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Fra omicidi e attentati la mafia si fa colta

By 2 Aprile 2020 No Comments

Oltre che di mafia ricca, di mafia potente o di mafia violenta, si può parlare anche di mafia colta? La risposta, sebbene lontana dall’immaginario comune, è sì.

A tal proposito Legambiente, una delle più importanti associazioni ambientaliste in Italia, ha addirittura coniato un termine: le “archeomafie”.

Infatti, è ormai pacifico che in una compiuta definizione di ambiente vada compreso, a fianco del patrimonio naturale, quello culturale: anch’esso fa parte del contesto – ambiente, appunto – in cui gli individui vedono svolgersi la loro vita e, pertanto, va soggetto alla stessa considerazione.

L’Italia, pur così piccola se messa di fronte agli Stati del mondo, detiene un indiscusso posto d’onore in tema di patrimonio culturale: si tratta di un preziosissimo gioiello che conserva, infilati fra i vicoli dei borghi, i giardini delle dimore storiche, le navate delle chiese e le piazze cittadine, dei tesori meravigliosi, capaci di colmare di gioia il cuore di chi li scopre.

Se in origine il termine archeomafie è nato con riferimento all’attività clandestina di dissotterramento e trafugamento di reperti archeologici, messa in atto da gruppi organizzati, con il fine ultimo di porre i beni in commercio, nel tempo la definizione è stata ampliata fino a comprendere il traffico illecito di ogni tipo di bene culturale.

Secondo Legambiente, che ha elaborato i dati di Carabinieri, Polizia di Stato, Capitaneria di Porto e Guardia di Finanza, nel 2018 i furti di opere d’arte da musei, aree archeologiche, biblioteche, mercati, esercizi commerciali, fiere e soggetti privati (da ogni luogo possibile, quindi) sono stati 674.

Il business corrispondente, misurato sulla base delle opere sequestrate o recuperate ed includendo anche quelle false, è stato pari ad Euro 611.780.429: un mercato molto ricco, se si considera che il calcolo comprende solo i beni che le forze dell’ordine sono riuscite a rintracciare.

La cifra caratteristica del mercato dell’arte, che lo rende un terreno particolarmente fertile per gli investimenti, riguarda l’aleatorietà e la veloce variabilità dei prezzi dei beni. Il loro valore, infatti, non necessariamente dipende da elementi intrinseci all’opera (materiale, dimensioni, fattura, ecc.), ma è spesso influenzato da una serie di fattori non precisamente misurabili, come il parere di un critico d’arte famoso, la vendita ad un’asta importante o l’esposizione ad una mostra prestigiosa: questi episodi possono far sì che l’opera, e di conseguenza l’artista, veda accresciuto il suo valore in un tempo molto breve, favorendo attività di speculazione.

A tal proposito si riporta che nel 2019 la società di consulenza Deloitte, in uno studio sul mercato dell’arte, ha dichiarato che il 65% degli acquirenti di opere d’arte rivela di acquistare non solo per passione, ma anche come forma d’investimento di denaro. La ricchezza del mercato dell’arte, tuttavia, è solo uno dei motivi per i quali anche la mafia si fa colta.

Un’altra importante ragione è che, specialmente nel caso delle aree archeologiche, i trafugamenti sono un mezzo per controllare il territorio, questione da sempre fondamentale per il potere mafioso: è attraverso uno sguardo saldo sul territorio che la mafia può monitorare i movimenti sociali ed economici.

Inoltre, nel corso della storia la mafia ha sfruttato il patrimonio culturale italiano per ragioni che coinvolgono aspetti di natura quasi simbolica.

da lamorbidamacchina.com

A seguito della strage di Capaci messa in atto da Cosa Nostra il 23 maggio 1992, nella quale perdevano la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie e parte della loro scorta, veniva emanato un decreto-legge col quale si introduceva una modifica in senso fortemente peggiorativo del regime carcerario previsto dall’art. 41-bis della Legge sull’ordinamento penitenziario.

In virtù della severità delle nuove regole, il regime venne definito “carcere duro”: isolamento dei condannati in aree del carcere a loro esclusivamente dedicate; limitazione dei colloqui ad uno al mese, e solo con familiari o conviventi; in alternativa al colloquio mensile, concessione di una telefonata, registrata, di massimo 10 minuti; controllo dei colloqui, in modo tale da impedire il passaggio di oggetti; controllo della corrispondenza.

Il nuovo testo normativo non solo aveva provocato un radicale peggioramento delle condizioni di vita carceraria dei mafiosi, ma soprattutto li aveva molto efficacemente ostacolati nella gestione delle attività dal carcere: le comunicazioni con l’esterno diventavano molto più difficili e questo impediva ai boss di tenere le fila dell’organizzazione.

