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Il limbo virale, visto con gli occhi di un’adolescente

By 27 Giugno 2020 No Comments

Imposte chiuse, strade vuote, la quiete permanente che risiede nell’atmosfera, città assopite che sospendono il tempo in attesa dell’alba, di quando l’ospite indesiderato – il coronavirus – lascerà le nostre case.

Eravamo abituati ad ascoltare il ronzìo delle attività che permeavano il nostro quotidiano, a vivere in un mondo rapido, segnato dal senso di onnipotenza e dalla caffeina; e adesso, all’improvviso, ci scopriamo soli, impotenti, desolati, all’inizio di un regresso. Siamo reciprocamente tagliati fuori, teniamo la vita sospesa, intrappolati in spazi chiusi che somigliano sempre di più agli interni solitari che vediamo nei dipinti crudi di Edward Hopper.

“I nottambuli”, senza dubbio il suo capolavoro, mostra l’alienazione acuta che stiamo sperimentando in questi giorni, descrivendo una scena notturna e taciturna di un cameriere e tre avventori in un caffè quasi vuoto di Manhattan. Sono assorbiti dalla loro solitudine, potrebbero essere estranei se non estraniati per il momento, ma si trovano lì insieme in un luogo di sosta psicologica che sembra un acquario urbano, si può notare che non c’è una porta per entrarci.

Ogni cosa è segnata da un’insolita prospettiva che non mostra proprio la gloriosa frenetica America, che in quegli anni stava diventando la più importante potenza mondiale; mostra soggetti immobili, immersi nell’eternità della propria interriorità che sembra prosciugare la realtà da ogni cosa superflua. Rimane soltanto l”essenziale, e uno spazio nel quale la vita interiore di chi guarda può essere messa a fuoco. Hopper ci insegna che la cosa migliore da fare è trovarci a nostro agio nelle nostre dimensioni. È quello che credo fermamente: ognuno di noi dovrebbe provare a farlo durante questo lungo periodo di quarantena.

Una versione modificata di questo dipinto, che è stata in circolazione successivamente, enfatizza questo concetto ancor di più. Oggi ci sentiamo meglio nascondendo l’isolamento, ma, quando le libertà della vita contemporanea vengono rimosse, che cosa rimane se non la solitudine? Probabilmente, quella sensazione spiacevole non è soltanto una condizione negativa da sconfiggere, al contrario dovrebbe essere interpretata come un’occasione inedita che finalmente permette alla popolazione globale di torcere le proprie routine stressanti, di liberarsi dalla frenesia del divertimento, in modo da riguadagnare controllo del tempo che ci lamentiamo di non avere mai, da reinventarci, rimetterci a fuoco, tornare all’essenziale, connetterci alla nostra luce interiore.

Le pareti domestiche, anche, stanno prendendo la forma dei limiti di un’isola deserta che inevitabilmente ci costringe a trovare risorse interne per affrontare una nuova vita quotidiana. Che ci piaccia indugiare alle spalle della nostra mente o no è arrivato il tempo di fare i conti con la persona che siamo. Il cosmo ci sta dando molti momenti per rimboccarci le maniche e cominciare a scavare dentro di noi. Che sia con l’aiuto di carta e penna, con una tela da pasticciare con colori freddi o caldi, una libreria da spolverare, o una playlist retrospettiva che animi il silenzio del vicinato o, se preferite, che ne faccia tesoro.

Inoltre la reclusione, anche se non volontaria, è uno dei terreni più fertili nei quali lasciar scorrere la creatività e ridarle vita. La società è radicata nell’idea che sia vincente essere sempre accesi spingendoci verso il massimo, ma adesso possiamo riprenderci da anni di trambusto, e semplicemente goderci il far nulla o il prendercela comoda, cucinando vecchie ricette, prendendo il sole, indulgere in un bagno caldo, leggere un libro senza sentirci in colpa per essere più gentili con noi stessi. Pensiamoci. Chi ha un balcone si sarà reso conto di quanto valga un’aria che adesso sembra più fresca di sempre.

La solitudine è uno stato condiviso che mette insieme miliardi di estranei sulla stessa barca, ricordando a ciascuno, per una volta ancora, che non ci sono differenze. Siamo tutti umani, nel bene e nel male. Dopo decenni dominati da individualismo aspro, un incredibile senso di solidarietà riemerge, così comprendiamo che ogni persona prende parte a questo dramma con la stessa intensità.

Questa congiuntura ci insegna che siamo tutti fragili allo stesso modo, comunque responsabili ciascuno per il destino di ogni altro. Una volta che abbiamo fatto nostra questa consapevolezza, ci sporgiamo dal balcone e cantiamo un inno patriottico per esorcizzare l’ansia da isolamento.

Noi occidentali siamo abituati a dar per scontate molte cose che non credevamo ci sarebbero mancate così tanto. La più importante di tutte è il nostro status di cittadini autonomi,

se consideriamo quante persone nel mondo sono esposte, ogni giorno, a queste restrizioni per ogni possibile calamità.

Abbiamo riscoperto gesti che credevamo perduti, il sapore di una colazione in famiglia, o di una cena in cui non si parla ci scuola o di lavoro, ma di noi. Le restrizioni ci stanno facendo apprezzare così tanto ogni piccola cosa della vita normale, e adesso ciascuno non vede l’ora di tornare al giorno gioioso in cui riusciremo a rivederci.

Invece di appigliarci a esperienze da condividere, ne stiamo inventando di nuove da zero, con l’unica risorsa che ci è rimasta durante la quarantena: noi stessi. Quando l’ondata infettiva sarà passata, confido che questa cresta di creatività e complicità del momento rimarrà forte.

 Shoshanna Tesciuba

 

 

Immagine di copertina: Edward Hopper, Nighthawks, 1942, Art Institute of Chicago

 

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