Grigorij Sokolov al San Carlo. La riscoperta di Dio nell’uomo

Grigorij Sokolov al San Carlo. La riscoperta di Dio nell’uomo

La mia prima volta davanti ad uno dei più grandi pianisti mondiali, il contatto con l’umanità della Musica, il ricongiungimento con Dio. Tutto al San Carlo, in appena tre ore. Grigorij Sokolov è uno dei pianisti viventi più acclamati e ricercati del globo. Ha cominciato a suonare a cinque anni, a sette è stato ammesso al conservatorio di Leningrado e da adolescente era già diventato un artista di fama internazionale. In più di quarant’anni di carriera ha collaborato con tutte le più importanti orchestre sinfoniche e filarmoniche. Portatore di uno stile russo riconoscibile anche dai profani, non si perde mai nella serie di compositori eseguiti, diversissimi tra loro e accomunati solo dalle sue interpretazioni. Credo che la grandezza di Sokolov si giustifichi per due ragioni fondamentali: la capacità di sapere equilibrare la disciplina e il sentimento nelle esecuzioni e la sua incredibile flessibilità nella vastità del repertorio che affronta. Assistere ad un suo concerto è qualcosa di mistico, specialmente in un teatro suggestivo e romantico come il San Carlo di Napoli.

Tutti gli appassionati di musica classica e amanti del pianoforte, del Bello, dell’Universale, dovrebbero avere il privilegio di sedersi ad ascoltare quest’ometto quadrato, rigido, impassibile, dialogare con lo strumento. Al San Carlo il programma prevedeva un concerto in due parti: tre sonate di Haydn nella prima, quattro improvvisi di Schubert nella seconda. Alle 20:33 precise le luci si sono abbassate e Grisha ha fatto il suo ingresso sul palco. Colpisce, in primis, la totale assenza di espressione sul volto, come se fosse di pietra: non lo scaldano gli applausi di chi sa che sta per assistere ad una magistrale varietà di esercizi musicali, né l’ambientazione e le luci soffuse del teatro più bello d’Europa. Si inchina a pochi passi dal pianoforte – un classico Steinway a coda, nero lucido – e sembra che le sue riverenze non siano per il pubblico ma per lo strumento.

Quando si siede e inizia a suonare, io, emozionatissima perché per la prima volta potevo ascoltarlo dal vivo, ho subito capito che tipo di pianista sia. E non importa quanti video avevo visto, quante tracce riascoltato: vederlo dal vivo, a pochi metri, sullo sgabello, dà in pochi secondi l’idea di che personalità abbia questo musicista molto più di quanto riescano a fare filmati e brani registrati. Sokolov parla con il pianoforte mentre lo suona. Non soltanto fisicamente – muove la bocca in ogni momento della composizione, rimane un mistero se parlando o boccheggiando – ma anche e soprattutto simbolicamente: a prescindere dal brano eseguito, sembra un botta e risposta tra lui e lo strumento, durante cui nessuna delle due parti prevale sull’altra, nessuna delle due ha desiderio di imporsi.

Dà l’impressione che le frasi da lui iniziate vengano completate dal pianoforte; che parlino una loro lingua che si trasforma in musica solo alle orecchie dell’ascoltatore. Il pianoforte e Sokolov sembrano amici, confidenti; lo spettacolo intero, da questo lato del palco, risulta un’intrusione di centinaia di sconosciuti in una scena di un’intimità inesprimibile con le parole. Ci sono musicisti che litigano con gli strumenti durante le performance; altri che cercano di domarli, di dire loro cosa fare. Sokolov no. Sokolov, quando si inchina al pianoforte, riconosce la sua umile natura di essere umano davanti alla Musica. È lui stesso strumento, mezzo tramite cui la Musica parla e rivive.

Il suo rigore e il naturale talento tecnico emergono nelle tre sonate di Haydn – n. 32 in Sol minore, n. 47 in Si minore e n. 49 in Do diesis minore. Non sono le sonate più forti, emotivamente parlando, di Haydn, forse a eccezione della n.49; sono produzioni in cui il compositore tenta di dare una forma alla sua infinita immaginazione musicale adattandosi ai dogmi dell’epoca dettati da Mozart – viaggi dalle variazioni impegnative, a volte svilenti, che segnano una parte della sua attività sia in gioventù che nella maturità. Sokolov esegue i pezzi con un’austerità austriaca. Tutte le sonate sono accomunate dall’esordio con brevissimi motivi poi sviluppati in strutture ampie e articolate, intricatissime; Sokolov accompagna il pianoforte nei divertimenti delle prime due senza riprendere fiato, senza fermarsi, in una carrellata di virtuosismi tecnici che riempiono due brani per propria natura difficili.