I colpi messi a segno dalla mafia per far leva sulle istituzioni a seguito di tale inasprimento normativo si consumarono nell’estate del 1993 a Firenze, Roma e Milano. La prima esplosione avvenne nella notte tra il 26 e il 27 maggio, a Firenze: una Fiat Fiorino imbottita di tritolo dai mafiosi Giuliano e Spatuzza venne fatta esplodere in via dei Georgofili. La bomba causò la distruzione della Torre delle Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, istituzione storica che da più di due secoli promuove studi di agronomia, selvicoltura, economia e geografia agraria. Inoltre, vennero danneggiati il Palazzo Vecchio, la Chiesa dei Santi Stefano e Cecilia al Ponte Vecchio, l’Istituto e Museo di Storia della Scienza e, non ultima, la Galleria degli Uffizi.

In conseguenza dell’attentato vennero distrutte per sempre cinque importanti opere: “I Giocatori di carte” e “Concerto” di Bartolomeo Manfredi e “Adorazione dei pastori” di Gerrit Van Honthorst, conservate agli Uffizi; “l’Aquila” di Bartolomeo Bimbi, un dipinto con avvoltoi, gufi e beccaccia di Andrea Scacciati e due stampe (di Francis Grant e di Edwin Landseer), conservate presso l’Accademia dei Georgofili. Inoltre, restarono danneggiati 173 dipinti, 42 busti e 16 statue. Per la strage, tra i tanti, vennero condannati all’ergastolo i boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, mentre recente (febbraio 2016) è la condanna definitiva all’ergastolo del boss Francesco Tagliavia.

Le altre due stragi avvennero quasi contemporaneamente, a mezz’ora di distanza l’una dall’altra, la sera del 27 luglio del ’93: in tale sincronia si scorge l’intento di amplificare lo scalpore mediatico ed il sentimento di paura provocati dei due attentati. A Milano, in via Palestro, fu fatta esplodere un’autobomba che distrusse il Padiglione d’Arte Contemporanea e provocò danni all’adiacente Galleria d’Arte Moderna. A Roma esplosero due bombe nei pressi delle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Alcuni giornalisti lessero l’attacco alle chiese romane come una risposta alle dichiarazioni contro la mafia che Papa Giovanni Paolo II aveva esternato ad Agrigento il 9 maggio 1993.

Il meccanismo sottostante a questi attentati era molto più velato di quello che stava dietro alle uccisioni: non si trattava di eliminare chi, con il suo lavoro o con la sua vita, aveva combattuto contro la mafia, ma si trattava di colpire dei luoghi simbolo della cultura, e quindi dell’identità, italiana. Se si pensa a quanta impressione ancor oggi facciano le morti di Falcone, Borsellino e di tutti gli altri uccisi dalla mafia, divenuti eroi nell’immaginario comune, e se si riflette poi sul fatto che la mafia aveva scelto, come secondo bersaglio, dei monumenti, si coglie l’importanza simbolica del gesto.

La morte delle persone impressiona sempre di più, forse perché senza la vita non ci può essere nient’altro. Tuttavia, subito dopo la vita, che rappresenta l’essenza, la necessarietà e la “condicio sine qua non”, sta l’identità della vita, ciò che ne definisce i contorni e le dà carattere. Significativo a tal proposito appare Luca Scarlini, autore del libro “Il Caravaggio rubato”, il quale parla del biennio delle stragi 1992-3 usando queste parole: “la mafia, a inizio anni novanta, prima di adottare metodi di governo di minore aggressività esplicita, aveva chiaramente individuato come il mondo dell’arte fosse facilmente attaccabile e allo stesso tempo fornisse un simbolo adeguato di colpo al cuore dello Stato”.

Ebbene, gli attentati di Roma, Firenze e Milano, avendo colpito due chiese simbolo della cultura cattolica (San Giovanni in Laterano è addirittura la prima delle quattro basiliche papali maggiori, ossia quelle di più alto rango, nonché la più antica basilica d’Occidente), uno storico centro di ricerca ed uno dei luoghi fulcro del fermento culturale dell’epoca, avevano proprio questo scopo.

da pacmilano.it

Questo racconto dell’intreccio fra mafia e arte vuole attirare l’attenzione sulla ricchezza, culturale oltre che economica, del patrimonio italiano. Tutti gli italiani e chi insieme a loro popola l’Italia (anche chi non la popola, aggiungerei), dovrebbero ergersi a tutela dei luoghi della cultura, valorizzandoli e proteggendoli da chi ne fa un uso distruttivo. L’amore e la cura sono il primo presidio per la (“nostra”) Bella Italia ed è una coscienza collettiva ben orientata a fare la differenza.

Di seguito un cenno ad alcuni esempi virtuosi, spesso nati “dal basso”, per la volontà di piccoli gruppi di persone. Fra le iniziative più risalenti nel tempo va citata l’”Unione Archeologica dell’Etruria”, fondata nel 1960 a Tarquinia, da Ludovico Magrini ed altri cittadini. L’organizzazione è nata con lo scopo di acuire l’attenzione degli abitanti verso il patrimonio archeologico del territorio, coinvolgendoli in attività dirette alla sua protezione.

