Freak show o sci-fi movie? L’arte va di moda anche nel 2018

Freak show o sci-fi movie? L’arte va di moda anche nel 2018
Freak show o sci-fi movie? L’arte va di moda anche nel 2018

“O si è un’opera d’arte o la si indossa”. Oscar Wilde pronunciò uno dei suoi più noti aforismi, in un periodo storico nel quale erano ancora lontani i tempi in cui le influenze del repertorio della storia dell’arte si fronteggiassero con la moda.

 

Nel corso dei secoli la contaminazione tra Arte e Moda si è andata sempre più intensificando, un connubio i cui massimi assertori possono essere riconosciuti in Yves Saint Laurent, Issey Miyake, ma soprattutto nella scioccante (in riferimento al rosa shocking, tonalità cromatica da lei inventata) fantasia ed eccentricità di Elsa Schiaparelli, le cui creazioni furono fortemente influenzate dalle Avanguardie Surrealista e Cubista.

 

In tempi più recenti la liaison, non dangereuse, tra Arte e Moda è diventata sempre più solida, tra questi due mondi si può affermare che si sia instaurata una vera a propria “corrispondenza di amorosi sensi”, e questo grazie anche ad una serie di collaborazioni tra artisti e stilisti: Nan Goldin e Helmut Lang, Cindy Sherman e Comme des Garçons, e la già citata Elsa Schiaparelli e Salvador Dalì e Alberto Giacometti.

 

Gli stilisti, sempre più inclini a nobilitare le loro collezioni, tramite rivisitazioni, crossover e citazioni provenienti dal mondo delle Arti visive, hanno contribuito a trasformare le proprie sfilate in autentici vernissage, dando vita ad una nuova tendenza: la cosiddetta Art à porter, ossia arte da indossare, ma anche e soprattutto da diffondere nel mondo. Vestendo l’arte, la moda, da sempre considerata effimera e temporanea si fonde con l’immortalità dell’arte fino a diventare essa stessa permanente.

 

Con il passare dei decenni, il rapporto tra Arte e Moda si è tramutato in un vero e proprio progetto culturale a tempo indeterminato. Uno degli esempi più eclatanti di questa simbiosi tra il mondo dell’arte e della moda è costituito da Andy Warhol. Drella, (così Warhol era soprannominato dai musicisti Lou Reed e John Cale, da una crasi tra Dracula e Cinderella), noto anche per la natura spesso dissacrante dei suoi dictat estetici, (“Fashion is more art than art is”), lavorando come illustratore di alcune tra le riviste di moda più in voga del momento (tra cui Glamour, Vogue e Interview, di cui fu direttore), ha inaugurato un modo di rappresentare gli abiti che trascende la mera utilità, ma è destinato a diventare una forma d’arte, una vera e propria opera Pop.

 

Un sodalizio lungo una vita, quello tra Arte e Moda, composto da citazioni, riabilitazioni e trasformazioni, recuperate dalla tradizione iconografica del passato, che hanno contribuito a far percepire questo come una miniera attiva, piena di possibilità per riscrivere il tempo presente. Non stiamo parlando di una nostalgia paralizzante, ma di una sorta di viaggio psichedelico, il quale, liberando la conoscenza, trova il significato vero dell’oggi, proprio nel passato.

 

Definirlo citazionista è riduttivo, Alessandro Michele, deus ex machina della maison Gucci, rimastica il passato e riscrive il nostro tempo, ma lo fa in un modo tutto suo: rispettando le fonti e tradendole al tempo stesso. La sua cifra stilistica è inequivocabile, e i suoi accostamenti sono stati spesso al centro di polemiche senza fine.

 

Lo scorso febbraio, in occasione della Milano Fashion Week, Alessandro Michele, presentando la collezione Autunno-Inverno di Gucci, ha messo in scena una sfilata a metà tra un “freak show” e un Sci-Fi movie. Tra maschere, turbanti, terzi occhi, finti cuccioli di drago e teste mozzate portate sottobraccio, il tutto ambientato in un set adibito a sala operatoria, Michele ha rappresentato, o forse profetizzato, un universo abitato da replicanti e umanoidi.

 

In questo laboratorio cyborg, la testa portata come se fosse una borsetta, altro non è che la proiezione di se stessi fuori dal proprio corpo, un involucro che dovremmo accudire, senza considerarlo come una cover intercambiabile che smontiamo e rimontiamo per adeguarlo al profilo a cui aneliamo.

 

La sfilata, benché sia stata definita come un prodotto armonioso tra Kitsch e Trash, ruota attorno ad uno dei temi chiave dell’era moderna: l’identità. L’horror show ideato da Alessandro Michele contiene un avviso sensato, è un’inquietante magia riflessiva su chi siamo, chi stiamo diventando e come lo stiamo facendo; passato, presente e futuro convivono in una unione caotica nella speranza di recuperare noi stessi e l’arte del passato, le cui teste mozzate ne sono una vivida testimonianza.

 

Per il mondo caleidoscopico, presentato dal creativo di Gucci, per i collage intrisi di passato e privi di gerarchie, per gli opposti apparentemente inconciliabili, ho davvero perso la testa!

 

 

Maria Teresa Cafarelli

Tools For Culture

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