mappe

Gallerie d’arte 2.0. L’esperienza (contagiosa?) di Pigment Gallery

By 2 Luglio 2020 No Comments

Un’emergenza inattesa

La pandemia ha portato scompiglio in ogni angolo del mondo e in tutti i suoi settori, ripercuotendosi su qualsiasi categoria sociale ed economica. Anche il mondo dell’arte è stato scottato, se non addirittura bruciato, da questa situazione emergenziale. Come luci che si affievoliscono e poi si spengono la notte, ogni istituzione culturale ha dovuto chiudere i battenti e fermarsi, così come migliaia di figure professionali: direttori, dipendenti, artisti e molti altri. Tutti, senza nessuna distinzione, sono stati costretti a rimanere fra le quattro mura di casa, aspettando un cenno di ripartenza e ritrovandosi a riflettere su come affrontare l’inusuale e improvvisa situazione trovatasi dinnanzi. Dai primi di Marzo, termini come dubbio, incertezza, precarietà, solidarietà, collaborazione, futuro e tecnologia, sono entrati a far parte del vocabolario di tutti i giorni, specialmente nel settore culturale. La tecnologia, in particolare, si è rivelata alquanto preziosa per questo settore che ha potuto permettere all’arte di sopravvivere, promuoversi e vendersi.

Tvboy, Mobile World Virus, Barcelona

Io stessa, come tanti altri, mi sono ritrovata nel bel mezzo dell’emergenza Covid – 19 e ho dovuto fare i conti con un cambio di piani, uno stravolgimento improvviso. Arrivata a Barcelona la prima settimana di Marzo per iniziare un tirocinio curriculare, in pochi giorni ho potuto assistere ai primi cenni di crisi e sconvolgimento nel settore dell’arte, in particolare quello galleristico, le cui scie sono tutt’ora ben visibili. Infatti, dopo nemmeno due settimane come assistente presso la galleria d’arte Pigment Gallery, ho dovuto sospendere l’esperienza. Un’interruzione durata ben due mesi in cui, dato il forzato lockdown, ho potuto dialogare con il direttore e i dipendenti, nella speranza di scambiare idee e soluzioni per affrontare il periodo di chiusura. Questa circostanza così straordinaria è stata per me un’esperienza significativa ed unica (si spera!) ma anche formativa, che difficilmente potrò dimenticare. Così come aver visto una delle città più affollate e rumorose del mondo, trasformarsi in un luogo deserto, riempito di un silenzio quasi assordante.

Una Rambla in pieno lockdown, Barcelona, Marzo 2020

 

Una piccola realtà nel cuore di Barcelona: Pigment Gallery

“Il tema del Coronavirus segnerà un prima e un dopo della nostra società, in tutti i settori. Ad oggi, è molto difficile pronosticare quale sarà il giusto modo di lavorare, in quanto nessuno sa se si potrà tornare alla normalità. E’ chiaro, però, che questa emergenza cambierà la maniera in cui ci si approccia e svolgono le attività del nostro settore. Il mondo dell’arte sarà segnato come non mai, e i pochi che sopravviveranno saranno coloro che avranno le idee più chiare sul cammino da seguire” (Ferran Josa, Marzo 2020)

Così dubbiosa e disorientata è l’affermazione di Ferran Josa, noto gallerista e direttore della Pigment Gallery di Barcelona. Intervistato a fine Marzo, durante il picco emergenziale in Spagna, Josa ha comunicato la sua profonda preoccupazione per la propria galleria, che supporta e promuove ventisei artisti, la maggior parte di questi provenienti dalla Catalogna. Inserita nel cuore pulsante della città, Pigment rappresenta soltanto una piccola realtà nel ricco scenario culturale e artistico della megalopoli catalana. La galleria è infatti circondata da una miriade di altre istituzioni culturali – tra le più famose La Pedrera, il Museo Egizio, Casa Batlló e la Fundació Antoni Tàpies – le quali, come Pigment, hanno dovuto fare i conti con più di due mesi di chiusura totale.

Come da immaginarsi, nel settore galleristico il posticipo o, ancora peggio, l’annullamento delle fiere d’arte per tutto il 2020 ha portato ad una drastica diminuzione degli introiti e quindi ad un rischio di fallimento. Di conseguenza, i direttori hanno dovuto prendere decisioni scomode, rivalutando le spese fisse con altrettante ripercussioni sui dipendenti. Le fiere d’arte, infatti, risultano essere la principale fonte di informazione, scambio e soprattutto guadagno delle gallerie. In Spagna, soltanto nel 2016, le fiere hanno portato un giro di affari di oltre 127 milioni di euro, rappresentando circa il 41% delle loro vendite annuali.

