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Il desiderio di contemporaneità. Ai Weiwei e Turandot

By 6 Maggio 2020 No Comments

I grandi musei che perdono più di cinquantamila euro al giorno, le fiere d’arte che provano ad affollarsi orgiasticamente in un trimestre, il MoMA che licenzia drappelli di personale, le gallerie medio-piccole risucchiate dall’ombra, il mercato dell’arte che sembra essere a un attimo dalla tanto millantata esplosione della bolla. Lo scenario apocalittico bombarda quotidianamente tutti i nostri canali ricettivi. Il perché lo conosciamo tutti. Il quando è ora. Il come è in costante evoluzione.

E il cosa? Di cosa abbiamo davvero bisogno noi innamorati pensatori e progettisti dell’inutile? Sicuramente di ridisegnare i format, di architettare nuove fondamenta, di farci guidare da nuove strategie, di provare empatia, di lasciarci ispirare. Ancora di più di un’arte onesta, di un’arte che non spinga all’evasione ma al confronto, di un’arte che opti per i lessici della contemporaneità, di un’arte che elabori i minacciosi contenuti della nostra storia presente.

Ai Weiwei non è proprio il tipo di artista che si sia lasciato spaventare dai temi forti o che si sia trattenuto nella sperimentazione mediale. Dopo l’ultimo scivolone sembra essere stato retrocesso a dovere nelle Malebolge, per via della polemica (effettivamente piuttosto bassa) in merito a questioni delicate tra virus e rivendicazione della paternità della pasta. Bisogna dire che l’eccesso di provocazione, spesso, non attira generale simpatia, o comunque non quella di chi si sente direttamente chiamato in causa senza riuscire a impiegare l’abilità di astrazione.

Ad Ai Weiwei però non interessa, non interessano i commenti inaciditi sotto i suoi post di Instagram, a prescindere dal cattivo gusto, non interessano gli articoli che raccontano dei suoi flop, non interessa di essere annoverato tra i ruffiani del sistema e non interessa neanche troppo che il suo modo di fare arte venga universalmente compreso. Contestabile? Senza dubbio. Rilevante? Non troppo.

Ai Weiwei, figlio del poeta rivoluzionario Ai Qing, sembra avere nel sangue l’arte di comunicare il sublime e quella di rifiutare le clausure dittatoriali della sua terra natia. Ogni medium è semplicemente possibile e il suo modo di intendere la creazione artistica passa agilmente dalla pittura alle installazioni, dall’architettura al design, dalla regia cinematografica a quella d’opera lirica, con la Turandot che sarebbe dovuta andare in scena al Teatro dell’Opera di Roma poco dopo l’inizio del lockdown.

Le possibilità di codificare linguaggi e di avvicinarsi a veicoli espressivi diversi è un tratto distintivo dell’artistar cinese, che dà prova con questa interdimensionalità, di saper riconoscere il valore del concetto, e la necessità di una buona idea di essere espressa in tanti modi quanti ne possano amplificare la risonanza. Come anticipavamo, essere nel proprio tempo significa comprenderne i dispositivi e saperli elaborare, generando senso, innescando reazioni empatiche. Ai Weiwei forse non pensa prima di parlare, ma pensa prima di creare, mutuando quel ricco bacino di riflessioni e conoscenze attraverso la stratificazione comunicativa e la multidisciplinarietà che fanno il nostro mondo contemporaneo.

Chiaramente, non solo mezzi. L’attivismo che caratterizza la sua ricerca può forse essere messo alla pari delle altre grandi dimensioni concettuali che ne animano la produzione. Il peso della tradizione è un elemento ambivalente, una vessazione da oltrepassare con l’ingegno e una sconfinata enciclopedia di materiale da ripensare. La Turbine Hall della Tate Modern di Londra invasa da 100 milioni di semi di girasole unici e irripetibili ha alle spalle le migliori maestranze e 1660 abitanti della città di Jingdezhen che realizzano e decorano a mano con una tecnica artigianale antica e autoctona, il simbolo chiave dell’alimentazione del suo popolo. Lo stadio di Pechino, progettato con lo studio svizzero Herzog & De Meuron, è pensato in linea con il sensazionale progresso tecnologico della capitale cinese.

