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Il nudge: come comportarsi bene per libera scelta

By 3 Giugno 2019 No Comments

Decidere, una sequenza di dilemmi

Il processo di scelta tra un ventaglio di possibili opzioni avviene per mezzo di un sistema di interazione e coordinazione tra due parti della nostra mente, che non si escludono a vicenda ma eseguono un lavoro in interazione e in modo coordinato. Per facilitare la comprensione di come avvenga questo processo decisionale, di spiegare come convivano nel nostro cervello queste due parti e per distinguere l’intuizione dal ragionamento e il modo in cui gli individui effettuino le loro scelte nelle varie situazioni, Daniel Khaneman (psicologo, Premio Nobel per l’Economia nel 2002) prende in prestito due termini già precedentemente utilizzati da Keith Stanovich e Richard West: “sistema 1” e “sistema 2”.

Il primo sistema (automatico e intuitivo) richiede scarso impegno cognitivo, è veloce, responsabile del ragionamento implicito e non logico, funziona in modo associativo. Fornisce delle impressioni, delle intuizioni e delle sensazioni che il sistema 2 (riflessivo e razionale, lento) tempra e fortifica, trasformandole in credenze e azioni volontarie. Di norma, il sistema 2 accoglie le informazioni del sistema 1 senza apportare modificazioni di alcun genere: è un controllore pigro, calibrato per non agire più del necessario, richiede più sforzi cognitivi ed è capace di ragionamenti articolati.

Il sistema 1 non può essere disattivato, così come la persona non può decidere deliberatamente quale sistema usare quando affronta una decisione. Spesso gli esseri umani commettono sistematicamente, nella loro vita quotidiana, degli errori perché sono stimolati da molteplici informazioni o perché il tempo a disposizione molte volte è limitato.

Valutare, scegliere, forse sbagliare

Di fronte a scelte particolarmente complesse, il sistema cognitivo umano è costretto a utilizzare alcune scorciatoie mentali (chiamate euristiche), ovvero delle strategie semplificate per rendere più facile il processo decisionale che, nonostante funzionino adeguatamente nella maggior parte dei casi, possono portare ad alcune distorsioni della realtà e a commettere errori sistematici di valutazione, detti bias. I bias derivano da errori combinati del sistema 1 (quando le operazioni automatiche generano un’intuizione difettosa) e del sistema 2 (quando le operazioni automatiche non rilevano e non correggono l’intuizione).

Volendo vedere in pratica Euristiche e Bias «Se io compro un oggetto e lo pago cento euro, mentre un amico lo paga centodieci euro, qual è la percentuale in più che egli ha pagato rispetto a me?». Gran parte delle persone risponderebbero in forma immediata 10, ma eseguendo corrette operazioni aritmetiche possiamo vedere come la risposta corretta sia 0.5%.

Il Nudge può essere considerato un aiuto cognitivo per correggere i bias che il Sistema 1 a volte comporta. Tradotto in italiano, “spinta gentile”, il Nudge è un programma politico di modificazione comportamentale nato a partire dai principi della Behaviural Economics, descritto da Thaler e Sunstein, strutturato per rendere il processo decisionale più semplice, trasparente ed efficace, senza elementi coercitivi o ingannevoli e senza l’uso di incentivi economici (in riferimento non solo agli incentivi monetari, ma anche ai costi cognitivi) necessari per fare una scelta. In questa prospettiva, i costi sia materiali che cognitivi dovrebbero essere mantenuti in forma ridotta.

Il potere della spinta gentile

Il Nudge pone le proprie radici in due principi: uno prettamente pragmatico con risvolti etici (“Architettura delle scelte”) e uno etico, di natura metaforica e filosofica (“Paternalismo libertario”) , in cui il termine “Paternalismo” sottolinea la funzione di “bussola per le scelte”, riferendosi alla necessità di influenzare deliberatamente le scelte individuali nella direzione considerata come più vantaggiosa per il benessere individuale e collettivo; la finalità infatti del Nudge è quella di guidare il comportamento delle persone nella direzione dei valori più sani, come farebbe un buon padre di famiglia.  Il termine “libertario” invece evidenzia la progettazione di interventi che permettano, a chiunque lo voglia, di aggirare agevolmente le spinte proposte e di comportarsi in modo alternativo senza oneri eccessivi in termini di impegno, tempo e denaro. L’architetto delle scelte non proibisce o elimina alcuna opzione, non rende difficili le scelte per così dire “dannose”, ma semplicemente rende più appetibili le opzioni considerate buone. Ognuno, per definizione, deve essere in grado di eludere i Nudges senza costi o difficoltà particolari.

La modifica dei comportamenti, obiettivo del Nudge, è stata promossa in 135 nazioni ed ha dimostrato come, diminuendo la complessità delle regole e aumentandone la comprensibilità per i cittadini, sia stato possibile ridurre i costi dell’ufficio e aumentarne l’efficienza, riscuotendo in ambito pubblico talmente tanto interesse e successo che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha nominato Sunstein, dal 2009 al 2012, capo dell’OIRA (Office of Information and Regulatory Affairs) come responsabile dell’ufficio informazione e delle questioni regolamentari.