La conversazione tra lui e lo strumento è in questo caso seria, lineare, precisa. Alla terza sonata sembra rilassarsi. Con la stessa disciplina passa alla sonata n.49 in Do diesis minore e lascia più spazio alla soavità dei suoni del pianoforte che alla sua impostazione quadrata. In questo dialogo è lo strumento a coinvolgere l’ascoltatore; si intravede una componente emozionale che, nella composizione, non è vera protagonista.  I toni del concerto si fanno più malinconici quando si arriva a Schubert, ovviamente. I quattro improvvisi, una continuazione ideale delle precedenti sonate di Haydn per gli ampi sviluppi delle trame iniziali, si susseguono con dolcezza ed eleganza. Sokolov in questa parte del concerto sembra parlare al pianoforte con più calma ma i suoi gesti, soprattutto della mano destra che impazzisce nelle velocissime quartine e sestine del quarto improvviso, rimangono decisivi, fermi, assolutamente perfetti. Ancora una volta si ha l’impressione di assistere alla creazione di qualcosa di magico, di sovrumano, semplificato e naturalizzato dall’espressione assolutamente immobile del pianista.

Gli applausi sono scroscianti quando l’esecuzione è conclusa. Qualcuno si alza in piedi e si sentono i “Bravo! Bravo!” arrivare dalle balconate. Comincia la tradizionale tiritera dell’uscire e rientrare finché il pubblico applaude, il momento in cui, di solito, musicisti e direttori si lasciano andare, rilassandosi, a qualche dimostrazione, parola, sorriso al pubblico. Sokolov, ancora una volta, no. Preciso come quando suona, esce e rientra tre volte tra le acclamazioni degli astanti. Si risiede: concede il bis. Schubert. Di nuovo, dopo pochi minuti, gli applausi. Tutti vogliono di più, tutti reclamano ancora Sokolov sul palco, e lui, dal volto sempre imperturbabile, si risiede.

La scena si ripete per sei volte. Non ho mai visto una cosa del genere nella mia vita, non ne ho mai sentito parlare: un musicista di questo calibro che si siede per altre sei esecuzioni non previste e concede un’ora di concerto in più ai suoi ascoltatori è qualcosa di pazzesco e di inedito. Si capisce questo: gli occhi saranno anche di pietra, e a parlare probabilmente da buon russo è bravo solo col suo strumento, ma quale manifestazione di gratitudine migliore esiste che suonare ancora e ancora e ancora per un pubblico estasiato? Ancora una volta, confermo quello che ho pensato per tutta la serata: che Sokolov sia un umilissimo servitore dell’Arte, che la sua apparente freddezza è in realtà soltanto una forma di rispetto per la musica e per gli ascoltatori. Dopo l’esecuzione di Chopin sono in lacrime per quello che ho sentito e per l’atteggiamento che ha tenuto Grisha durante tutto lo svolgimento del Preludio: ha sussurrato appena al pianoforte, e di contro ha ricevuto risposte bisbigliate, che se si respirava un filo più forte non si sarebbe sentito niente. Ha accarezzato i tasti con una leggiadria che ho potuto paragonare nella mia mente ai più aggraziati gesti che immagino Michelangelo abbia riservato alla Cappella Sistina. Si sente, in ogni nota, il trasporto del romantico per antonomasia e penso che Chopin l’avrebbe voluta sentire esattamente così, la sua composizione. Penso che se Schubert e Haydn avessero potuto sentire quello che ho sentito io al San Carlo, avrebbero detto che la loro Missione per la Musica si è compiuta.

Grisha ha salutato Napoli con un breve componimento di Glinka, e l’ho trovato, col senno di poi, un bel marchio di fabbrica di un popolo fierissimo e di un altrettanto fierissimo musicista.

Essere russi nella musica classica significa essere figli di un lirismo congenito che emerge in ogni interpretazione. Sokolov, in tre ore, con quell’impostazione così umile e maestosa, con quella ritrosia solo apparente, mi ha fatto tornare a credere in Dio.

 

 

Carlotta Maria Puorto

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