrazia del frazionamento

By 9 Dicembre 2019 No Comments

Ho mai pensato di fare un investimento in arte? Non proprio. Nella mia quotidianità incontro investitori in arte? Non direi. Ho mai considerato l’investire in arte un’operazione accessibile e sostenibile? Decisamente no. Gli scenari della contemporaneità cambiano a una velocità tutta virtuale, in una dimensione che azzera le distanze globali e, se possibile, inizia a smussare quelle ideali. Se l’arte contemporanea è spesso considerata inavvicinabile per un misto di datata auraticità e recente poca credibilità, pensare di investire cifre impronunciabili in un “mucchio di spazzatura” è fuori dalla prospettiva della massa e di fatto resta relegato nei sogni proibiti di grandi fruitori e amanti. Le nicchie di collezionisti miliardari che muovono le fila del sistema dell’arte di oggi avranno strabuzzato gli occhi al pensiero di poter comprare arte con il contenuto di un portamonete da taschino?

Crescono le realtà imprenditoriali che incentrano la loro proposta sul frazionamento dell’opera d’arte. Si tratta di un frazionamento ideale, ovviamente, che insiste sul tasto dell’atto gratificante e partecipativo dell’acquisto e su un significativo spezzettamento monetario che si spinge fino a istituire “quote” di opere d’arte pari a un un’unità di euro. Si presuppone che anche solo l’idea di acquistare a un euro una piccola porzione di un’opera quotatissima firmata da un artista quotatissimo farà affacciare al complesso universo dell’industria artistica una buona fetta di non collezionisti e un’inedita classe di investitori medi. L’esperienza dell’acquisto di un prodotto di nicchia e la possibilità di generare senso di appartenenza a un mercato potente e prestigioso sono solo due dei pilastri fondanti di società emergenti e startup innovative che fanno della tokenizzazione il loro manifesto programmatico.

Feral Horses nasce nel 2017 come una piattaforma italo-francese di trading online e si propone come uno scardinamento rivoluzionario di quello che oggi è il mondo degli investimenti in arte. A partire dall’idea che se le persone potessero interagire liberamente con l’arte il mondo sarebbe un posto migliore in cui vivere, scelgono operativamente di accettare le sfide sempre più complesse che il mercato in continuo fermento propone. Oltre a una politica attenta alla liquidità, alla trasparenza e alla semplicità dei meccanismi e dei procedimenti, i “cavalli selvaggi” fanno leva su un abbassamento clamoroso dell’entry level di mercato, che permette di acquistare a chiunque e a partire dallo 0,01% di un’opera (almeno 10 sterline). La proposta di diversificazione che ne consegue, estranea prima d’ora alle dinamiche degli investimenti in arte, permette alla nuova fetta di acquirenti di costruire un portfolio d’arte diversificato, impossibile da maturare altrimenti se non attraverso anni di completa dedizione e conseguente dilapidazione di patrimoni. Di pari passo gli artisti emergenti – rigorosamente selezionati entro un certo standard qualitativo – vengono scaraventati nel ciclone delle vendite con facilità e generando concorrenza.

L’investimento di una quota, da scegliere in libertà sulla base delle proprie disponibilità e volontà, dà accesso effettivo alla proprietà dell’opera di cui si diventa co-possessori, mentre si guadagnano di pari passo le scintillanti definizioni di “investitore”, “collezionista”, “invitato” a eventi artistici esclusivi. Alla mera materialità del possesso subentra così la sfera valoriale legata a una data opera, che non si “possiede” in parte solo per ragioni finanziarie, ma di cui si fruisce attivamente attraverso una corsia preferenziale, fatta di studio visit, di vernissage, e di inviti e notifiche per ogni singola occasione che veda quell’opera esposta. In questo senso, l’apertura dei cancelli dorati del mercato dell’arte, e il lavoro di lustratura rispetto all’opacità delle sue dinamiche, potrebbero contribuire a rendere più immediato e democratico l’avvicinarsi all’idea stessa di arte?

Le piattaforme che cercano di stare al passo con il mercato sono tante, diverse e competitive e saltano da acquisti di opere nella loro tradizionale interezza (anche se in modo facile e immediato), a pezzetti di capolavori “svenduti” alla modica cifra di un euro. Se ne intendono bene gli ideatori di Artsquare, secondo i quali l’arte si sceglie, si possiede, si condivide. La giovanissima società, creata nel 2018, si propone di nuovo di diffondere il potenziale economico dell’arte come accessibile a utenti estranei ai circuiti ortodossi, questa volta facendo sì che di monetina ne basti una: un euro. Per raggiungere l’obiettivo si condisce il tutto con quella punta di digitalizzazione necessaria a rendere la condivisione delle opere veramente capillare: i grandi capolavori diventano azioni digitali, queste azioni vengono negoziate all’interno di un mercato secondario sicuro e basato su blockchain, le opere costituiscono un portfolio dinamico e cangiante e, anche se in tempi piuttosto lunghi, finiscono nei salotti di chi non avrebbe mai immaginato di possederne una.

Le opere vengono valutate e suddivise in quote per tutti i budget e per una comunità vasta e interessata, e per giunta queste modalità, ostiche e dispregiative per i pensatori più granitici, non hanno la minima intenzione di impedire la fruizione dell’opera. Nella visione di Artsquare, quindi, non è il momento di assecondare un mercato che si evolve come specchio della sua società, ma piuttosto quello di dare forma a un nuovo senso di proprietà artistica, che abbia a che vedere con la convenienza e la flessibilità. Come dargli torto? È giusto da qualche migliaio di anni che il possesso dell’arte è riservato a pochi eletti e sembra proprio arrivato il momento con tutte gli strumenti in regola per abbattere qualcuna di queste barriere.

Se il mercato diventa accessibile e i suoi oggetti diventano utilizzabili, allora sì che creano relazioni, si specchiano nella società, si interfacciano con la loro epoca, si trasformano in concreti prodotti dell’oggi. Il digitale in questo senso si offre come medium perfetto per i fruitori di domani e come dimensione “volatile” capace di cristallizzare scambi e possessi in database di portata globale. Tutto è condivisibile e tutti condividono, ecco la prova dell’arte 2.0 che può essere shared, quindi innovativamente alla portata di tutti. “Tutti” significa una possibilità concreta di creare, nell’ambito di un mercato smart, una comunità di investitori appassionati o semplicemente entusiasti di poterlo essere.

I rischi ovviamente ci sono, a partire dalla speculazione – che potrebbe a lungo termine persino danneggiare la carriera degli artisti se non gestita in modo moderato – per arrivare all’investimento guidato dal gioco più che dall’interesse sincero o alla smaterializzazione dell’acquisto di arte e alla perdita di contatto con questa. D’altro canto risplendono accessibilità, sostenibilità, sicurezza, democrazia, liquidità, trasparenza, successo, fruizione e contemporaneità. Il mercato dell’arte sta andando in pezzi o sta facendo a pezzi i vecchi muri? Se la chiave di lettura fosse cambiare, perché non ora?

Ilaria Sola

 

Nell’immagine la scultura “Habemus Hominem” di Jago (2006-2019) che è stata ‘venduta a pezzi’ da Feral Horses nel corso di Paratissima 2018

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