Il rapido annullamento di questi eventi ha creato una situazione alquanto spigolosa e complessa soprattutto per una piccola entità come Pigment. La galleria ha dovuto rinunciare a piani ben precisi: oltre all’intenzione di aprire una secondo spazio espositivo a Madrid, avrebbe dovuto presenziare a quattro fiere internazionali soltanto tra Marzo e Giugno. Di fatto, la galleria conta su di una clientela principalmente estera, che riesce ad attrarre grazie alla partecipazione a più di una decina di fiere all’anno. Questi eventi sono opportunità uniche e fondamentali per la vendita e la normale attività, rappresentando il 60-70% degli introiti annuali. Di conseguenza, per tagliare i costi fissi più alti, la galleria ha dovuto temporaneamente privarsi dei suoi dipendenti, contando sull’aiuto dello Stato (il quale è riuscito a erogare circa il 70% dello stipendio mensile).

Pigment Gallery, Barcelona

“Pigment potrà salvarsi usando le proprio riserve. Le gallerie che hanno vissuto e operato giorno per giorno sono destinate a chiudere. Non si potrà reggere questa situazione a lungo. Pigment dispone di alcune riserve e attraverso un processo di riduzione di costi al minimo, potrà provare a sopravvivere. Ma se la crisi dovesse protrarsi per molto altro tempo, sarà veramente difficile resistere” (Ferran Josa, Marzo 2020)

L’opinione di Ferran Josa è chiara: questa crisi importante metterà in ginocchio le istituzioni più spensierate e disattente, coloro che hanno lavorato senza calcolare possibili imprevisti e ricadute. Una giusta valutazione delle proprie entrate, spese e una gestione attenta e prevedibile potrà infatti incidere sulla sopravvivenza di queste entità, facendo sì che il Covid – 19 possa rappresentare un’enorme sfida, più che una sconfitta. Per rimanere a galla i direttori, oltre a tagliare i costi, hanno involontariamente colpito la categoria più fragile e precaria del settore, gli artisti. Questa figura professionale, nella maggior parte dei casi, dipende quasi completamente dalla galleria per cui lavora, come confermato dall’Università di Granada. Lo studio ha dimostrato che la maggior parte degli artisti spagnoli guadagna meno di 8000 euro all’anno (Elisa Hernando, elcultural.com). Pigment finanzia e promuove la bellezza di ventisei artisti e di questo problema ne è ben al corrente.

 

Una galleria “social”

Per salvarsi e resistere però non basta portare i costi ai minimi storici. Oltre a confidare in un rallentamento del virus e in una nuova riapertura, la galleria ha continuato la propria attività da remoto, mediante il rafforzamento della sua presenza online e l’uso dei social network, due realtà mai così importanti come oggi. Per non perdere la visibilità e il possibile mercato, oltre all’uso di note piattaforme per la vendita online come Artsy, Pigment ha dovuto fare un passo in più, innovandosi e digitalizzandosi come mai prima. Attraverso un considerevole investimento è stato possibile rendere virtuale la mostra temporanea della galleria, dando la possibilità di vedere (e possibilmente comprare) le opere nei loro più piccoli dettagli. Inoltre, al di là della vendita locale, che rappresenta una piccola percentuale degli introiti, Pigment ha partecipato attivamente alla fiera Art Paris di fine Maggio, la quale ha dato la possibilità di presentare i propri spazi espositivi e opere in maniera totalmente digitale.

Spazio espositivo virtuale di Pigment Gallery, Art Paris 2020

E’ da considerare altrettanto fondamentale l’attività sui social network e le pagine officiali della galleria. Chi non si è mai sentito annoiato durante la quarantena? Tutti, chi più chi meno, abbiamo avuto il desiderio di smorzare il tempo, arricchendoci di contenuti multimediali e non: libri, film, serie tv, streaming. E i social network? Attività fondamentali per la maggior parte della popolazione, sono serviti per chattare, postare e condividere. Inoltre, hanno assunto il ruolo di intermediari fra le istituzioni culturali e il pubblico. Pigment ha saputo approfittarne immediatamente, utilizzando Instagram e Facebook, non solo col fine di pubblicizzarsi ma anche per intrattenere e incuriosire la clientela. Fin dai primi giorni della quarantena, la galleria è comparsa sui telefoni, tablet e computer dei suoi followers, aggiungendo quasi ogni giorno nuovi contenuti. Oltre a discussioni su tematiche attuali, i veri protagonisti sono risultati essere gli artisti, i quali tramite interviste e video hanno avuto modo di mostrare e parlare delle loro opere in maniera del tutto confidenziale e informale.

