Time is out of Joint – GAM is out of time

Analisi critica dell'istituzione italiana per l'arte contemporanea per antonomasia. 'Nuovo' è sempre 'giusto'?

Time is out of Joint – GAM is out of time

Alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma sono approdata questo maggio per la prima volta dopo tanto tempo – basti dire che l’ultima volta che ho messo piede nell’austera struttura primonovecentesca, essa si chiamava ancora GNAM (e non, come oggi, GAM), e le sue opere erano ancora esposte nel canonico ordine cronologico.

È cosa ormai risaputa che dal 2016 questo ordine cronologico non sussista più, e sia stato scardinato col fine di rimettere in gioco le datate etichette applicate alle opere d’arte visiva. Con il cambio di direzione (dal 2015, ha preso le redini dell’istituzione romana Cristiana Collu) la GAM è tornata a far parlare di sé con Time is out of Joint, ”mostra” che riordina (anzi, disordina volutamente) gli spazi e le opere esposte, con l’intento di far dialogare l’arte al di là dei recinti temporali in cui i modelli espositivi della GAM, e non solo, confinano usualmente i lavori generati nel corso di svariate epoche.

La mostra si concluderà nel 2019; io mi inserisco, dunque, marginalmente e tardi nella sua storia, in cui dopo un iniziale periodo di curiosità e di scalpore, ritengo sia venuto il momento di tirare le somme dell’ultima proposizione esperienziale della GAM, per capire fino a che punto questa operazione è stata rivoluzionaria, e abbia stimolato la coscienza critica dello spettatore, spingendolo verso nuove frontiere nella fruizione dell’arte visiva.

Quindi, che effetto fa al visitatore entrare nella nuova GAM – che effetto fa per davvero, al di là della retorica, così millennial, di innovazione e di scardinamento? Per questo tour virtuale, decido di avvalermi di quello che gli audience studies e il marketing chiamano una persona – un individuo reale, o potenzialmente reale, con delle caratteristiche individuali tali da renderlo plausibile nel contesto della ricerca in questione.

Destruens

Ipotizziamo dunque che il nostro visitatore della GAM decida proprio ora, per la prima volta, di avvicinarsi all’arte moderna, e lo faccia proprio perché incuriosito da questo (dis)ordine espositivo così peculiare, così nuovo – dopotutto, i musei sono fatti per essere fruiti, usati quindi, nel senso latino del termine; al di là di un po’ di clamore iniziale con cui cavalcare la cresta dell’onda nei primi mesi di curiosità da parte del pubblico di aficionados dell’arte visiva, si suppone che la GAM abbia aspirato, con una mossa del genere, ad avvicinarsi a un pubblico diffidente (se non ostile) rispetto all’istituzione museale e all’arte moderna, dalla semantica non sempre immediata. Lo strumento con cui si avvicina a questo pubblico è semplice: scombinare l’ordine temporale delle opere, dunque, disgiungere il tempo, farlo deragliare dalla binarietà della concezione autore-epoca (o contesto).

È forse già a partire dalla seconda sala allestita secondo questi dettami che una domanda comincerà ad affacciarsi alla mente del nostro visitatore:

… e quindi?

La costruzione mentale che va sotto il nome di “social desirabilitypotrebbe indurre chi non conoscesse granché dell’arte moderna e contemporanea a conformarsi all’opinione per la quale la visione dietro all’esposizione della GAM sarebbe innovativa in quanto nuova. Il problema, però, è che nuovo, di per sé, non è un valore, né esprime un giudizio di merito; quella della GAM, purtroppo, rischia di essere una novità piuttosto fine a se stessa. L’ultima volta che (almeno in Occidente) l’arte ha prodotto un risultato fine a se stesso, è stato coniato il motto art pour l’art – non esattamente il momento più pregno di significato per l’arte europea.

Quello che dovrebbe essere infatti un dialogo fra le varie epoche dell’arte esposte alla GAM, infatti, presenta delle lacune concettuali non indifferenti.

A monte, quella di non considerare l’arte come prodotto contestuale a una Weltanschauung definita da (e legata a) una serie di condizioni sociali, politiche, economiche, logistiche e temporali. L’esposizione “disordinata” della GAM non tiene conto dell’imprescindibilità dal contesto, che non è necessariamente valorizzata da un’esposizione in ordine cronologico, ma che di certo non beneficia dell’anemia (e dell’anonimia) di candide sale in cui le opere d’arte sono stilate e abbandonate al mutismo dello sradicamento.

Con queste nuove fattezze, il percorso della GAM somiglia più a un’esperienza puramente estetica che a un arricchimento della conoscenza del visitatore – si potrebbe entrare qui in un ben più elaborato discorso sul valore estetico o epistemologico dell’arte, ma la decisione andrebbe lasciata al visitatore, che invece si trova a essere privato di strumenti conoscitivi e appigli contestuali.

