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Il respiro della città. Riappropriarsi del pubblico praticando il comune

By 7 Luglio 2020 No Comments

La similitudine tra le foreste incendiate in tutto il mondo e i polmoni degli esseri umani in fiamme per il Covid-19 mi è balzata agli occhi sin dai primi giorni della quarantena. Così come il respiro del pianeta è in pericolo, allo stesso modo lo è quello degli esseri umani, e non è da escludere –come molti hanno provato a dire- che ci sia una relazione tra i due fenomeni. Successivamente è stato l’episodio di George Floyd, a Minneapolis, a riportare l’attenzione sul respiro, con migliaia di persone nelle piazze e nelle strade di tutto il mondo, per manifestare contro il soffocamento dei diritti civili: “We can’t breath”. Il secondo fatto che non ho potuto non notare durante i mesi di emergenza sociale e sanitara appena trascorsi, è il ritorno del pubblico. Se negli ultimi anni il moltiplicarsi di pratiche di commoning ha contribuito a mettere in evidenza le inefficienze del pubblico –continuando la denuncia avviata alla fine degli anni Sessanta, prima dalle contestazioni studentesche e poi dal progressivo ridursi dello Stato sociale– gli accadimenti degli ultimi mesi sembrano invece suggerire che il pubblico sia chiamato ad assumere ruoli ancora cruciali, seppur entro cornici politiche e culturali molto diverse.

Il pubblico come infrastruttura di redistribuzione. Mentre le iniziative ispirate dalla filosofia dei beni comuni si incentrano sul riconoscimento -come ho avuto modo di osservare studiando il modello dei community land trusts -, la redistribuzione rimane un meccanismo fondamentale per rendere le risorse accessibili al maggior numero possibile di persone. Dalle risorse finanziarie all’assistenza sanitaria: è difficile immaginare come intere strutture sociali potrebbero sopravvivere a crisi di larga scala senza l’intervento degli Stati, mediatori tra dinamiche di portata globale e forme di resilienza locali, tra diritti e mercato.

Il pubblico come spazio aperto e accessibile universalmente. Mentre privato e collettivo si sono mostrati di primaria importanza per gestire l’emergenza, offrendo sicurezza e permettendo l’emergere di forme di solidarietà, contare solo su queste dimensioni e sui loro spazi può generare dinamiche di esclusione. Come è stato spesso osservato, il concetto stesso di ‘restare a casa’ è esclusivo, sottolineando in realtà l’urgenza di una questione abitativa ancora irrisolta. Il privilegio di una casa inoltre non è uguale per tutti. Questione di metri quadri, ma anche di balconi, cortili interni, giardini. Questione di condizioni di convivenza e coabitazione che spesso trasformano la casa in una prigione. E anche nei casi in cui si possa godere di un’abitazione, età, malattie mentali, disabilità fisiche e altre fragilità possono impedire l’accessibilità e l’uso dei servizi condivisi di un quartiere. In simili condizioni, grandi parchi, lunghe piste ciclabili e strutture di assistenza hanno offerto la possibilità di aggirare forme di esclusione e di isolamento. Se da una parte l’universale, come attributo del pubblico, è stato spesso condannato come sinonimo di omologazione, dall’altra parte esso dovrebbe descrivere –il condizionale è d’obbligo- una larga accessibilità delle risorse e il regno del non-comunitario, della diversità, dove si rende possibile l’incontro con l’altro.

Il pubblico come spazio dove critica, dissenso e protesta possono costruirsi ed esprimersi, dando senso a ciò che rimane della democrazia rappresentativa. Se da un lato questa forma di governo ha ormai mostrato i suoi limiti, dall’altro lato una solida alternativa non ha ancora preso forma, e la maggior parte delle strutture amministrative rimane incentrata su logiche di rappresentanza. Forme partecipative di governo si stanno sperimentando solo su piccole scale e spesso entro cornici regolamentari pre-definite. In mancanza di alternative sostanziali, la voce –per dirla con Hirschman– rimane l’unico modo per dissentire, per chiedere quei cambiamenti necessari a confermare la legittimità di un sistema rappresentativo.

In conclusione, il pubblico sembra avere un ruolo cruciale da svolgere quando inteso come struttura e infrastruttura di grande scala che permette di scambiare energia e materia, di alimentare le molecole del privato e del collettivo, dando respiro ad ogni ambiente e forma di vita: dai grandi parchi e corridoi ecologici alle piazze e strade, dal sistema di assistenza sanitaria agli strumenti di sostegno finanziario. Dall’ossigenazione dei nostri corpi e del pianeta all’espressione della rabbia e del dissenso.

Ma in questa direzione, di quale tipo di pubblico abbiamo bisogno? Come imparare dagli errori del passato? Come evitare incuria e abbandono, speculazione e privatizzazione, opportunismo politico e disaffezione? Intuitivamente, è forse guardando ai processi di commoning che alcune indicazioni potrebbero essere formulate. Sebbene tali pratiche riguardino il governo di risorse di piccola-media scala –orti comunitari, community land trusts, iniziative di produzione artistica e culturale, etc.– sono l’attitudine alla cura e alla condivisione a motivarne l’emergere. Sono la responsabilizzazione e il riconoscimento delle competenze coinvolte a garantirne la sostenibilità.  È a partire da questi elementi che si potrebbe immaginare di trasformare il pubblico, come infrastruttura inclusiva in virtù della sua scala in grado di mantenere la porosità dei sistemi e degli ambienti di vita.

Verena Lenna

 

L’immagine di copertina è di Aaron Lavinsky, Star Tribune

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