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Progetti ambigui, resistenza civica, repressione sommaria. Le occupazioni indicano una strada? Lo Stato è attrezzato per ragionare? Lettere dalla Turchia

By 22 Luglio 2019 No Comments

Una conversazione informale tra Verena Lenna, urbanista, Roberto Randazzo, avvocato, e Michele Trimarchi, economista

Da qualche giorno è cominciato il processo agli occupanti di Gezi Park, Istanbul, che nel 2013 erano stati arrestati in occasione dello sgombero: accademici, giornalisti, imprenditori, attivisti e artisti. Pesanti le accuse, dalla sovversione alla propaganda terroristica, nuovi accusati che hanno soltanto manifestato un punto di vista, clima di paura e indifferenza generale dei Paesi europei. Anche uno dei cofondatori dell’AKP (il partito del presidente), Abdüllatif Sener, critica fortemente il modo in cui il problema viene affrontato. Da quanto emerge l’occupazione ha reagito a progetti di speculazione edilizia dominati da interessi personali, e la comunità del quartiere ha reagito bloccando un’iniziativa che avrebbe sottratto il parco alla fruizione generale. Non è l’unico caso di occupazione spontanea da parte dei cittadini che cercano di impedire la deprivazione di aree urbane. Ne parliamo da diverse prospettive: un’urbanista, un avvocato e un economista.

Michele Trimarchi: È partito il processo agli occupanti di Gezi Park. Dura lex, si dirà, ma qui la questione risulta più complessa.

Verena Lenna: A me pare che le complessità non siano tenute in gran conto.

M.T. Per nulla, un regime ipersemplifica.

V.L. Dura lex.

Roberto Randazzo: La legge non è mai dura, semmai è duro il modo di interpretarla.

M.T. Ma può essere inquietante, sono molti gli sgomberi che vanno in scena.

V.L. In effetti, più che di legge è una questione di autorità e di riconoscimento, in questo caso di Giustizia utilizzata a meri fini politici.

M.T. Vero, ma il fatto è che qui le cose partono dall’inerzia della pubblica amministrazione, o peggio da operazioni opache.

V.L. Sì, inoltre      risulta che i cittadini non hanno diritto a manifestare.

R.R. Tutto parte da un problema che sembra urbanistico, in realtà una questione sociale e politica.

V.L. L’opinione internazionale si è espressa chiaramente sulla legittimità dei modi. Quindi legge di chi?

M.T. Facciamo un quadro laico: l’amministrazione abbandona un luogo e qualcuno lo occupa.

V.L. No, Michele, non ‘abbandona’. In questo caso si voleva privatizzare. Infatti il caso Taksim-Gezi è stato letto come un caso di commons.

M.T. Giusto, ancora peggio. In molti casi ci sono palesi abusi che ignorano la comunità urbana.

R.R. Quello che rileva è che uso si fa della Giustizia (che mi ostino a considerare in maiuscolo); nel caso Taksim-Gezi quasi fosse un manganello.

M.T. Infatti c’è un intervento pubblico e un’occupazione.

R.R. Anche per il diritto italiano, a determinate condizioni, l’occupazione di suolo pubblico è illegittima.

M.T. Dunque: se sgombero sto applicando la legge.

R.R. Esatto.

M.T. Ma genero disagio, sollevo dissenso, creo conflitto.

R.R. La questione è come e a quali fini. Sgombero o embrione di una protesta più ampia?

M.T. Infatti, se invece di sgomberare cerco di negoziare su basi di reciproco rispetto forse posso costruire un’ipotesi condivisa.

V.L. Nel caso di Gezi non       c’è stato posto per il rispetto reciproco.

M.T. Appunto, il sospetto è che quando l’amministrazione non negozia ci sia dietro un interesse non proprio pubblico, o una chiara incapacità ad amministrare.

V.L. Il progetto proposto per il sito non è stato mai reso partecipato o accessibile      ai cittadini. Quindi a un certo punto bisogna forzare un po’ la mano. E non dimentichiamo quello che è successo       tre anni dopo      per il presunto colpo di stato. Inoltre se non sbaglio Gezi è spazio pubblico che si è cercato di privatizzare. A nome di chi?

M.T. Se passi la notte in un parco violi la legge?

R.R. Ovviamente no. Nemmeno in Turchia. Ed esisterebbe pure il diritto a manifestare. Il movimento di protesta contro il progetto è cominciato nell’aprile 2013, e il 28 maggio una cinquantina di manifestanti ha installato tende da campeggio nel parco con lo scopo di occuparlo.

V.L. In effetti lo spazio pubblico dovrebbe essere spazio di costruzione del dissenso e della critica. Specialmente quando le informazioni vengono distorte e plasmate da piattaforme dell’ignoranza.

