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Il Salone del Libro e la scelta di non esserci

By 10 Maggio 2019 No Comments

Dopo le polemiche dei giorni precedenti, a seguito della presenza e poi non presenza dello stand della casa editrice Altaforte al Salone del libro di Torino 2019, alcune riflessioni in merito al ruolo della cultura nel preservare e rivendicare valori e principi della nostra storia e del nostro tempo risultano doverosi.

Cerchiamo di ripercorrere brevemente i fatti per capire cosa è successo.

Il Salone del Libro di Torino, importante manifestazione culturale, nella sua 32 esima edizione ospita lo stand della casa editrice Altaforte, vicina a CasaPound e che avrebbe venduto il suo nuovo libro-intervista a Matteo Salvini: Io sono Matteo Salvini. Intervista allo specchio. A qualche giorno di distanza dalle prime polemiche, Christian Raimo, consulente del Salone e membro del comitato scientifico, annuncia le dimissioni con un post su Facebook:

Ho deciso di presentare le mie dimissioni dal gruppo dei consulenti per proteggere il Salone del Libro di Torino dalle polemiche che hanno fatto seguito a un mio post, pubblicato a titolo strettamente personale. Il Salone del Libro di Torino è uno spazio di libertà, di dibattito e confronto di idee, di cultura e di apertura, di molteplicità e democrazia. È il risultato del lavoro appassionato e della dedizione di centinaia e centinaia di persone. È importante per il paese e appartiene a tutti

Sulla scia di questa posizione seguono anche le dichiarazioni del collettivo Wu Ming che prende le distanze dalla manifestazione:

Noi riteniamo che i fascisti vadano fermati e, metro dopo metro, ricacciati indietro. Noi riteniamo necessario dare segnali sempre più chiari e forti, come è stato fatto venerdì scorso nella piazza di Forlì. Noi non abbiamo intenzione di condividere alcuno spazio o cornice coi fascisti. Mai accanto ai fascisti.”

E ancora Zerocalcare incalza con sarcasmo:

“Ciao, in effetti ho annullato tutti i miei impegni al Salone del libro di Torino, sono pure molto dispiaciuto ma mi è davvero impossibile pensare di rimanere 3 giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale” ed aggiunge “non è che io so diventato più cacacazzi negli ultimi tempi, anzi so pure molto più rammollito, è che oggettivamente sta roba prima non sarebbe mai successa. Qua ogni settimana spostiamo un po’ l’asticella del baratro.”

La presenza della casa editrice Altaforte ha diviso il panorama culturale, vedendo contrapposte visioni più liberali che invocavano la libertà di espressione come l’ex giudice della Corte Costituzionale Sabino Cassese che intervistato dal Messaggero cita Habermas e Voltaire, rivendicando quel diritto all’apertura e accessibilità dello spazio pubblico come luogo di confronto e di scambio. Una dimensione “pubblica” composta da disomogeneità ed eterogeneità che permette il libero fluire delle idee e l’affermarsi di un pensiero critico. Lo spazio del disordine e della sovversione come strumento di affermazioni di diritti. Vicina a questa posizione si schiera anche la scrittrice Michela Murgia che piuttosto che lasciare campo libero ai neofascisti, decide di combatterli con un “contro picchetto” sul campo: “Se la Lega governa il paese chiedo forse la cittadinanza altrove? No. Non lo faccio.”

Se è vero che la lotta ideologica non va abbandonata, è anche vero che bisogna avere contezza dei confini entro i quali determinate azioni hanno legittimità di esistere. Andare a votare contro o a favore della Lega è un diritto e un dovere di cui ogni cittadino italiano gode, come lo è rifiutarsi di costruire uno spazio dibattito contro chi invoca principi contrari alla Costituzione e ai valori fondanti della nostra repubblica.

A seguito delle altre numerose dichiarazioni di non adesione arrivate, ad esempio, dal direttore del Museo di Auschwitz Piotr Cywinski e dalla scrittrice-poetessa Halina Birenbaum, sopravvissuta ai lager nazisti, che avrebbe dovuto presentare il suo libro «La Forza della Vita» all’interno dei padiglioni della fiera, la sindaca di Torino Chiara Appendino e il presidente della regione Piemonte Sergio Chiamparino danno mandato di denunciare Francesco Polacchi, editore di Altaforte per apologia di fascismo alla luce delle dichiarazioni dello stesso “Io sono fascista e il vero male di questo Paese è l’Antifascismo”, chiedendo all’organizzazione del Salone di prendere provvedimenti in merito alla presenza dello stand comprato dalla casa editrice.