Oggi nel mondo esistono molteplici Nudge Units, dipartimenti guidati da gruppi di psicologi specializzati in scienze comportamentali con l’obiettivo di contribuire a migliorare i sistemi di governo e la relazione con i cittadini, studiare e definire le architetture delle scelte in ambito sociale, lavorando sull’ambiente in cui le persone agiscono per promuovere comportamenti in linea con gli obiettivi dell’intera collettività.

Questo scopo può essere raggiunto attraverso un lavoro sugli stimoli fisici o verbali, intervenendo sulle modalità di presentazione delle scelte. Gli interventi di nudging sono costruiti su misura per un determinato contesto, si avvalgono di strategie specifiche che funzionano come aiuti cognitivi e pungolano le persone a fare una scelta ottimale, sempre nel rispetto del principio di trasparenza e di libertà personale -utile quando è richiesto un elevato costo cognitivo in termini di tempo ed energie, quando viene meno l’autocontrollo per inerzia o procrastinazione, quando le informazioni a disposizione sono molteplici.

Questo approccio è applicabile in contesti in cui è possibile rilevare delle abitudini disfunzionali per sé e per gli altri e apportare piccole modifiche nelle situazioni in cui avviene l’interazione tra organismo-ambiente, cambiandone gli stimoli presenti. A questo proposito sono stati significativi gli interventi di nudging per quanto riguarda l’utilizzo del dispositivo mobile nei contesti di socializzazione.

Un esperimento: riusciamo a staccarci dallo smartphone?

Lo smartphone è ormai parte integrante e strumento indispensabile della vita quotidiana di milioni di persone, ma sta giocando un ruolo significativo sulla riduzione della qualità delle relazioni sociali ed una difficoltà ad entrare in contatto con le persone con cui ci rapportiamo. Diverse sono le attività che lo smartphone permette di svolgere, dalla semplice messaggistica istantanea, alla possibilità di prenotare un volo aereo, un treno o compiere operazioni bancarie. Il problema non è il dispositivo in sé ma la frequenza di utilizzo che ne facciamo: mediamente 6 ore della nostra quotidianeità vengono investite in attività online, di cui fanno parte anche l’uso dei social media.

Uno studio (condotto da Krasnova e colleghi nel 2016) offre una perfetta descrizione dei comportamenti che oggi giorno possiamo osservare all’interno dei contesti sociali dedicati alla condivisione e al confronto, come pub e ristoranti: «Le persone già mentre entrano in un locale hanno in mano il proprio smartphone, si siedono al tavolo e lo appoggiano accanto a sé, prendono il menù e se non conoscono un cibo lo cercano tramite il dispositivo. Arriva il cibo, con una mano lo afferrano e con l’altra toccano lo schermo per controllare o inviare i messaggi di testo o vocali e mantengono gli occhi bassi. Sono capaci di consumare l’ordinazione in trenta minuti interagendo solo con il proprio smartphone; una volta terminato si dirigono alla cassa ed escono, sempre con il dispositivo in mano».

Se da un lato la presenza dello smartphone ha agevolato le nostre vite e le relazioni tra organismo e ambiente, dall’altro sta portando l’individuo verso importanti difficoltà a livello bio psico sociale. Si parla oggi della Sindrome della «vibrazione fantasma»; così come della Nomofobia (la difficoltà a rimanere senza batteria o connessione ad internet) o ancora di FOMO, la sensazione di perdere continuamente gli aggiornamenti in rete che rende estremamente difficoltoso vivere il momento presente. L’intervista telefonica condotta dalla Bank of America nel 2016 ha messo in evidenza come le persone, dinnanzi alla mancanza della rete o del proprio dispositivo, avvertono sensazioni come ansia, noia, smarrimento. Solo il 12% degli intervistati ha dichiarato una sensazione di benessere.

Dipendenza, crisi di astinenza, bassa socialità

Questi dati mettono sotto i riflettori l’attuale dipendenza dallo smartphone, definita “una delle più grandi dipendenze da non sostanze del ventiduesimo secolo” (Nikhita et al., 2015), i cui effetti collaterali ad esso connessi sono molteplici: l’alterazione dello stato di riposo, la riduzione dell’attenzione, della capacità di comprensione e di memorizzazione, l’aumento dei tempi di risposta ad uno stimolo e la riduzione delle performance. Alla base di queste attività emerge la capacità di multitasking, che ci illude di risparmiare tempo per svolgere più compiti contemporanamente ed essere più efficienti (rispondere a messaggi o chiamate mentre lavoriamo, studiamo o siamo alla guida di un mezzo), ma che la letteratura smentisce in quanto dividere l’attenzione su più compiti rende i processi da eseguire più lenti, complessi e qualitativamente inferiori. In particolare la comunicazione, l’attenzione e l’empatia durante una conversazione vengono compromesse se lo smartphone diventa uno stimolo distrattore, provocando nell’interlocutore una sensazione di esclusione e frustrazione. Questo fenomeno è noto in letteratura come “Phubbing”.