R.R. Secondo me però le basi della protesta e della reazione erano più ampie.

V.L. Sì, infatti       se i cittadini arrivano a manifestare in modi considerati non ortodossi le ragioni vanno      lette nel lungo termine.

M.T. Vero. Il fatto è che anche quelle che definiamo manifestazioni spontanee vengono accettate solo se rientrano nel format convenzionale.

R.R. Il contorno della reazione è stato centinaia di arresti di magistrati, avvocati, giornalisti, ci sono state torture.

M.T. Ora, le occupazioni e gli sgomberi hanno, e devono avere, una forte traccia politica. Ma se proviamo a tenerla per un momento da parte potremmo verificare cosa è opportuno fare secondo la logica della ragionevolezza. Anzi, immaginiamo uno scenario razionale (secondo la saggezza convenzionale dei manuali), e seguiamo un approccio da teoria dei giochi. Il dilemma è, a monte di tutto: cosa conviene fare all’amministrazione? Difendo il punto che la scelta più intelligente è negoziare.

V.L. Scendere in piazza e ascoltare, questo conviene. Ma stiamo parlando di Erdogan.

M.T. In generale se non negozio smantello il senso di appartenenza, rivelo fragilità nella governance urbana, e trasmetto il sospetto di voler fare una schifezza. Lo sgombero è la soluzione dominata, quella che la teoria dei giochi sconsiglia di adottare. E politicamente genero un disastro. Salvo che non ci siano crimini veri e propri, non certo inventati a bella posta.

R.R. Ecco il punto, i crimini inventati e adattati.

M.T. Il nostro problema non è Erdogan (lasciamo che si gestisca i suoi problemi da solo), ma la tematica generale. In Italia abbiamo due decreti spacciati per necessari e urgenti che di fatto limitano tutto quello che possono. E il loro payoff sarà drammaticamente negativo nel medio periodo.

V.L. La tematica generale qui è la fine della democrazia.

R.R. Anche io la metterei su questo piano.

M.T. Infatti.

V.L. Allora, se questa è la posta in gioco, ogni forma di protesta è buona, e necessaria.

R.R. L’espressione fondamentale della democrazia è la gestione delle regole, e quindi della Giustizia. Protestare è irrinunciabile. Così come reprimere i reati.

V.L. La gestione, certo, ma anche la formulazione.

M.T. Perfetta definizione. Ma qui sono tutti convinti che la democrazia sia soltanto il rito elettorale.

V.L.      Magari non tutti, ma una buona parte       il che è disarmante.

M.T. Direi: allarmante.

R.R. Erdogan fonda il proprio potere sul fatto che ha vinto con oltre il 50%.

V.L. Sì, ma       sopprimere la legittima protesta dei cittadini come se fosse un reato?

R.R. Qualcuno in Italia dice cose simili. Ma il reato di protesta non esiste, nei limiti garantiti da (quasi) ogni costituzione del mondo.

M.T. Questo è il nodo: la società sta attraversando un’atrofia per cui moltissimi vogliono solo stare in pace, confidando che qualcuno gli dipani i problemi, anche a costo di perdere la libertà. Ovviamente finché si rimane tra quelli protetti.

R.R. La delega all’uomo forte, per pigrizia e disillusione. E la giustizia può essere utilizzata per amministrare la politica.

M.T. Entrambe ogni tanto mostrano aree controverse.

R.R. Il nostro, con tutti i possibili difetti, rimane uno Stato di diritto. Da avvocato entro in Tribunale con fiducia.

M.T. Certo, ma la questione risiede nella distanza tra sostanza e forma, sapendo che la sostanza evolve rapidamente e scompostamente, e la forma insegue lentamente.

R.R. La forma è sostanza, regola processuale di fondo del nostro diritto, perché è garanzia. Quando si ricorre alla legittimazione popolare la forma non conta più, e vale la valanga.

V.L. E la deformazione di cui sopra.

M.T. Infatti: il punto non è diffidare del sistema, ma interpretarlo. I segnali che vengono dalla società dovrebbero essere utili per un legislatore intelligente.

V.L. Non è un caso che le vittime della repressione siano soprattutto magistrati e avvocati.

M.T. Mi sembra che stiamo concordando su una cosa: che il rito funziona se viene rispettato meticolosamente (per esempio, mantenendo attivi checks-and-balances). All’amministrazione conviene seguire interessi particolari? Nel lungo periodo, mai. Se la politica fosse ragionevole le converrebbe negoziare, è una soluzione intelligente.

V.L. Certo, ascoltare. Ma bisogna volerlo. Se il regime è dittatoriale che cosa ci possiamo aspettare?