Per quanto riguarda la matrice di questa esperienza estetica, non sembra poi essere il frutto di sottili analisi semantiche: opere colossali sono associate ad altre opere colossali, mentre in alcune sale dominano gli abbinamenti cromatici, in altre quelli tematici, dai ritratti alle nature morte. Sottrarre le opere alle etichette temporali non dovrebbe indurre a stabilirne altre, seppur di ordine diverso.

Construens

La spigolosa valutazione di un’operazione simile potrebbe venire smussata nel caso in cui Time is out of Joint si inserisse in un progetto di più ampio respiro, in una visione in cui si intrecciano prospettive diacroniche e sincroniche secondo schemi nuovi, che riflettano la contemporaneità e il suo rapporto imprescindibile col passato, la specificità territoriale e gli slanci globali di una società nuova.

La nuova domanda del nostro ormai esausto visitatore dovrebbe essere dunque:

… e ora?

In un contesto vivace di métissages culturali e identitari quale Roma è sempre stata manca un punto di riferimento forte che si affacci anche su scala nazionale (a questo proposito, ripristinare la N di GNAM sarebbe una mossa più sensata che mai) e internazionale al cui ruolo la Galleria Nazionale sarebbe più che plausibilmente candidabile.

Per quanto riguarda l’aspetto territoriale di specificità nazionale, alla GAM manca lo spazio per una valorizzazione dell’arte italiana che trova in essa il suo spazio espositivo più prezioso; risale al 2013 una splendida mostra parigina dal titolo “Les Macchiaioli: des Impressionnistes Italiens?”. Il carattere di forte unicità (il messaggio dei macchiaioli è di matrice politica e sociale ben più forte che quello impressionista) dei Macchiaioli e a un tempo del loro imponente dialogo con l’arte estera è un racconto potente della vivacità e del potenziale dialettico dell’arte, che Parigi ha saputo riconoscere meglio di Roma, facendone tesoro, e facendo dialogare l’arte italiana con quella francese.

L’aspetto temporale, naturale sviluppo dell’esposizione in corso, dovrebbe assumere uno spessore speculativo ulteriore: il dialogo del tempo, o meglio dei tempi della storia, potrebbe essere arricchito fino a integrare la contemporaneità: un esempio fra tutti la videoarte di Bill Viola a Palazzo Strozzi , che viene posta accanto ai capolavori dell’arte rinascimentale da cui ha tratto ispirazione, creando ponti fra le epoche che arrivano fino alla sensibilità contemporanea. Né, mutatis mutandis, è il frutto di una diversa concezione la mostra veneziana del contestato Damien Hirst, i cui fantomatici artefatti sono concepibili solo in rapporto all’archeologia classica.

Le iniziative isolate di due artisti internazionali (due esempi a fronte di una situazione ben più complessa e stratificata) sono sintomo della mancanza di un polo di riferimento per l’arte contemporanea desiderosa di rapportarsi al territorio e al mondo in modo diacronico. Time is out of Joint si presta essere, almeno in potenza, il punto di partenza per un dialogo (un dialogo vero, però, un dialogo sensato) con la contemporaneità, non solo quella di Hirst e di Viola, ma anche quella della negletta scena culturale romana.

Perché all’innovazione cronologica attuata dalla GAM manca ancora una dimensione temporale: il futuro.

 

Francesca Sabatini

Tools For Culture

Tools For Culture

Tools for Culture è un’organizzazione non profit attiva nel campo della ricerca, della consulenza e della formazione per l’economia, il management e le politiche dell’arte e della cultura. Il suo obiettivo è contribuire a estrarre il valore dalle risorse creative e culturali, rafforzando il loro impatto sulla qualità della vita, stimolando la creazione e il consolidamento di un network di professionisti, imprese e competenze, e fornendo assistenza strategica e tecnica in campo culturale.

RELATED ARTICLES

Oltre l’architettura

Oltre l’architettura

Nella vita ci sono decisioni che vanno prese in momenti del tutto sbagliati: scegliere una carriera all’età di 1

LEGGI TUTTO
Parliamo di politica per la cultura?

Parliamo di politica per la cultura?

In un periodo segnato dal nervosismo e dal conflitto un po’ di ragionevolezza pacata può aiutare. Quello che chi

LEGGI TUTTO
Social innovation e pratiche di riuso applicate al mondo culturale

Social innovation e pratiche di riuso applicate al mondo culturale

«Social innovation e pratiche di riuso applicate al mondo culturale»: Facile a dirsi – e anche molto affascinan

LEGGI TUTTO

Lascia un Commento