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Hell’s Kitchen, il nuovo Paradiso Perduto. Salviamo l’ultimo quartiere di Manhattan che sfida la società americana

By 15 Settembre 2019 No Comments

“Cosa hai fatto stamattina?” Mi chiede l’amica da cui dormo a New York, mentre passeggiamo sulla 6th Avenue per raggiungere la High Line, il percorso verde costruito sulla vecchia linea sopraelevata della ferrovia nota come West End Line, uno dei tantissimi prodotti della riqualificazione urbana che hanno trasformato il volto di New York nell’arco degli ultimi trent’anni.

“Sono andata a visitare Hell’s Kitchen”, le rispondo io. Lei mi guarda a metà fra il confuso e l’annoiato, e il suo stupore è sincero quando mi domanda: “perché? Cosa c’è a Hell’s Kitchen?”

Nota, non proprio a margine: Hell’s Kitchen non è solamente il programma televisivo del cuoco Gordon Ramsay; il nome ammicca a un quartiere di New York, una porzione di Manhattan, un piccolo rettangolo che si estende dall’8th Avenue fino al fiume Hudson, coprendo una ventina di isolati. Il suo curioso nome pare risalga ad un’affermazione dell’irlandese Davy Crockett del 1835, per il quale gli irlandesi espatriati in quella zona malfamata di New York non sarebbero stati degni neppure di fare i lavapiatti nella cucina dell’inferno. Quella di Hell’s Kitchen, non diversamente da Little Italy, è una storia di immigrazione e di miseria sostanziale, che ha impresso un marchio anche sulla sua fama nella cultura di massa e popolare – il film Sleepers, del 1996, racconta fra quelle vie la vita e la vendetta di un gruppo di ragazzi, mentre la Marvel ne fa la casa del suo personaggio più denso e tormentato, Daredevil, avvocato e supereroe intriso di inquietudini religiose e impegnato nella lotta per il sociale.

La domanda di partenza però, quella postami dalla mia amica, rimane ancora senza risposta: superereoi immaginari e irlandesi defunti a parte, cosa c’è a Hell’s Kitchen?

Per raccontarvelo vi propongo un ulteriore cambio di sequenza, e vi racconto cosa c’è a qualche isolato di distanza, a Sud di Hell’s Kitchen. Di recentissima inaugurazione è un complesso monumentale di grattacieli, adibiti principalmente a uffici e residenze di lusso, affiancato da un gigantesco centro commerciale, e in mezzo ai quali troneggia l’ultimissima attrazione di Downtown: the Vessel, spettacolare costruzione cava articolata in una serie di passerelle sospese, accessibile tramite lunga fila e lauto biglietto. Come ogni cosa a New York, questo nuovo distretto innovativo, questo “investimento per la città” (parole di un altro amico residente) sorge sulle macerie di un quartiere non dissimile da Hell’s Kitchen, che è contraddistinta da bassi edifici residenziali di red bricks, ferramenta e ristoranti etnici di ogni tipo – una zona in cui il traffico è rado e in cui trovano posto giovani avvocati squattrinati.

Acquistati a prezzi stracciati (uno sfratto mascherato da contentino), questi edifici vengono demoliti per innovare e rigenerare à l’americaine queste zone in cui la densità abitativa non può essere spinta ai massimi del suo rendimento, per i limiti strutturali di questi piccoli palazzi, in cui il valore immobiliare di un appartamento non può essere considerato redditizio al pari dei grattacieli di lusso con vista sull’Hudson. Di sicuro the Vessel, e il grosso centro commerciale in cui guardo trionfare il logo Sephora, hanno un appeal che Hell’s Kitchen non può neanche sognare.

Penso soprattutto al fatto che la domanda della mia amica cela un sottotesto banale, in cui è implicito che a fronte di tutto questo, a Hell’s Kitchen non c’è veramente niente. Allora, cosa c’è a Hell’s Kitchen?

Forse, per rispondere a questa domanda in modo sensato è necessario operare un vertiginoso renversement degno di Rabelais: domandarsi non cosa ci sia in questo quartiere dimesso, che odora di quotidiano, di spezie forti e di bucato, ma in cosa consista esattamente un “investimento per la città” che marginalizza, esclude e fagocita. A maggior ragione per la città in cui vive e lavora Saskia Sassen, la sociologa che forse più di chiunque nel mondo accademico contemporaneo ha raccolto l’eredità di Lefebvre e del suo celebre “diritto alla città” – peccato soltanto che nelle decisioni economiche dietro a simili investimenti ci sia poco margine per le opinioni degli accademici.

A Hell’s Kitchen, quindi, non c’è assolutamente nulla – o meglio, nulla che non sia un flusso di vita in divenire, nervoso, dinamico, in cui le porte sono ancora aperte al possibile, all’indefinito. Hell’s Kitchen rappresenta forse l’ultima isola all’interno di Manhattan in cui il termine città acquisisca un significato diverso che in qualsiasi altro punto della città: un’isola meticcia, di servizi e alloggi, di strutture ricettive e case popolari – in una parola, di rifugiati che evade dalle regole dell’innovazione tecnocratica americana tout court, fugge dalle leggi della regolamentazione liberale imperante nella Grande Mela.

La mia risposta alla domanda perplessa della mia amica, è nata a posteriori fra queste righe. A Hell’s Kitchen, Manhattan, c’è un’isola di possibile. Come tutte le isole fragili, però, sembra essere minacciata da uno tsunami, alle cui onde somigliano pericolosamente i grattacieli che le incombono sopra, pronti ad abbattersi sulla sua anomalia così meravigliosamente normale. Chissà se Hell’s Kitchen può davvero essere salvata.

 

 

Francesca Sabatini

CultureFuture

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