Dopo il terremoto di Sichuan, Ai Weiwei accusa pubblicamente il governo cinese di aver provocato settantamila vittime, uccise dalle macerie di quegli edifici costruiti a risparmio. Un’arte quindi molteplice, attiva, vibrante, politica, estrema, che trova il modo di far dialogare il fascino di una tradizione millenaria con gli insolubili conflitti e con le infinite problematicità di oggi, senza scontri, con filosofia. Tra gli elementi alla base di questa indagine artistica inafferrabile, abbiamo intercettato quindi un Sublime immaginario e metafisico che, fascino e matematica a parte, affonda le sue radici in uno sconfinato humus di rimandi simbolici tradizionali. L’altezza e la spiritualità, la Cina e la leggenda: narrazioni silenziose che si trasformano in moto di intensità quando trovano una relazione con l’evidenza dell’oggi. La tradizione, secondo Ai Weiwei, è una rete impercettibile di luoghi e pensieri lontani da onorare e allo stesso tempo viene sintetizzata da urne millenarie della dinastia Han che diventano oggetti ibridi marchiati “Coca-Cola”, se non direttamente frantumati al suolo.

Cosa fa da collante? Cosa si insinua tra opere liriche, stadi, semi di girasole e dipinti a olio? Il tempo. L’oggi. La nostra contemporaneità, colta e cristallizzata hic et nunc. Le geometrie davanti a cui l’osservatore si trova, le dimensioni spaziali, le strutture modulari dialogano con gli zainetti dei bambini terremotati, con i gommoni che alludono alla carneficina delle migrazioni di massa; i telai della dinastia Qing entrano in risonanza con le materie di un suo atelier smantellato dalle autorità cinesi, gli ombrelli bucati rimandano a quelli degli universitari di Hong Kong impegnati nelle proteste per la loro libertà.

Incorporare il vecchio nel nuovo — ci induce a pensare Ai Weiwei — è un’ottima idea per risaltare la luminosità dell’uno e dell’altro. Un’arte polemica di sicuro, ma provando a oltrepassare la scintilla provocatoria, si vedono chiaramente questi due livelli di senso che comunicano, che generano un potente cortocircuito. Sicuramente così l’arte ci parla, ci indigna, ci stranisce, ci incuriosisce, ci fa interrogare.

La prima unione ferrea con i ‘nuovi’ media viene stipulata nel 2005, quando Ai Weiwei apre un blog in cui contemporaneamente racconta della sua pratica artistica e fa commenti liberi e di denuncia su diverse prese di posizione del Governo cinese. Dopo che l’esplicitazione gli sarà costata tortura e prigionia, opterà per l’allusione, comunque non troppo latente, senza dimenticare il cuore pulsante della sua attualità nei modi e nelle sostanze.

Provocatorio continua ad esserlo mentre gli anni passano e protagonisti della nuova contemporaneità mediatica diventano i complessi mondi “social”. Il feed del profilo @aiww si contraddistingue per un’attenzione maniacale dell’artista all’umanità che lo circonda. Scrive poco, ma racconta molto (proprio come fa attraverso gli altri veicoli), e lo fa con pubblicazioni compulsive, polemiche malcelate e poca attenzione alle composizioni e alle palette cromatiche. Insomma, tutta sostanza, una rarità per l’elogio all’estetica del mondo di Instagram, ma ancora di più tutta contemporaneità.

I riferimenti caldi non mancano mai, ma neanche l’anima democratica con cui Weiwei accetta critiche e confronti, si apre al dialogo, fa autoironia. Usa oggi il mezzo con cui si comunica oggi, per raccontare di un’arte che germoglia oggi, intrisa della politica di oggi e dei fatti di oggi. E domani chissà. Intanto a Febbraio 2020 è già impegnato a progettare un’opera fai-da-te da ordinare online e assemblare a casa propria. Che sia un’operazione democratica, che sia l’espressione della volontà di interagire con un nuovo pubblico, che sia un attacco umorisitco, un assemblage, un’opera d’arte Ikea, o l’ennesima citazione di Duchamp, comunque è contemporanea: parla dei mezzi del nostro tempo, di come li usiamo, di come l’arte possa piegarsi a questi.