Questa sua partecipazione creativa, ludica e itinerante ha permesso a Pigment di farsi conoscere e apprezzare, mantenendo il contatto con i suoi compratori e collaboratori. D’altronde, non solo si ha bisogno di contare su di uno stabile rapporto con i propri acquirenti, ma è necessario incrementare la domanda da parte di nuovi.

Questo coinvolgimento online, dallo spirito attivo e ottimista, potrebbe essere rilevante anche dal punto di vista dello status di Pigment. Si sa, le gallerie d’arte sono da sempre considerate luoghi “elitari”, in cui spesso si ha timore ad entrarci. Ci si sente inadeguati e a disagio, spesso preferendo altre attività culturali. Tramite l’uso della rete si può quindi parlare di democratizzazione dell’arte: internet permette alle gallerie di coinvolgere e raggiungere qualsiasi tipo di pubblico, permettendo l’abbattimento di quella barriera che li ha da sempre separati. Secondo Paola Capata, proprietaria della galleria Monitor a Roma, questo rappresenta oggi una grande opportunità per nuove riflessioni e possibili cambiamenti. Oltre ad una nuova considerazione di queste entità, facendo svanire questo loro status “elitario”, è forte il bisogno di visualizzarle come luoghi di cultura ma soprattutto di commercio, aventi la stessa necessità di tutele ed aiuti come altre attività commerciali.

Pagina Instagram di Pigment Gallery

 

Emergenza Covid – 19: fine o ripartenza?

Pigment Gallery è solo un esempio di come il settore ha reagito a questa crisi così violenta e senza precedenti. Il virus ha creato molti dubbi, incertezze e perplessità sul futuro funzionamento e ripresa del settore. Ancora più numerosi sono gli schieramenti di pensiero, alcuni più pessimisti e scettici di altri. Da parte di Pigment Gallery è trapelata un’enorme preoccupazione in merito alle future vendite; in galleria si pensa che la crisi possa diminuire drasticamente la rilevanza e il peso dell’arte anche tra i clienti più regolari e abbienti. Opinione ben più ottimista invece è quella di Marco Bertoli, noto gallerista, mercante d’arte e proprietario di Art Consulting a Modena. Bertoli si è mostrato fiducioso nei confronti dell’arte, considerandola un vero e proprio “bene rifugio”, e preferita oggi ad altri beni di lusso.

In tanti però considerano la tecnologia come cruciale per la ripresa del settore e rimanenza sul mercato, risultata essere la soluzione della maggior parte delle gallerie di tutto il mondo. Questo slancio innovativo e tecnologico ha portato a molte riflessioni e dubbi, aprendo un infinito dibattito sulla sua futura sostenibilità. Si sa, le gallerie e le fiere d’arte si sono sempre organizzate in spazi tangibili e basate sulla partecipazione e osservazione fisica della clientela. Questo nuovo modus operandi ha sicuramente portato ad una completa intangibilità e disintermediazione, facendo perdere il contatto fisico con il pubblico e i galleristi, costretti a dialogare e trattare soltanto attraverso uno schermo.

Potrà quindi la tecnologia sostituire completamente la presenza fisica e diventare il futuro modello di business?

Se prima i consumatori hanno assaltato i supermercati, si può pensare ora a un futuro assalto all’arte e alla cultura?

Secondo Iwan Wirth, gallerista e fondatore della galleria Hauser & Wirth, la realtà virtuale e la digitalizzazione hanno stimolato il business dell’arte. Non vuol dire però che queste misure possano sostituire completamente l’interazione e l’esperienza fisica del pubblico. Solo se adottata in maniera temporanea, la tecnologia potrà aumentare la fame per l’arte, stimolando ed incuriosendo i suoi acquirenti, sempre più volonterosi di partecipare ad iniziative di persona.