R.R. I nostri tempi sono attraversati da decisionismo e autoritarismo, è una folata di scirocco.

M.T. E in che modo possiamo manifestare restando al di qua della soglia?

V.L. Alle volte non si può rimanere al di qua. E poi la legge non dovrebbe seguire i cambiamenti della società? Anche quello che è legale andrà messo in discussione prima o poi, perché la società inesorabilmente cambia. E la legge dovrebbe essere punto di arrivo, non di partenza.

R.R. Occorre andare oltre le ingiustizie. Forzare la legge,      quando serve.

M.T. Il punto è semplice: intanto sperimentiamo quello che sta al di qua della soglia, vediamo che effetto fa, e spingiamo la soglia in avanti (piantiamo le tende, organizziamo i concerti, etc.).

V.L. Il fatto è che a un certo punto non ci si riconosce più in quello che sta al di qua. Arriva lo Stato e ti dice: che cosa stai facendo? E tu rispondi: caro Stato, qui le cose non vanno bene, bisogna cambiare. Se siamo arrivati alla protesta vuol dire che gli altri modi di manifestare il dissenso non hanno funzionato. E lo Stato ti risponde con la censura, la carcerazione, i manganelli e la tortura.

M.T. Infatti, per questo lo Stato dovrebbe negoziare con gli occupanti. Se l’amministrazione fosse smart negozierebbe. Qui subentra l’altra deriva stupida della democrazia come mero rito: il breve periodo.

V.L. Il sistema rappresentativo non funziona più, così com’è. Durante le manifestazioni trasmettevano documentari sui pinguini. Occorre impegnarsi in prima persona, non è una scelta, ma un obbligo.

R.R. Secondo te, Verena, abbiamo lo stesso problema in Italia?

V.L. Certo Roberto, ovunque nel mondo. Impegnarsi       è l’unico modo per permettere alla società di evolvere. E di costruire idee. E se necessario, bisogna       scendere in piazza.

R.R. Il sistema si protegge molto bene e noi cittadini abbiamo armi spuntate.

V.L. Il problema è che in Italia molti sono d’accordo con questo governo. E qualche like sui social non può bastare per dissentire; anche noi abbiamo i nostri pinguini da guardare. Certo le manifestazioni ci sono state, ma evidentemente non sono bastate.

M.T. A me sembra che sia il governo a essere d’accordo con molti italiani. Patiamo da molti anni la totale assenza di intuizioni strategiche. Sarebbe il caso di costruire un flusso permanente di visioni: la piazza, i gesti, le idee che mettiamo in circolo. Che cosa vorrà dire ‘democrazia’ nei prossimi anni?

V.L. Condivisione reale delle decisioni e delle responsabilità,      diritto alla diversità.

R.R. Osservanza delle regole volute dal popolo, senza ricorrere al popolo per imporre le proprie idee.

M.T. D’accordo. Ma mancano i luoghi di discussione e di elaborazione.

R.R. Lo dico da operatore del diritto, e non certo per difendere la mia categoria: quando si arrestano gli avvocati in toga dentro l’aula, come è avvenuto in Turchia, il cittadino non ha più difese. Crolla l’ultima difesa contro lo stato usurpatore, anche mediante l’uso distorto della magistratura.

V.L. Questa è la cosa agghiacciante: la repressione a oltranza coperta dai media e dall’ignoranza.

M.T. Proviamo a tirare le somme: che cosa possiamo fare? Che cosa vogliamo fare?

V.L. Impegno nel quotidiano, nel proprio piccolo.

R.R. Dire la verità. Confrontarci con la realtà. La domanda è: cosa posso fare io? Rispondo per me: protesto, mi indigno, parlo, scrivo, mi confronto, poi voto.

V.L. Sono d’accordo. Qui a Bruxelles un gruppo di cittadini è riuscito a difendere il proprio spazio di orti urbani impegnandosi in una battaglia legale che ha preso energia, tempo e fondi.

M.T. Se capisco (e se ho capito condivido ogni cosa): proviamo a fare benissimo il nostro mestiere, diciamo le cose con franchezza, condividiamo i valori e facciamo che dall’esterno si capisca con chiarezza che società stiamo immaginando. Se costruiamo uno scenario attivo vale la pena di impegnare tempo e risorse. E di sperimentare.

R.R. Occorre un cambio di passo, di coscienza politica.

V.L. Occorre massa critica.

M.T. Occupare con una visione può essere un enzima democratico.

R.R. Siamo nei tempi giusti?

V.L. Non abbiamo scelta.

 

 

Verena Lenna, Roberto Randazzo, Michele Trimarchi

 

Foto di copertina: protestanti a Gezi Park, ©Al Jazeera
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