Alla prima di Evgenij Onegin al Teatro dell’Opera di Roma ho visto Ai Weiwei aggirarsi per il foyer d’ingresso, informale nell’abito e nell’atteggiamento, che si guardava intorno come sondando cautamente un nuovo habitat. Sguardo curioso e animo umile, in dolce contrasto con le piume e le paillettes che materializzano la mondanità. Con la produzione di Turandot (Marzo 2020), Ai Weiwei si sarebbe cimentato per la prima volta senza remore in regia, scene e costumi di un’opera lirica di repertorio. Lo avrebbe fatto in grande, interpretando l’opera senza banali preconcetti e trasformando ogni dettaglio in un oggetto d’arte unico.

La Cina e i suoi piacevoli orientalismi sarebbero stati ben poco protagonisti, lasciando spazio a un planisfero di dilemmi attuali su scala globale. La componente fiabesca di Puccini e la visione dell’Oriente esotica e affascinante di un occidentale a inizio ‘900 sarebbero state rilette in chiave contemporanea, con l’ambientazione, con la sensibilità, con i riferimenti, con i mezzi. Sicuramente si è trattato di una sfida, di una firma iconica dell’arte dissidente messa in relazione a un genere di estrema complessità ricettiva e comunicativa. Ogni nuovo giorno di prove era un nuovo giorno di idee, di bufere mediatiche, di fatti di cronaca, di eventi degni di essere citati, inseriti, rielaborati. Ogni giorno la Turandot diventava sempre più densa, sempre più fresca, sempre più schierata ma sicuramente ancora una volta immersa nella sua contemporaneità, nel presente culturale e politico, fino all’ultimo minuto prima dell’alzata del sipario.

Com’è andata poi lo sappiamo: il mondo si è fermato e Ai Weiwei si era già preparato a far indossare ai suoi coristi le tute sterili degli operatori sanitari, per raccontare fino all’ultima goccia il suo tempo scomodo, come un cronista che non opera selezioni. L’anno prossimo andrà in scena un’altra Turandot, intrisa di quello che è stato e di quello che sarà. Un’opera lirica, un medium antico e virtuoso, capace di raccontare un nuovo ancora inedito, la storia delle donne e degli uomini di oggi e di domani. Continuo a credere che sia possibile.

Ai Weiwei, artista dissidente perché ritrae i temi che scottano ora, che fa l’arte di oggi. Fastidioso rappresentante di quell’arte contemporanea che non mette d’accordo chi ne fruisce perché si spinge a rappresentare i contrasti che viviamo. Furbetto? Se anche fosse non conta. Elabora un messaggio giusto, fa luce su temi che hanno bisogno di essere sia raccontati che evocati, attira l’attenzione su questioni insabbiate, prova a leggere la strada che stiamo percorrendo. Un’arte schietta e sincera, arrabbiata o pacificata ma che non abbia paura di raccontare un tempo di morte e un tempo di rinascita, questa è l’arte che dobbiamo respirare, che dobbiamo leggere, di cui ci dobbiamo innamorare domani.

Presuntuoso e superficiale pensare che oggi si possa ripartire proprio dall’arte? Ancor prima che dal mercato dell’arte o dal suo sistema? Con un’arte contemporanea del dopo, ancora più contemporanea di prima? Penso che sia il momento di sperimentare come un’arte che parla di oggi, possa costruire il domani. Un’espressione sincera sui nostri nuovi quesiti che genera tesi, riflessioni, valore. L’arte di oggi si racconta tramite i filtri magici e soffocanti che le circostanze impongono. L’arte di domani può raccontare il nostro nuovo mondo, fluidificarsi nei contenitori che cambieranno forma, diventare essa stessa il contenitore nuovo di un contenuto rinnovato. La riflessione è aperta.

Ilaria Sola

CultureFuture

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