Ma è possibile creare interventi di nudging il cui fine sia spingere gentilmente le persone a ridurre la frequenza di utilizzo ossessivo del proprio dispositivo, specialmente in situazioni destinate alla socializzazione?

In seguito a molteplici osservazioni preliminari, si è rilevata un’elevata frequenza di utilizzo dello smartphone in pub e ristoranti.  Da qui la scelta di utilizzare la scienza per intervenire, presentando un lavoro di “architettura di scelte” con l’intento di modificare un comportamento di routine messo in atto da molte persone: l’utilizzo del dispositivo mobile durante i momenti di socializzazione (con conseguente impatto negativo sulla qualità delle relazioni interpersonali) per  incrementare comportamenti favorevoli alla socializzazione, come guardarsi negli occhi, sorridere, parlare e/o confrontarsi.

Nudging in action: la spinta gentile funziona

Sono stati strutturati due interventi di nudging (esperimento “1” ed “esperimento ”2”) svolti in un arco temporale di circa due anni, in cui si sono utilizzate le procedure della salienza, delle norme sociali e del feedback informativo, forme di nudging meno esclusive. Questo lavoro è stato possibile grazie alla disponibilità dei titolari di alcuni locali pubblici dislocati nelle regioni della Lombardia, Calabria e Sicilia, applicando due differenti modalità di digital detox in due gruppi sperimentali.

Nell’esperimento 1 al centro di ogni tavolo era collocata una scatola “riponi smartphone” per i clienti del locale. Al fine di spingere i clienti a utilizzare la scatola, sui due lati un’etichetta riportava l’immagine di un dispositivo mobile e uno slogan “Sei davvero social? #posalo”. La frequenza di utilizzo del dispositivo digitale è stata misurata prima senza la scatola, successivamente si è misurata dopo aver messo la scatola sui tavoli.

I risultati della fase sperimentale hanno mostrato una riduzione della frequenza di utilizzo dello smartphone nel gruppo sperimentale rispetto a quello di controllo di circa il 15%.

Nell’esperimento 2 su ogni tavolo era collocato un pieghevole che forniva informazioni sulle conseguenze che l’uso dello smartphone produce nei momenti di aggregazione e sulle modalità per difendersi da tali pericoli, ad esempio suggerendo di riporre il dispositivo con lo schermo volto in basso sulla tovaglietta plastificata presente al centro di ciascun tavolo. I dati della frequenza di utilizzo del dispositivo digitale sono stati misurati nel gruppo di controllo, senza pieghevole e tovaglietta, e nel gruppo sperimentale, con pieghevole e tovaglietta.

I risultati di entrambi gli interventi di Nudge hanno dimostrato come sia possibile ridurre la frequenza di utilizzo del dispositivo nei momenti di condivisione, guidando il comportamento delle persone nelle loro scelte, in modo efficace e sostenibile, senza imporre costi o punizioni a chi sceglie di emettere comportamenti alternativi.  Ricorrere a spinte gentili e a pungoli cognitivi permette di costruire un’architettura delle scelte che, a costo zero, induce le persone a migliorare le proprie decisioni su vita, denaro e salute, incoraggiandole in stili di vita più consapevoli, lungimiranti e virtuosi.

Gli interventi hanno confermato che gli individui sono sistematicamente influenzati dal contesto in cui prendono le proprie decisioni e che sia il modo in cui l’opzione viene presentata che le scelte di gruppo sono elementi che condizionano le scelte delle persone.

Creare dei contesti che permettano di fare delle “pause ad intermittenza” dall’uso dello smartphone fa bene alla salute e contribuisce al benessere intellettuale ed emotivo delle persone. Il cervello infatti per rigenerarsi e ridurre la possibilità di attivare comportamenti abituali necessita di pause cicliche e situazioni che stimolino ad intraprendere comportamenti diversi rispetto a quelli utilizzati di solito. Il contesto nel quale le persone si trovano ad effettuare delle scelte può essere organizzato e strutturato divenendo un vero e proprio prodotto di architettura, in cui ogni dettaglio è rilevante.

“La scelta è chiara: o non facciamo nulla e permettiamo che un futuro deprimente e probabilmente catastrofico abbia il sopravvento su di noi, o utilizziamo la nostra conoscenza sul comportamento umano per creare un ambiente sociale nel quale vivere una vita produttiva e creativa e dobbiamo farlo senza mettere in pericolo le opportunità di coloro che ci seguiranno di poter fare lo stesso.” (Skinner, 1948)

 

 

Marianna Vaccaro

CultureFuture

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