Intrepida. Rinasce il teatro Verdi di Ferrara

Intrepida. Rinasce il teatro Verdi di Ferrara
Intrepida. Rinasce il teatro Verdi di Ferrara
Intrepida. Rinasce il teatro Verdi di Ferrara

Essere contemporanei significa porre l’accento su quanto, nel presente, delinea qualcosa del futuro.
Marc Augé

Ci troviamo nel centro di Ferrara, più precisamente all’interno dell’ex Teatro Verdi, un luogo dalla storia lunga e articolata, che oggi è sede di cantiere con la previsione di aprire uno nuovo spazio e un laboratorio urbano dedicato a attività e proposte creative e culturali per i cittadini.

Il 13, 14 e 15 Aprile il Verdi è stato temporaneamente riattivato con Intrepida, ri-apertura straordinaria al pubblico del teatro. L’evento pensato dall’artista Andreco con la partecipazione di Barbara Baroncini, Silvia Biavati, Elisa De Nigris, Andrea Dolcetti, Alice Gaddi, Sabrina Gennari, Nicolò Maltoni, Matteo Messori, Amy Su, Francesca Susca si inserisce all’interno del corso Il mestiere delle Arti, come momento conclusivo di un workshop teorico-pratico tenuto dallo stesso Andreco. Il workshop ha posto l’attenzione su esperienze di rigenerazione urbana e sulle modalità di progettazione, produzione e realizzazione di un intervento artistico. Andreco ha seguito tutta la fase progettuale e ha guidato il concept del progetto insieme al gruppo di giovani creativi, fotografi, artisti, scrittori, architetti, illustratori, video maker, designer.

Intrepida per l’ex Teatro Verdi è un’azione temporanea, un’incursione nello spazio, un esempio di riattivazione urbana da non confondere con intervento di riqualificazione. L’intenzione è quella di dare un’interpretazione sui possibili scenari che si apriranno all’interno dell’ex teatro una volta che il nuovo gestore prenderà il consegna gli spazi.

Il titolo prende ispirazione da uno dei tanti nomi dati al teatro: nel Seicento fu ribattezzato il Teatro dell’Accademia degli Intepidi da Giovan Battista Aleotti e altri letterati ferraresi. Questo appellativo singolare che colpisce e rimane impresso nella memoria è stato il fattore motivante per gli artisti, la radice di tutto il progetto.
La collaborazione ha portato alla creazione di una performance da interpretare come una grande opera collettiva. “Facendo un paragone è come essere un regista che ha come attori, gli artisti, gli architetti e i video maker che partecipano al workshop. Ogni attore è libero di esprimere le proprie capacità nel ruolo che interpreta” le parole di Andreco per raccontare la metodologia progettuale, l’esperienza e la sinergia attivata con i ragazzi.

Come si può dialogare con uno spazio che non parla da tempo?

Come si può agire su di esso senza perderlo, senza intaccare la sua memoria, senza perdere la sua essenza?

Che ruolo hanno le arti in tutto questo?

Gli artisti si sono posti questi interrogativi e, partendo da una ricerca storica e uno studio urbanistico, hanno compreso la trasformazione dello spazio nel tempo. Relazionandosi allo spazio-cantiere e tenendo conto della contrapposizione tra ciò che è stato costruito dalla mano dell’uomo e l’elemento naturale, hanno ricreato uno scenario nel quale l’elemento naturale, nelle sembianze di un giovane albero di betulla, si “riappropria” degli spazi.

La betulla, favorita dalla propria indole, si innalza nella  parte della platea proprio dove ora si articola un’intricata foresta di tubi che sorreggono le impalcature del tetto e si rivela al pubblico quando è illuminata da un fascio di luce. Nelle culture nordiche la betulla è simbolo di rinascita, la regina delle piante pioniere, la più elegante, la più resiliente, la più intrepida tra tutte le piante perché estremamente adattabile e in grado di sostenersi nelle peggiori condizioni ambientali. In questa veste è scelta come immagine della rinascita del Verdi e, in questa trasfigurazione mitica, il teatro stesso prende forza e cerca di risorgere dalle sua polvere per sopravvivere.

Ogni mattone che vedi è un osso del mio corpo
L’aria che respiri è intrisa di passato
La polvere che calpesti non se n’è mai andata.

­Considerando la natura originale del teatro come luogo dove mettere in scena azioni e situazioni, tutto il tempo della performance è stato pensato come una drammaturgia nella quale lo spettatore ripercorre le parti di quell’organismo così complesso e rivive il passato, partecipa al suo presente e immagina il futuro.

Lì, proprio dove stanno i vostri piedi adesso, un tempo c’era un fiume. La sua acqua mi teneva spesso compagnia nelle lunghe sere d’estate di molto molto tempo fa….

Il suono dell’acqua e le parole stesse ricordano il fiume Ripa Grande che lambiva e scorreva sotto le viscere del teatro. Le parole sono lette da una voce fuori campo, come se fosse il flusso di coscienza del teatro stesso che ricorda le memorie passate. Lasciare parlare lo spazio e ascoltare la sua voce.

L’intera durata della performance è scandita dalla luce alternata a momenti di buio che delineano i tempi e caratterizzano le azioni. Nell’oscurità della penombra i performer entrano nell’intricata foresta, la percorrono e la attraversano in un’azione misteriosa. In un certo senso un’azione intrepida da parte degli artisti di appropriazione dello spazio-cantiere.

Intrepida avviene tra la fine dei lavori di ristrutturazione e l’assegnazione al nuovo gestore, abbiamo pensato che tutto avverrà come una sorta di rituale iniziatico e propiziatorio” spiega Andreco. A conclusione gli artisti raggiungono il pubblico e offrono un estratto di linfa di betulla: è un momento sacrale che rimanda a gesti e azioni di antichi rituali che perdurano in ogni tempo. La rappresentazione assume così un valore di verità e viene condivisa tra tutti i partecipanti. Questa esperienza è un gesto di adesione intima e profonda, che mette in gioco non solo la fisicità ma anche i sensi e lo spirito. Un segno di buon auspicio per chi lo vivrà̀ in futuro.

 

 

Barbara Baroncini

 

Photo credits: Nicolò Maltoni, Mattia Barbotti.
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