Il lavoro del gruppo ha portato anche a grandi scoperte, come quelle di Gravisca (il porto di Tarquinia) e di Pyrgi (il porto di Cerveteri). Tra l’altro fu proprio grazie all’Unione che venne bloccato un progetto edilizio che avrebbe irrimediabilmente danneggiato il sito archeologico.

Nel 1961 l’Unione avviò anche “Archeologia”, una rivista nata per dar voce alle discussioni dei cittadini in merito al territorio. Nel tempo i volontari dell’Unione iniziarono a collaborare con le Soprintendenze, affiancandosi ai custodi dei siti archeologici e, in molte occasioni, stanando i tombaroli all’opera. Nel 1970 iniziarono a collaborare anche col reparto Tutela Patrimonio Artistico (oggi Tutela Patrimonio Culturale) dei Carabinieri, contribuendo all’arresto di molti tombaroli ed al sequestro di alcuni reperti.

Gli stessi gruppi dell’Unione, infine, si sono impegnati a mettere in piedi dei musei nelle zone degli scavi, per rafforzare il senso di appartenenza dei cittadini al loro territorio, nella convinzione che allestire spazi espositivi solo nelle grandi e spesso lontane città risponda ad una logica lacunosa e parzialmente proficua.

Fra gli altri progetti degni di nota, nel 1999 Legambiente ha messo in piedi “Salvalarte”, una campagna diretta alla tutela di quella parte del patrimonio storico italiano che si trova fuori dai circuiti turistici più battuti. Gli obiettivi della campagna sono informazione e sensibilizzazione, ma anche individuazione e segnalazione dei beni artistici a rischio.

All’interno di questa iniziativa s’inserisce “Cvtà-street fest”, un festival organizzato ad aprile 2016 nel borgo molisano di Civitacampomarano: quattro giorni in cui i cittadini, insieme ad un gruppo di artisti di strada, partecipavano a laboratori esperienziali in tema di rigenerazione urbana, creando delle opere d’arte che venivano poi lasciate nel paesino, dando un nuovo impulso alla vita dei suoi abitanti. Il rischio patito da questi piccoli borghi, seppur bellissimi e ricchi di storia, è quello di essere avvertiti come luoghi invivibili perché troppo lontani dall’ormai veloce e globalizzata civiltà.

Contro il traffico illecito delle opere d’arte, un’altra associazione coraggiosa è la siciliana Extroart. Fondata a Palermo da Ludovico Gippetto nel 1992, è una no-profit dedicata alla promozione dell’arte locale. I due obiettivi dichiarati da Gippetto sono: formazione ed informazione.

Da una parte la formazione, intesa come creazione di una coscienza collettiva, “perché il furto del bene culturale avviene solo in una società povera o distratta”. Particolare attenzione in questo senso viene rivolta alle scuole, come fondamentali incaricate del pensiero dei futuri cittadini.

Dall’altra parte l’informazione: a musei, antiquari, biblioteche, scuole e soprintendenze venivano distribuiti migliaia di cofanetti informativi sui trafugamenti delle opere.

La stessa Extroart, evidentemente molto improntata all’efficacia pratica della sua azione, ha lanciato un’iniziativa chiamata “Inchioda il tombarolo”: attraverso lo spargimento di chiodi e bulloni nelle aree archeologiche, si neutralizzavano i metal detector dei tombaroli.

Seppur non incentrato sulla lotta all’illegalità, risulta comunque significativo rispetto al tema della valorizzazione del territorio il progetto “Discovery Magna Grecia”.

L’idea, finanziata dall’Unione Europea, consisteva nella creazione di un percorso internazionale di turismo sostenibile, lungo i luoghi della cultura greco-bizantina: sulle orme degli antichi, il progetto riporta in auge aree ricchissime dal punto di vista culturale ma spesso economicamente e strumentalmente povere ed arretrate. La mappa di Discovery Magna Grecia è segnata dalla rete dei “Parchi Letterari”, luoghi cruciali in cui riappropriarsi dei grandi pensatori del passato attraverso seminari, caffè letterari, attività teatrali, letture guidate, eccetera.

Lo scopo è quello di sviluppare il futuro sulle tracce del passato, per non dimenticare quella che è stata una storia formidabile, genitrice di un’evoluzione culturale rigogliosa: andare avanti, camminando sulle basi solide della storia.

Coinvolgere le persone nella valorizzazione del loro territorio può dare vita ad un circolo virtuoso che aumenta la soglia di attenzione degli abitanti e, quindi, il livello di sicurezza delle aree, crea un legame d’affezione ai luoghi ed attrae investimenti.

L’Italia è una delle culle della cultura occidentale e conserva dei tesori artistici di inestimabile valore. Di fianco a tale onore, sono convinta esista una responsabilità ben precisa: siamo stati chiamati dalla storia ad essere i custodi di bellezze ineguagliabili e non dobbiamo dimenticarlo.

Onori ed oneri, si dice …

Gaia Bianchi Michiel

 

L’immagine di copertina è tratta da artearti.net

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