La risposta degli enti organizzatori della kermesse libraria è stata quella di rescindere il contratto con la casa editrice vicina a CasaPound spiegando che Comune e Regione avevano motivato la domanda dicendo che la presenza di Altaforte al Salone stava causando un grave danno di immagine all’evento e alla città. Ma non si tratta solo di questo, c’è molto di più alle spalle. Come si può non domandarsi se l’immagine di una delle case della cultura fosse invece stata danneggiata proprio dalla presenza di tali personalità?

Dopo aver letto su Artribune un articolo a firma del suo direttore riferirsi a coloro che hanno deciso di disertare la manifestazione come “ippopotami che si muovono in una cristalleria accecati da un’ideologia da seconda liceo che impedisce loro di vedere di là dal proprio naso”, non posso che chiedermi se non si tratti non solo di una mancanza di rispetto nei confronti dei diretti interessati, ma soprattutto nei confronti di cittadinanza intera, proprio come aveva fatto Matteo Salvini parlando del 25 aprile e riducendolo ad una sfilata di fazzoletti rossi. È importante alzare alla voce, ora più che mai, in un Paese che giorno dopo giorno legittima l’odio e la violenza inneggiando a valori che la storia ha già condannato e che ciò nonostante la memoria (politica) sembra aver dimenticato. Abbiamo quindi il dovere di difenderli con le armi della democrazia e dello stato di diritto prima ancora che con la legalità; nessuna libertà può considerarsi tale se non priva di argini.

Non si tratta di capricci o presunzione, ma di coscienza politica, storica e culturale. Dar spazio e quindi legittimare la presenza di gruppi fascisti aprendo il dibattito con chi difende odio e si fa portatore di idee che negano la dignità umana e sono contrari ai valori su cui si fonda la nostra repubblica non vuol dire garantire libertà d’espressione. Per citare Popper: “Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essa.”  E ancora: “Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti.”

Altro tema ampliamente discusso nel dibattito degli ultimi giorni è la questione della visibilità che tale azione ha portato ad una casa editrice non così nota e affermata, dando in questo modo adito all’editore Polacchi che non ha mancato di commentare (con lo stesso modo sbeffeggiante dell’autore dell’ultimo libro da loro edito): “devo ringraziare per le polemiche il libro che tutti dicono essere di Salvini, ma che è solo un’intervista. È schizzato a 5mila ordinazioni ancor prima di uscire, sarà un best seller, i server del nostro sito non riescono a star dietro al traffico e ho deciso di aprire due librerie.”

È troppo tempo ormai che si nega la realtà e non ci si rende conto di come toni e atteggiamenti fascisti abbiano riguadagnato terreno in forma più o meno omertosa nascondendosi dietro l’etichetta di sovranisti o ancora della nuova destra sociale, salvo poi quando complici di simpatie e favori della politica si palesano per la loro vera natura. In virtù di ciò, la partecipazione al Salone sarebbe stata l’ennesima dimostrazione di come questa convivenza sia pacificamente accettata e accettabile.

C’è piuttosto da domandarsi come la direzione scientifica e commerciale di un evento di tale portata portino avanti due linee così divergenti e il boicottare il Salone, a mio avviso, è una risposta a tali scelte. Non si tratta solo di un gesto simbolico o individualista come da qualcuno considerato, bensì di un segnale importante che è servito, almeno in questa occasione ad ottenere un risultato forte e chiaro. Se una rete non esiste, come è il caso degli scrittori, la coscienza individuale può smuovere quella degli altri, far riflettere e mobilitare, e se condivisa portare la lotta ad un livello più alto. Ritengo perciò che se quei, cosi definiti da qualcuno, “ragazzini viziati” come Michele Rech (in arte Zerocalcare), il collettivo Wu Ming e altri “sedicenti intellettuali”, sempre secondo vari appellativi loro attribuiti, come Christian Raimo non avessero dichiarato di boicottare il Salone del Libro di Torino insieme con Carlo Ginzburg, l’ANPI, le organizzazioni del Treno della Memoria e con il direttore del Museo di Auschwitz-Birkenau, adesso non avremmo vinto questa piccola ma significativa battaglia. E quando si sente gridare alla censura rossa bisogna dire chiaramente che non si intende tappare la bocca a nessuno, quanto piuttosto riflettere su un sistema sempre più sdoganato che permette ai fascisti di essere non solo reintegrati dalla politica, ma addirittura di occupare una posizione centrale nella scena culturale contemporanea.

Sarebbe giusto ricordarsi che almeno la cultura dovrebbe rimanere estranea alle logiche commerciali, facendosi portatrice di ideali e valori che non scendano a compromessi.

È cosi che l’invito ad andare al Salone “proprio quest’anno”, citando Massimiliano Tonelli, sembra negare la capacità di ciascuno di noi di prendere posizioni e lottare per i nostri diritti e per una società che grazie a queste battaglie siamo riusciti a costruire. Non basta dirsi antifascisti, bisogna comportarsi come tali.

 

 

Federica Antonucci

 

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