Art of Quarantine, Ministry of Culture and Information Policy of Ukraine

 

#distantimauniti

L’hashtag, diventato simbolo di questo forzato lockdown, ci ha spinti a riflettere sull’importanza dell’unione, partecipazione e collaborazione, per poter affrontare la situazione emergenziale con più forza e spirito combattivo. Anche molte entità culturali, nella fattispecie le gallerie, si sono trovate a doversi unire per poter affrontare al meglio la situazione. Certo, la collaborazione tra loro è sempre esistita, sia per l’organizzazione delle fiere, che per la promozione e lo scambio di opere. Lo stesso Ferran Josa ha da sempre stimato ed ammirato gli altri galleristi della città, considerandoli come colleghi e soci, più che veri e propri competitors.

Con la situazione emergenziale però si è notata una notevole accelerazione dei processi di solidarietà e sostegno. Numerose sono state le iniziative in cui le gallerie si sono strette fra di loro, con la speranza di poter vendere e promuoversi, senza vedersi come rivali ma semplici collaboratori. Una di queste è Fair, iniziativa fieristica digitale creata dall’associazione americana New Art Dealers Alliance e avviata a fine Maggio. La fiera è stata pensata per permettere la partecipazione di tutte le gallerie e una divisione equa degli utili: il 50% della vendita retribuito alla galleria (la cui metà all’artista); il 20% diviso equamente tra tutti quelle partecipanti; 20% a tutti gli artisti e il restante 10% come sostegno all’organizzazione Fair. Oltre alla possibilità di vendere, nuove associazioni di galleristi come Gallery Association Los Angeles, hanno permesso alle gallerie di comunicare tra loro attraverso piattaforme come Instagram, Facebook, Whatsapp e newsletters, incrementando lo scambio di informazioni e la rete di networking.

Soltanto dopo l’estate si potrà capire se questi esperimenti avranno avuto successo, e se gli artisti e le gallerie ne avranno tratto vantaggio. Per la maggior parte di queste, sarà stato un aiuto fondamentale e rilevante per rimanere sul mercato e continuare l’attività. Difatti, la rivoluzione tecnologica oggi è un must ma non tutte le gallerie sono in grado di sopportare investimenti di questo genere e allo stesso tempo la partecipazione a fiere. Questo spirito di collaborazione sembra essere ottimale per affrontare la crisi ed eventualmente eliminare la gerarchie e verticalità tipiche del settore, favorendo relazioni orizzontali e inclusive, quindi permettendo la partecipazione di gallerie più piccole o emergenti. Questo approccio basato sulla solidarietà e comprensione reciproca potrebbe diventare un modello anche per altri settori.

Carlos Tárdez, Vencedor, 2019

Come guerrieri, la maggior parte delle gallerie può aver detto di aver combattuto un nemico unico nel suo genere. Questa battaglia non ha rappresentato soltanto una sfida ma anche una nuova opportunità per un cambiamento. L’offerta potrebbe uscirne completamente rivoluzionata e migliorata, eliminando i tratti stagnanti e tradizionali del campo, in favore di una maggior apertura e condivisione. Dall’altra parte anche la domanda potrà esserne influenzata, data la maggior digitalizzazione delle gallerie, sempre più vicine al pubblico.

Ad oggi nessuno sa quale diventerà il modello di business del futuro ma una cosa è certa: la tecnologia, da sempre in secondo piano, ha acquisito un’importanza rilevante per il settore, che ha saputo utilizzarla per sopravvivere e rimanere a passo con i tempi. Sebbene questo strumento non possa sostituire completamente l’esperienza tradizionale, data la sua diffusione e utilità, difficilmente potrà essere abbandonato.

Lucrezia Cerulli

 

 

Riferimenti bibliografici:

https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/mercato/2020/03/quale-sara-il-futuro-delle-gallerie-italiane-la-parola-a-6-protagonisti-da-milano-a-napoli/6/

https://elcultural.com/coleccionismo-ferias-y-mercado-en-la-era-digital

https://elcultural.com/las-galerias-de-arte-en-crisis-por-coronavirus

https://www.ilsole24ore.com/art/il-lockdown-fara-crescere-l-appetito-l-arte-ADbkXrM

https://gazzettadimodena.gelocal.it/tempo-libero/2020/06/09/news/i-prezzi-sono-decisamente-calati-ma-ora-il-mercato-e-ripartito-1.38949416

https://www.ilsole24ore.com/art/aumentano-collaborazione-le-gallerie-e-piattaforme-digitali-ADCyP9V

Intervista a Ferran Josa, Marzo 2020.

CultureFuture

CultureFuture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.